7 dicembre 2018

Il modello dell'inclusione e la realtà della città multietnica

di Nemola Zecca

«Ex nihilo nihil fit» (Niente nasce dal nulla), si legge tra i versi del De rerum natura di Tito Lucrezio Caro. Quel che il poeta epicureo affermava nel lontano I secolo a.C., così postulando l’eternità della materia, si ritiene possa essere oggi metaforicamente funzionale alla considerazione critica di alcuni eventi che, dal 2016 in particolare, hanno caratterizzato lo scenario politico globale. Dalla Brexit nel Regno Unito, seguita nello stesso anno dall’elezione di Trump, al refendum in Catalogna del 2017, fino a giungere alla graduale – sebbene sempre più massiccia – avanzata di partiti sovranisti ed euroscettici, chi dichiaratamente, chi no. Per ciascuno di questi eventi, l’insofferenza nei confronti di istituzioni centralizzate (prima fra tutte, l’Unione Europea) si accompagna spesso ad un’esaltazione dell’ideologia nazionalista, che, mal adattandosi ad una circoscritta e analitica definizione, non è raro venga spesso asservita alle dinamiche di una perversa propaganda.

 

L’idea che uno Stato, autogovernandosi, riesca ad arginare i rischi di una politica economica globalizzata, che la crisi del 2008 ha rivelato essere sempre più difficilmente controllabile, è l’illusione ricorrente di quanti confidano in un’ideologia tanto sottile quanto poco strutturata. Ne deriva la costituzione di patrie sempre più chiuse e rancorose, dove un individualismo non virtuoso dilaga e male si adatta a logiche di inclusione comunitaria. Ciononostante, in un mondo che mai come oggi sembra incarnare la sfida al pregiudizio, nata dalla necessità di condividere con l’Altro il proprio tempo e il proprio spazio, la polietnia e il pluralismo culturale si presentano quali realtà ineludibili all’interno della società.

 

Risulta, a questo punto, inevitabile una riflessione sul concetto di confine, spesso erroneamente associato al limitato campo delle politiche territoriali. «Vorrei sapere se esisto o non esisto! (…) Per voi l’esistenza di un uomo non conta affatto! Conta solo la sua carta d’identità. (…) Il mondo va avanti con la legge, le carte, i regolamenti. Molto presto ci vorrà un permesso per vivere (…) e per poter respirare!», declama Fernandel al cospetto delle guardie poste a controllo della frontiera Italia – Francia, dopo aver scoperto d’esser stato concepito esattamente sulla linea del confine tra le due nazioni. Il monologo, tratto da La legge è legge (1958) di Christian-Jaque e rimasto tra i più celebri della storia del cinema, presenta il confine quale limite di conservazione di un’identità, stimolando – così – la riflessione sulle pluralità problematiche che tale concetto trascina con sé. Un elemento identitario, d’altra parte, è definito tale poiché, includendo qualcuno, inevitabilmente esclude qualcun’altro. Alla luce di questo, risulta evidente come la proposta di un modello di salvaguardia del pluralismo non possa prescindere dal chiedersi quale sia il punto d’unione perfetto tra integrazione e identità.

 

Nell’Italia degli anni ‘60, la riflessione critica sul sociale e i suoi servizi, finalizzata alla realizzazione di una democrazia sostanziale, che andasse al di là della semplice formalità e che ponesse al centro della sua effettiva realizzazione il valore inalienabile della persona, stimolò l’emergere di una certa sensibilità politica, oltre che culturale, sul tema in questione. La ricerca di un’unità relazionale tra pari, che limitasse l’emarginazione sociale e da cui, poi, sarebbe scaturito un inevitabile spirito di forte competitività, si tradusse in uguaglianza di trattamento, che sulla base dell’assimilazione – propria, tra l’altro, della visione colonialista europea – si sostanziò nell’assoluta neutralità dello Stato, nonché nella sua totale assenza anche nella promozione della libertà e del benessere dei singoli. Non è questa la sede per analizzare le criticità connesse ad un tale sistema unitario di appartenenza, né tanto meno per affrontare le contingenze che lo misero in discussione. Quel che qui ci si limita a fare è proporre un piano di integrazione alternativo all’amalgama eterogeneo del melting pot, che, attraverso l’equilibrio tra tutela dei diritti della persona e logica di inclusione comunitaria, resti esente dal rischio di omogeneizzazione sociale e incomunicabilità tra culture.

 

L’urgenza di dare vita ad un modello così intenzionalmente finalizzato è ancor più avvertita se si considerano i numerosi casi giudiziari che, rendendo palese la mancanza del basilare principio di certezza del diritto, evidenziano l’esigenza di un dialogo tra istituzioni e culture, oggi assente. A tal proposito, è bene richiamare alla memoria una sentenza emessa dalla Supreme Court nel 1967, e che molto fece discutere. Protagonista era una donna di religione ebraica ortodossa che, salita su una seggiovia priva di sorveglianza assieme ad un amico, si vide costretta dalla vincolatività di una norma del suo gruppo (che le vietava di trascorrere la notte con un uomo) a gettarsi giù, in seguito ad una imprevista chiusura dell’impianto al tramonto, così provocandosi gravi lesioni. Il fatto che la Corte statunitense decise di conferire il risarcimento alla vittima non per la mancanza di controllo dell’impianto in moto, bensì per il salto volontario cui questa fu costretta, evidenzia come un principio fondamentale quale quello della libertà individuale sia entrato in contrasto, se non in subordine, rispetto a norme elitarie e prive di valenza statale. Ammettere, come in questo caso, l’incapacità di prevedere l’applicabilità della norma significa constatare il bisogno di fare dello Stato e delle sue istituzioni gli elementi strutturali del corpo sociale, e in questo integrati.

 

Quel che si sollecita è un vero e proprio rimodellamento del contesto che, facendo leva sulle capacità potenziali di un territorio, realizzi una relazione inclusiva tra le diverse entità del corpo sociale, ciascuna caratterizzata da propri confini. Quel che nell’integrazione diventa fusione e, dunque, negazione della differenza, nell’inclusione diventa preservazione dell’identità, pur nel riconoscimento della reciproca appartenenza di elementi comuni alle entità sociali.

 

È evidente che l’inclusione, vista quale frutto di una relazione piuttosto che di un’identità a sé stante, presupponga la promozione di azioni di tutela delle specificità, per le quali la città multietnica si presenta come il terreno di interazione migliore. Sfruttando il potenziale comune alle diverse entità performative del corpo sociale e sullo sfondo di una garantita legalità internazionale a tutela della dignità umana, la città multietnica si pone come strumento ideale per porre fine all’affannosa rincorsa all’integrazione spontanea e per impedire reazioni folli ad una marginalità sociale oggi sempre più sofferta.

 

Per saperne di più

Per una panoramica generale sul pluralismo identitario e i nuclei problematici ad esso connessi si rimanda alla consultazione del saggio Relativismo e differenza culturale di Leonardo Marchettoni, pubblicato nel 2012 dalla casa editrice Nuova Cultura per la collana Cross Roads.

Per un approccio di carattere meno filosofico e più vicino alla casistica si consiglia il volume Teoria politica e democrazia. Dal passato al futuro, a cura di Luigi Bonanate, edizioni Franco Angeli, 2011. I 18 saggi in esso presenti ben colgono, alla luce di diverse prospettive, le dimensioni problematiche della teoria politica applicata alla democrazia.

 

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