22 novembre 2019

La pena di morte, istituto in via d’estinzione? Complessi equilibri della pena capitale

di Giacomo Polignano

La pena di morte, un tempo ritenuta la pena per eccellenza, è ormai giudicata dalla maggior parte degli Stati una violazione dei diritti umani nonché una punizione barbara poco consona ad uno stato civile, ragion per cui i Paesi che continuano ad applicarla si trovano sempre più in difficoltà nel fornirne una giustificazione. All’interno della comunità internazionale appare tuttavia immediata la spaccatura ideologica che separa le società occidentali dai due lati dell’Atlantico: se l’intera Europa (con l’eccezione della Bielorussia) ha escluso la pena capitale dai propri codici penali, la maggior parte degli Stati che formano la federazione statunitense continuano ad applicarla, anche se si osserva un declino del suo utilizzo negli ultimi venti anni in seguito all’aumento di esecuzioni che si era verificato negli anni '80 e '90 (il picco era stato raggiunto nel 1999 con 98 esecuzioni). Sorge quindi spontanea la domanda sul perché di questa differenza, soprattutto se si scopre che, «per ciò che riguarda la riduzione dei reati passibili di pena capitale, […] agli inizi del XX secolo, gli stati americani fossero all’avanguardia di questo movimento».

 

In questo articolo ci si interroga quindi riguardo questa singolarità moderna degli Stati Uniti, cercando di capire le ragioni storiche che hanno permesso a due culture giuridiche simili sotto molti punti di vista di stabilizzarsi su due equilibri penali agli antipodi. Si proverà inoltre a mostrare l’evoluzione della causa abolizionista che, in quanto viene generalmente fatta cominciare nel 1764 con la pubblicazione del trattato Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, risulta perciò molto più recente della pena capitale, fatta risalire all’antica legislazione ateniese di Draconte.

 

Dall’età antica fin quasi alla fine della moderna, pochissimi pensatori si sono scagliati contro la pena di morte, che ha anzi goduto di un consenso trasversale a quasi tutti gli impianti filosofici. Fino all’età dei Lumi non era quasi mai stato necessario giustificare la pena capitale, in quanto non era quasi mai stata attaccata. Platone, Tommaso d’Aquino, Hobbes e Rousseau sono solo alcuni esponenti che si sono espressi a favore della pena di morte prima della sfida lanciata da Beccaria, ma la lista continua anche dopo con Kant, Hegel, Mill… Le concezioni tradizionali della funzione della pena su cui questi autori si basano sono soprattutto due: quella retributiva (detta anche assoluta o etica o quia peccatum) e quella preventiva (detta anche relativa o utilitaristica o ne peccetur). Mentre la prima si focalizza su ciò che è giusto indipendentemente dal fatto che sia anche utile, la seconda predilige l’utilità alla giustizia. Per fare degli esempi, si può dire che Kant sostiene la pena di morte da un punto di vista retributivo quando scrive «se poi egli ha ucciso, deve morire»: crimine e punizione si equivalgono e non vi sarebbe giustizia se ciò non avvenisse. Beccaria, al contrario, si oppone ad essa da un punto di vista preventivo quando afferma che «non è l’intensione della pena che fa il maggior effetto sull’animo umano, ma l’estensione di essa»: poiché non ha abbastanza efficacia deterrente nei confronti dei malfattori e l’ergastolo preverrebbe meglio le infrazioni della legge garantendo un maggior benessere sociale, la pena di morte andrebbe abolita anche se fosse giusta.

 

La tesi di Beccaria tuttavia presenta, come tutte le tesi utilitaristiche, un punto debole: qualora si dimostrasse la forza intimidatrice della pena capitale, non sarebbe più necessario abolirla, ma andrebbe anzi mantenuta. È per questo che Bobbio afferma l’urgenza di un’istanza di carattere morale, che egli desume dall’imperativo morale: «Non uccidere». La collettività, diversamente dal singolo che ha il diritto di uccidere per legittima difesa, non dispone di questo strumento in quanto lo Stato «è troppo più forte del singolo individuo per aver bisogno di spegnerne la vita a propria difesa». La tesi di Bobbio risulta però viziata da un’aporia in quanto il suo appello a un “diritto alla vita” si scontra con le sue posizioni riguardo la guerra, in particolare con la qualificazione di “guerra giusta” data alla Prima Guerra del Golfo nel 1991. Risulta quindi lecito domandarsi perché, se una guerra nella quale si usano mezzi di distruzione di massa e si fa strage di migliaia di persone può essere “giusta”, non può esserlo l’impiccagione di un assassino?

 

Sembra quindi impossibile determinare se la pena di morte sia giusta oppure no, dato che i due opposti schieramenti partono da basi assiomatiche diverse e quindi molto difficilmente ci potrà essere mediazione tra le parti, riducendo quest’argomentazione a un dialogo tra sordi. Ma anche l’analisi utilitaristica, quando applicata, risulta estremamente complessa: date le grandi differenze tra luoghi e tempi diversi, un’analisi di tipo “economico” non porterà a soluzioni definitive poiché gli scenari non rispettano la condizione ceteris paribus e le conclusioni dell’analisi potranno basarsi solo su sensazioni soggettive. L’unico argomento valido rimasto a disposizione sembra quindi essere quello della sensibilità, del senso dell’inaccettabile, della fisica repulsione: «la sentenza capitale spezza l’unica solidarietà umana indiscutibile, la solidarietà contro la morte, e non può essere legittimata che da una verità o da un principio che si ponga al di sopra degli uomini». La pena di morte è quindi intimamente collegata ad un potere religioso e infatti la Chiesa cattolica ha autorizzato la pena capitale in casi di estrema gravità, fino a superare nel 2018 con un rescritto del suo Catechismo la precedente posizione.

 

Bisogna tuttavia far notare che l’opposizione netta tra abolizionisti e antiabolizionisti è semplicistica, soprattutto nelle fasi iniziali del processo.

All’epoca di Beccaria non ci si limitava a contestare la pena capitale in sé, ma anche e soprattutto i supplizi e la pubblicità che la accompagnavano. Veniva inoltre richiesto che la pena di morte si limitasse ad alcuni reati gravi, specificatamente determinati. In precedenza, questo tipo di uccisione legale veniva infatti utilizzata per sanzionare un gran numero di reati, anche perché l’autorità mancava di altri strumenti di punizione ritenuti validi o efficaci. Sembra tuttavia che nelle società prestatali le esecuzioni fossero perlopiù eseguite in segreto e senza un’accurata cerimonia. Fu quindi l’emergere degli Stati sovrani ad alterare questa pratica fino ai metodi descritti da Foucault in Sorvegliare e punire per l’uccisione di Damiens nel 1757, associando la pena di morte ad una serie di torture e degradazioni fisiche e spirituali che ci vengono alla mente quando pensiamo erroneamente ad essa come ad uno strumento medievale. Negli Stati sovrani all’inizio della modernità, la pena capitale non rappresentava solo uno strumento di politica criminale, ma era anzi uno strumento politico vero e proprio. Essendo gli Stati spesso instabili e dovendo il sovrano contendere il proprio potere con le forze del mondo feudale che stava cercando di domare, la pena di morte «divenne prerogativa delle autorità statali che la usarono per affermare il loro monopolio sulla violenza legittima e […] l’esecuzione di queste pene acquisì più visibilità pubblica, […] dato che i nuovi Stati cercarono di usare tattiche tali da suscitare shock e timore per impressionare la popolazione e terrorizzare i nemici». Bisogna quindi sottolineare che il crimine all’epoca non rappresentava solo un’offesa del rapporto tra privati, ma anche e soprattutto un’offesa diretta al re che aveva emanato le leggi violate e a Dio in quanto il criminale era inscindibilmente anche un peccatore. I reati puniti più pesantemente non erano, di conseguenza, gli omicidi o il furto, ma il tradimento e il regicidio. Fu dunque solo con la pacificazione e la stabilizzazione degli Stati e con il passaggio da una monarchia feudale ad una illuminata che i funzionari dello Stato rappresentarono le esecuzioni come un mezzo di consolidamento del diritto e non di manifestazione del potere. Modificando gli scopi che essa si proponeva - non più giustizia regale, ma protezione della sicurezza pubblica -, l’istituto dell’uccisione statale perse i suoi punti d’appoggio, andando quindi incontro alle critiche abolizioniste a cui si è accennato precedentemente.

 

Fu quindi dalla fine del XVIII secolo che la pena di morte venne sempre più limitata e sostituita dalla prigione disciplinare, che rispondeva meglio ai nuovi obiettivi della giustizia penale. Inoltre, per giustificare l’utilizzo ulteriore della pena capitale, la figura del criminale dovette mutare profondamente: se nel periodo precedente il criminale era comunque un membro della popolazione e a volte la sua storia veniva celebrata facendolo diventare un elemento che si opponeva allo status quo tra le diverse classi, nella tarda modernità venne dipinto come un essere irrecuperabile che con le sue azioni si era posto al di fuori del patto sociale, giustificando quindi la sua eliminazione. Inoltre, l’esecuzione cessò di essere pubblica e si spostò all’interno delle carceri dove solo pochi testimoni potevano assistere e in ogni caso venne vietato di condividere all’esterno immagini e video. In più, lo spostamento dell’esecuzione all’interno del carcere e lo svolgimento amministrato centralmente dal governo nazionale causarono l’allontanamento della stessa dalla comunità dove era stato compiuto il crimine, riducendo ulteriormente la componente emotiva della giustizia. Infine, l’esecuzione della sentenza non fu più accompagnata da supplizi, ma si cercò di rendere il processo il più spedito, meno doloroso e disordinato possibile, utilizzando inizialmente strumenti come la ghigliottina e l’impiccagione, successivamente la fucilazione, la camera a gas o la sedia elettrica e attualmente l’iniezione letale, confermata recentemente da diverse sentenze della Corte Suprema (Baze v. Rees; Glossip v. Gross; Bucklew v. Precvthe) come un metodo non anticostituzionale di esecuzione relativamente all’VIII Emendamento che garantisce contro cruel and unusual punishment. Si può allora osservare che «la storia della pena capitale americana è, nello schema e nell’orientamento complessivi, molto simile a quella delle altre nazioni europee. […] Per buona parte degli ultimi duecento anni, l’America e le altre nazioni occidentali hanno marciato al passo, limitando sempre di più, perfezionando e riducendo l’uso della pena di morte». Ma allora, perché l’equilibrio finale sembra essersi fermato su posizioni così contrastanti?

 

Innanzitutto, mentre gli Stati europei sono riusciti a monopolizzare l’utilizzo della violenza legale, gli Stati Uniti hanno parzialmente fallito in questo, a causa del diritto dei cittadini di detenere armi protetto dal II Emendamento della Costituzione. Inoltre, la decisione di sanzionare un crimine con la pena capitale non è totalmente indipendente dalla comunità dove questo si è verificato, sia perché le giurie delle contee, il livello a cui si giudicano la maggior parte dei crimini, sono popolari, sia perché le cariche che potrebbero opporsi all’esecuzione (e.g. il governatore con la possibilità di concedere la grazia) sono eletti e difficilmente comprometterebbero la loro carriera politica per questo tipo di questioni. Per di più, la giustizia penale negli Stati Uniti è gestita a livello statale e non federale, rendendo quindi complessa dal punto di vista effettivo una svolta abolizionista del governo di Washington D.C., dato che ogni Stato è estremamente geloso della propria autonomia. Ciò è stato invece possibile negli Stati europei, dove i governi e i parlamenti nazionali hanno molto più spazio di manovra, rendendo sufficiente un atto del potere centrale anche se non condiviso dalla maggioranza della popolazione.

 

Infine, bisogna spiegare perché in Europa le reazioni all’abolizione non sono state veementi e si sono spente molto velocemente, mentre negli Stati Uniti, in seguito al tentativo operato dalla Corte Suprema nel caso Furman v. Georgia nel 1972, hanno ripristinato la pena capitale prima emanando nuove leggi a livello statale che rispettassero le indicazioni della suddetta sentenza e poi sono tornati sui propri passi con la sentenza Gregg v. Georgia del 1976, aumentando anzi il numero di esecuzioni poste in essere nel corso degli anni '80-'90 prima di invertire nuovamente la tendenza con l’avvento del nuovo millennio. Nonostante alcuni autori (e.g. F.E. Zimring e J.Q. Whitman) ripercorrano l’intera storia statunitense e cerchino in essa una spiegazione a livello culturale (rispettivamente i linciaggi nell’Ottocento piuttosto che una propensione a degradare i soggetti che non si adeguano agli standard sociali dominanti), altri sostengono che sia necessario concentrare l’analisi sulla storia recente del paese, in particolare sulla proposta di un utilizzo della pena di morte come arma fondamentale nella guerra alla criminalità, avanzata inizialmente da Nixon durante la campagna presidenziale del 1968 con lo slogan «legge e ordine» e poi riproposta in tutte le campagne successive. Infatti, in seguito allo spostamento della classe media nelle periferie, successivo alla Seconda Guerra Mondiale, questa iniziò a temere per sé e per i propri cari quando la criminalità aumentò nel corso degli anni '60 e '80, sentendosi maggiormente distante dai vicini e dalla polizia che quando abitava in città. Inoltre, la cultura popolare partecipò attivamente alla creazione di questa paura tramite libri e film rendendola ancora più vivida. Ciò si riflesse di conseguenza in un aumento delle esecuzioni fino alla fine degli anni '90.

 

L’attuale tendenza negativa di crescita sembra invece poter essere spiegata da un ridotto tasso di criminalità; dal miglioramento delle tecniche investigative che, tramite l’utilizzo del DNA nelle indagini, producono un effetto deterrente maggiormente avvertito dalla popolazione; dalla crisi economica che si è abbattuta inizialmente sugli Stati Uniti e poi sul mondo intero riducendo le risorse per i molto costosi processi capitali. Per concludere, difficilmente il dibattito sulla pena di morte negli Stati Uniti terminerà in tempi brevi e senza polemiche dati i diversi fattori culturali in gioco, ma, quando ciò accadrà, si potrà dire che saranno diventati un paese più egalitario e rispettoso dei diritti umani.

 

Per saperne di più:

C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, ed. Feltrinelli, Milano 2018.

N. Bobbio, L’età dei diritti, ed. Einaudi, Torino 2014 (in particolare i due saggi Contro la pena di morte e Il dibattito attuale sulla pena di morte).

A. Camus, Riflessioni sulla pena di morte, ed. Bompiani, Milano 2018.

P. Costa (a cura di), Il diritto di uccidere. L’enigma della pena di morte, ed. Feltrinelli, Milano 2010.

M. Foucault, Sorvegliare e punire, ed. Einaudi, Torino 2014 (per una spiegazione dell’origine e dello sviluppo della prigione, più che per un testo esclusivamente sulla pena di morte).

D. Garland, La pena di morte in America. Un’anomalia nell’era dell’abolizionismo, ed. il Saggiatore, Milano 2013.

J.Q. Whitman, Harsh justice: criminal punishment and the and the widening divide between America and Europe, ed. Oxford University Press, Oxford-New York 2003.

F.E. Zimring, La pena di morte. Le contraddizioni del sistema penale americano, ed. il Mulino, Bologna 2009.

 

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