20 marzo 2020

La natura giuridica dei prodotti dell’automazione contrattuale

 

Quotidianamente ciascun essere umano intesse relazioni, dal contenuto più disparato, con altri individui, siano essi umani, animali o creazioni artificiali. Sotto il profilo economico-giuridico, la relazione intercorrente fra due soggetti, se regolata dall’ordinamento giuridico e se suscettibile di valutazione economica, prende il nome di rapporto giuridico patrimoniale.

 

La creazione, la regolamentazione, la modificazione fino anche all’estinzione di tali rapporti, generalmente, avviene tramite l’accordo fra le parti che, in termini giuridici, prende il nome di contratto , definito da autorevole dottrina come « lo strumento per realizzare determinati interessi delle persone attraverso la produzione di appositi effetti giuridici » .

 

Il contratto rappresenta, quindi, per il privato, un mezzo di trasferimento della ricchezza, nella sua duplice forma di bene e di servizio, nonché un mezzo indispensabile per il funzionamento del sistema economico concorrenziale, poiché permette ai privati di operare sul mercato, di impegnarsi in maniera giuridicamente rilevante nei confronti di altri soggetti, obbligandosi a dare, fare o non fare qualcosa. In realtà, il mero raggiungimento dell’accordo (c.d. conclusione del contratto ) di per sé non è idoneo a soddisfare l’interesse delle parti che l’hanno stipulato, rendendo necessarie ulteriori azioni, destinate a dare esecuzione al contratto ( atto\i di mera esecuzione ).

 

Per rendere più chiaro quanto si sta descrivendo, si pensi allo scambio fra Tizio e Caio: il primo titolare di un negozio di abiti sartoriali, il secondo intenzionato ad acquistare un completo per una serata di gala. Dopo varie prove, trovato l’abito, Caio paga a Tizio la somma di € 140,00, a titolo di acconto per il vestito, prevedendo di passare a ritirarlo la settimana successiva, una volta eseguiti gli aggiusti a cura del venditore e, in quella circostanza, saldare il conto, pagando gli ulteriori € 760,00. 

 

Semplificando, al termine della contrattazione, Tizio e Caio hanno parzialmente soddisfatto i loro bisogni ma, per quanto detto sino ad ora, che cos’è avvenuto sotto il profilo giuridico?

 

Il venditore e il compratore hanno concluso un contratto di compravendita, attraverso il quale il primo ha ceduto al secondo, sin dal momento dell’accordo, la proprietà del bene acquistato, verso il corrispettivo di un prezzo di € 900,00 (€ 140,00 a titolo di acconto e € 760,00 a saldo). Il contratto si è così concluso, ma gli interessi che ne hanno determinato la stipulazione non sono stati ancora integralmente soddisfatti: di ciò l’ordinamento è consapevole e, per queste ragioni, pone in capo alle parti obblighi specifici: quello di pagare il prezzo residuo in capo all’acquirente, quello consegnare il bene in capo al venditore. Soltanto all’esito del pagamento e della consegna del bene ( atti di esecuzione del contratto ), Tizio e Caio potranno considerarsi soddisfatti anche dei propri interessi metagiuridici (c.d. interessi materiali).

 

Ora, continuando sulla falsariga delle vicende giuridiche cha hanno interessato Tizio e Caio, si può comprendere come i momenti salienti di una comune relazione contrattuale siano essenzialmente due: quello conclusivo dell’accordo, produttivo di effetti nel solo mondo giuridico ( conclusione del contratto ) e coincidente, nell’esempio, con la manifestazione reciproca della volontà delle parti di cedere e acquistare il vestito alle condizioni pattuite, e quello dell’ esecuzione , inteso come l’insieme dei comportamenti (custodia del bene, esecuzione delle modifiche sartoriali, pagamento del prezzo totale e consegna del vestito) posti in essere dalle parti nel mondo reale, necessari per adeguare questo a quello giuridico.

 

In assenza di tali comportamenti, infatti, lo scollamento fra i due mondi (c.d. inadempimento contrattuale ) potrebbe essere ricucito soltanto ricorrendo a soggetti terzi, pubblici o privati, dotati di appositi poteri decisori, con relativo aggravio di costi diretti (spese di giudizio) ed indiretti (rallentamenti nelle transazioni, necessità di intermediari, maggiori cautele nella stipulazione e determinazione del contenuto di contratti relativi a situazioni non complesse).

 

L’esigenza economica di favorire la conclusione e l’esecuzione dei contratti, da una parte, nonché quella di ridurre, se non eliminare, le situazioni di incertezza e d’inadempimento dall’altra, hanno, infatti, spinto a ricercare, con crescente interesse, strumenti tecnologici che potessero favorire non solo la circolazione in senso stretto della ricchezza ma anche agevolare, accelerare o sostituire tutte o solo alcune fasi del rapporto contrattuale. Proprio in questa tendenza si è fatta strada la cosiddetta automazione contrattuale , catalogabile in almeno tre livelli.

 

Innanzitutto, si pensi a tutti quei macchinari, come i distributori automatici di carburante,  merendine, bevande e snacks che permettono l’interazione a distanza fra soggetti giuridici mossi da interessi convergenti (si pensi al gestore della stazione di servizio e all’automobilista, al produttore di snacks e allo studente - lavoratore in pausa) nonché l’immediata esecuzione dell’accordo raggiunto. Dal punto di vista giuridico, tali automazioni permettono una prima rudimentale relazione uomo-macchina, in cui la seconda si pone come interfaccia agevolatrice dell’esecuzione contrattuale, come mera rappresentazione ai soggetti interessati delle condizioni e delle volontà già predeterminate dai soli esseri umani (generalmente imprenditori ) che se ne servono.

 

Con l’incedere dello sviluppo tecnologico, poi, anche la relazione uomo – macchina è andata evolvendosi, acquisendo maggiore complessità e producendo un secondo livello di automazione. Appartengono a questa categoria, su tutti, i cosiddetti smart contracts , teorizzati nel 1994 dal giurista-informatico Nick Szabo, che favoriscono l’ulteriore virtualizzazione dei rapporti contrattuali.

 

A scanso di equivoci, e con l’intento di fornire una descrizione quanto più comprensibile dell’innovazione in esame, con tale (infelice) dicitura ci si riferisce a particolari protocolli informatici - software contenenti insieme di informazioni ed istruzioni scritte in linguaggio informatico, operanti sulla base del meccanismo if-then-else - che, alla presenza di determinati input , auto-eseguono gli ordini pre-codificati dal programmatore, realizzando l’ output desiderato.

 

Invero, taluni (a ragione) hanno osservato come non si tratti né di uno strumento tecnologico smart (non è intelligente, trattandosi di un normale protocollo informatico che si esegue nel momento in cui riceve l’input necessario) né di un contratto (non è un accordo, bensì un software informatico programmato per dare seguito a un determinato protocollo, producendo un dato risultato, molto spesso una transazione di prodotti finanziari o virtuali).

 

Dal punto di vista pratico, prendendo in prestito le osservazioni di S. A. Cerrato, il meccanismo di funzionamento di uno smart contract può essere suddiviso in quattro fasi: la fase di scrittura del programma in linguaggio informatico (unico momento in cui è possibile modificare o correggere il contenuto del rapporto che vincolerà le parti); la fase di trascrizione nel registro diffuso (con tale intendendosi, su tutti, quelli operanti su sistemi blockchain, in cui l’intero codice informatico viene registrato e firmato da una generalità di soggetti certificatori, rendendolo così certo e immodificabile); la fase di auto-esecuzione (in cui, al ricorrere di una o più circostanze individuate dal redattore come presupposto dell’esecuzione, il programma si attiva, realizzando la sequenza predeterminata sino al risultato - output desiderato); infine, la fase di cessazione dell’effetto e registrazione del risultato (poiché, realizzato il risultato, lo smart contract non sparisce, bensì resta per sempre sul blocco nel quale era stato originariamente inserito).

 

Tali prodotti dell’automazione contrattuale permettono, pertanto, di estendere su larga scala, grazie alla connessione web e alla tecnologia blockchain (il cui funzionamento è ampiamente spiegato nei testi in calce, cui si rinvia), il meccanismo di esecuzione contrattuale proprio dei distributori automatici di snack, favorendo la rapidità, la stabilità, la certezza delle contrattazioni e della loro esecuzione. Il grande pregio di questi strumenti si rintraccia nel fatto che la produzione del risultato (ad es. vendi il prodotto A) si realizza soltanto alla presenza di input determinati (ad es. offerta del prezzo predeterminato per la vendita e garanzia della disponibilità del prezzo già al momento di acquisizione dell’input), di modo che l’adempimento sia garantito e la transazione eseguita in modo irreversibile. Talché, mediante il loro utilizzo, i soggetti interessati a concludere relazioni giuridiche a contenuto economico, trasferiscono ricchezza (prevalentemente dematerializzata): non a caso, infatti, ad oggi tali derivati tecnologici trovano impiego soprattutto nell’ambito delle transazioni aventi ad oggetto beni virtuali o finanziari.

 

 Ci si chiede, allora, se tali innovazioni tecnologiche abbiano introdotto un nuovo sistema di conclusione del contratto o se, invece, si tratti soltanto di un innovativo (e nemmeno tanto) strumento di esecuzione del contratto, inteso come accordo giuridicamente vincolante.

 

Sebbene il quesito possa sembrare un inutile esercizio di stile, la configurazione in un senso o nell’altro non è immune da conseguenze: infatti, nonostante una delle finalità proprie dell’automazione contrattuale - indipendentemente dal livello di complessità - sia quella di aumentare la quantità delle relazioni economiche riducendo il rischio di inadempimento, quest’ultimo resta insito nello scambio, considerata la potenziale presenza di bug o errori di altro genere, che inficino il funzionamento del software informatico, impedendo il raggiungimento dell’obiettivo pregresso fra le parti, che potrebbero ritenersi non più vincolate a replicare nuovamente quanto desiderato in precedenza.

 

Si pensi all’ipotesi della compravendita di un bene a distanza (per comodità, uno strumento finanziario), soggetto a enormi e costanti fluttuazioni del suo valore di scambio, che non si realizzi per il verificarsi dell’errore nella sequenza esecutiva del meccanismo if-then . Nel caso di aumento vertiginoso del valore nelle more, la parte acquirente avrebbe interesse a sostenere la già avvenuta conclusione del contratto, chiedendo di replicare la transazione. Interesse opposto, naturalmente, avrebbe il venditore che sosterebbe la mancata conclusione dell’accordo e la sua liberazione da qualsiasi vincolo contrattuale per mutate sopravvenienze, in modo da poter vendere a prezzo più alto. Quindi, se si ritiene che lo smart contract sia un semplice mezzo di esecuzione di un contratto pregresso, le parti rimaste insoddisfatte potranno ricorrere alle autorità preposte chiedendo rimedio. Invece, se si ritiene, come in alcuni casi sembra sostenersi, che il contratto intelligente si concluda nel momento stesso della sua auto-esecuzione, si potrebbe riconoscere al massimo una responsabilità precontrattuale, determinando una modifica sostanziale (se non la scomparsa) dei tradizionali concetti giuridici di adempimento e inadempimento .

 

Configurato in questi termini, lo smart contract rappresenterebbe una novità dirompente rispetto alle tradizionali categorie giuridiche, alimentando riflessioni sull’opportunità di ripensare il contemporaneo diritto dei contratti.

 

A tal proposito, di recente, con d.l. 135/2018 (c.d. decreto semplificazioni ), all’art. 8-ter, il legislatore italiano ha riconosciuto, con insolita recettività, lo status giuridico dello smart contract , qualificandolo come “un programma per elaboratore che opera su tecnologie basate sui registri distribuiti e la cui esecuzione vincola automaticamente due o più parti sulla base di effetti predefiniti dalle stesso [idoneo a soddisfare il requisito della forma scritta]”.

 

Con tale presa di posizione, il legislatore sembrerebbe, quindi, far dipendere la conclusione (rectius vincolatività) dello smart contract dal momento della sua esecuzione, e non da quello di raggiungimento dell’accordo.

 

E proprio partendo da tale disposizione, alcuni studiosi hanno sostenuto la creazione di una nuova fattispecie conclusiva del contratto, distinta rispetto a quelle previste dagli artt. 1326 e 1327 del Codice civile. Invero, in una fase di scarsa diffusione dello strumento in esame, nonché in assenza di specifici richiami (in senso derogatorio o integrativo alle disposizioni del Codice civile) sarebbe da preferirsi la teoria secondo cui il riferimento non è all’esecuzione contrattuale bensì a quella informatica, intesa come il momento di primo input di attivazione dell’intero protocollo informatico.

 

In questa fase storica, quindi, sembrerebbe più ragionevole ritenere che lo smart contract non costituisca una nuova fattispecie di formazione contrattuale, bensì un’innovazione tecnologica che le parti possono utilizzare come veicolo per esternare il pregresso accordo giuridicamente vincolante (allo stesso modo di un foglio di carta).

 

Infine, per automazione contrattuale di terzo livello si intendono tutti quei software o robot dotati di capacità d’autoapprendimento e in grado non solo di eseguire accordi pregressi ma anche di concluderli. Visto il loro utilizzo marginale e le peculiarità specifiche, rinviando parzialmente a quanto già scritto in relazione alle ipotesi di responsabilità extracontrattuale , si osserva come la macchina (sebbene intelligente) resti, comunque, nella disponibilità dell’utilizzatore-persona fisica che se ne serve, traendo utilità, e che parimenti accetta il rischio della sua fallibilità. Anche in questo caso, quindi, almeno per ora, sembrerebbe potersi sostenere l’operatività delle tradizionali categorie giuridiche.

 

Tirando le somme, le tecnologie che hanno permesso l’automazione dei rapporti contrattuali, sebbene da una parte abbiano favorito (e favoriranno sempre più) una crescita esponenziale della quantità delle relazioni (riducendo l’esigenza di incontro fisico tra i contraenti), e della loro qualità (diminuendo drasticamente il gap fra conclusione ed esecuzione dell’accordo, abbattendo il numero di ipotesi di inadempimento); dall’altra non sembrano aver prodotto una rivoluzione di tipo giuridico: in definitiva, almeno per ora, l’ordinamento parrebbe essere comunque in grado di qualificare e regolare le smart negotiations .

 

La recente novità normatività sembrerebbe, pertanto, acquistare rilievo soltanto con riferimento all’equiparazione del linguaggio informatico alla tradizionale forma scritta, in alcun modo minando le tradizionali categorie giuridiche che, tuttavia, nel medio periodo non si esclude possano essere oggetto di un processo di revisione (auspicabilmente internazionale) volto a favorire la creazione di una disciplina giuridica unitaria degli effetti dell’automazione contrattuale.

 

 

Per saperne di più:

Finocchiaro, Il contratto nell’era dell’intelligenza artificiale in Rivista trimestrale di diritto e procedura civile , n. 6 p. 441-460, Giuffrè, 2018, Milano. De Caria, The legal meaning of smart contracts in European Review of Private Law, n. 6 p. 731-752, Kluwer Law International BV, 2019, Netherlands.

A. Stazi, Automazione contrattuale e contratti intelligenti , Giappichelli, 2019, Torino.

 

 

 

Immagine di annca da Pixabay. Libera per usi commericiali

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