13 Agosto 2018

La percezione pilotata e la realtà artefatta: la strategia della tensione tra stampa e intelligence

di Emanuele D'Amario

Tra il 1968 ed il 1974 l’Italia venne insanguinata da una lunga serie di attentati esplosivi. I più famosi: Piazza Fontana, Milano, 12 dicembre 1969, 17 morti e 105 feriti. Treno Freccia del Sud, 22 luglio 1970, Gioia Tauro, 6 morti e 54 feriti. Uccisione dei carabinieri a Peteano, 3 morti e 3 feriti. Strage della questura di Milano, 17 maggio 1973, 4 morti e 46 feriti. Piazza della Loggia, Brescia, 28 maggio 1974, 8 morti e 94 feriti. Treno Italicus, San Benedetto Val di Sambro, 4 agosto 1974, 12 morti e 44 feriti. Da diversi anni le inchieste giudiziarie raccolte nelle due Commissioni Stragi del Parlamento, sotto la presidenza rispettivamente dei presidenti Libero Gualtieri e Giovanni Pellegrino, hanno accertato che questi ordigni erano tutti legati alla trama della cosiddetta “strategia della tensione”. Tale definizione, come riporta Mirco Dondi nel suo ultimo saggio L’eco del boato, venne coniata dalla testata britannica The Observer all’indomani di Piazza Fontana e si diffuse con il best seller del giugno 1970 La strage di Stato: controinchiesta:

Questo fu da allora il nome dato a quella rete di eventi sanguinosi a loro volta inscritti nell’operazione dei servizi segreti USA il cui nome in codice era “stay behind”. Quest’ultima si prefiggeva di orientare la percezione che governi e opinioni pubbliche di paesi alleati avevano rispetto alla propria conflittualità sociale e soprattutto rispetto al “pericolo rosso”.

Tutto ciò dovette avvenire rimanendo “celati nell’ombra”, ed i mezzi attraverso i quali agire nel caso italiano furono fino al ‘74 essenzialmente due: le stragi ed i tentativi di golpe. Il perché di tutto questo sforzo organizzativo da parte dei Servizi Segreti si spiega con un rapido sguardo alla posizione molto particolare dell’Italia nello scacchiere NATO: vicina sia alla Germania, divisa tra la NATO e il Patto di Varsavia e per di più confinante con la Jugoslavia, paese sul quale governava un regime comunista, sia all’Austria, nazione neutrale. Fu in definitiva un paese di confine e, pur essendo ufficialmente nello schieramento opposto all’URSS, possedette il più grande Partito Comunista dell’Occidente, come ci ricorda Guido Crainz nel suo agile saggio Autobiografia di una Repubblica. Cercare di influenzare la percezione che l’opinione pubblica aveva della situazione politica rientrò quindi nella logica della più generica lotta al comunismo a livello globale.

 

Nel nostro Paese, tali manovre di intelligence vennero condotte da elementi dei Servizi Segreti Italiani e Statunitensi che si servivano di gruppi di estrema destra come Ordine Nuovo per piazzare gli ordigni. Come detto, accanto agli attacchi dinamitardi, la “strategia della tensione” prevedeva anche il possibile utilizzo di forze paramilitari che avrebbero dovuto attuare, o anche solo minacciare, colpi di Stato. È il caso della famosa Gladio, un’organizzazione militare irregolare, estesa a tutto il Paese, nella quale formazioni miste di militari, ex-militari e civili si addestravano per entrare in azione nel caso di una vittoria elettorale comunista o di una invasione dell’URSS. Il segreto sulla sua esistenza è stato mantenuto da Giulio Andreotti fino al 24 ottobre 1990; tutto ciò in barba alla Costituzione che, all'articolo 18, vieta le associazioni segrete. Secondo quanto è emerso dalle analisi dei magistrati tanto l’uso degli ordigni, quanto la minaccia di un golpe altro non erano che strumenti di lotta politica. Sergio Calore e Vincenzo Vinciguerra, due terroristi neri, nella requisitoria al giudice Gianpaolo Zorzi affermano che «gli attentati sono una forma di riequilibrio degli assetti di potere».  

 

Il loro fine era quello della guerra psicologica. Ciò che contava non era tanto il numero di vittime o l’entità dell’obiettivo colpito ma, citando il titolo del volume di Mirco Dondi, L’eco del boato. L’eco del boato è tutto ciò che segue alla detonazione dell’ordigno, l’onda d’urto mediatica che esso produce, invadendo sia l’agenda delle principali forze politiche, sia la vita dei singoli cittadini. Finalità ultima non solo quella di turbare il clima politico del Paese ma, soprattutto, far ricondurre ad arte le responsabilità delle stragi a frange dell’estrema sinistra.

 

Uno dei più famosi tentativi di depistaggio passerà alla Storia come la “pista anarchica”, una teoria investigativa che tentò di sfruttare il passato terroristico che questo movimento aveva avuto tra fine Ottocento ei primi del Novecento. È il caso dell’anarchico Valpreda, accusato ingiustamente dei morti di Piazza Fontana. Questo dunque uno degli obiettivi, attribuire colpe costruite ad hoc ad una delle parti in gioco per screditarla agli occhi dell’opinione pubblica e, tramite uomini-ponte che avevano contatti con giornali come Il Borghese, o con agenzie di stampa come l’Ansa, martellare l’opinione pubblica mediaticamente al fine di battere la sinistra alle urne. Altro obiettivo delle stragi era quello di forzare la mano al governo per costringerlo ad emanare leggi speciali per colpire le estreme frange della sinistra o, addirittura, ad instaurare un regime militare, come era avvenuto in Grecia, Spagna e Portogallo.

 

Gli attentati dovevano spingere l’opinione pubblica a stringersi attorno alle istituzioni e alla Nazione messa sotto assedio dai “terroristi rossi” per rendere più solida la maggioranza di centro alle Camere ed indebolire il fronte delle sinistre, al fine di ridurre nella politica italiana il peso di partiti anti-NATO. Gli attentati continuarono anche dopo che larga parte dell’opinione pubblica iniziò ad avere forti dubbi sulla paternità rossa delle stragi; tuttavia, col venir meno della credibilità costruita da alcuni ambienti investigativi e di informazione, alle bombe sui treni e nelle piazze si affiancò la minaccia del golpe, la quale doveva servire da minaccia tangibile per intimidire gli ambienti favorevoli alla sinistra. Sino alla controinchiesta del giugno 1970 infatti, i reticoli paramilitari erano rimasti pressoché dormienti. Da quell’estate invece il fantasma del colpo di Stato iniziò ad aleggiare sul paese, preoccupando parecchi intellettuali di sinistra e militanti. Espressione paradigmatica di ciò è il libretto scritto da Giangiacomo Feltrinelli nell’estate del ’69 Persiste la minaccia di un colpo di Stato in Italia. C’è da dire però, che la filosofia dell’operazione “stay behind” poco si accostava alla possibilità di un colpo di Stato. Il motto dell’operazione era infatti “destabilizzare per stabilizzare” ed il loro fine ultimo consisteva in un rafforzamento di un centrismo guidato discretamente, non in una autoritaria e roboante presa di potere, che avrebbe probabilmente fatto venire alla luce responsabilità che gli USA non volevano farsi attribuire. Come sintetizza efficacemente Angelo Ventrone nel suo libro Vogliamo tutto:

«[...] negli ultimi anni molti osservatori hanno abbracciato l’idea che la strategia della tensione avesse un obiettivo più limitato e che si servisse del neofascismo come semplice manovalanza per un disegno di cui probabilmente quest’ultimo non era neanche consapevole: isolare la sinistra, allontanare il PCI dall’area di governo (senza metterlo fuori legge) e spingere verso una soluzione moderata (non dunque autoritaria, o addirittura parafascista) che ponesse fine alle fibrillazioni da cui il paese era attraversato già da diversi anni» (Angelo Ventrone, Vogliamo tutto, Laterza, 2015).

Per questa ragione i due più famosi tentativi di colpo di stato avvenuti in Italia, quello del dicembre 1970, il cosiddetto golpe Borghese, dal nome del promotore Junio Valerio Borghese, ed il golpe del 1974, il cosiddetto golpe bianco, promosso da Edgardo Sogno, ex leader dei partigiani bianchi, sono stati riconosciuti dagli storici come tentativi abortiti.

 

La macchina del colpo di Stato infatti era stata fatta scattare ed arrestata poi all’ultimo momento, come fosse stato un ammonimento che doveva ricordare alla classe politica italiana come alcuni ambienti vedevano un possibile ingresso dei comunisti nell’area di governo. La prima fase della “strategia della tensione” ebbe fine nel 1974, quando fu chiaro che tanto gli attentati, quanto le minacce di golpe non stavano servendo lo scopo, poiché la filosofia del “destabilizzare per stabilizzare” non solo non aveva portato ad un rafforzamento del centro a dispetto delle sinistre, ma aveva minato la credibilità dello Stato stesso, che sarebbe dovuto passare per il difensore della libertà democratica attaccato dagli estremisti rossi, mentre passò piuttosto per una istituzione accusata di essere connivente con gli stragisti, assassina ed accusatrice di innocenti.

 

Ecco una testimonianza riportata da Donatella Della Porta in un suo fondamentale saggio Il terrorismo di sinistra, nella quale un testimone racconta della messa al Duomo di Milano per i morti di Piazza Fontana:

«L’interesse era nato alcune settimane prima, perché c’è lo sciopero per la bomba di piazza Fontana [...] si andò tutti in Piazza Duomo, dove c’era la manifestazione proprio di popolo, e ci fu la messa, e ricordo che andai alla messa, cioè faticosamente entrai in Duomo, dove c’erano queste bare. Era giusto lì in Italia, contro chi faceva la strage di stato, mettere in piazza la violenza» (Il terrorismo di sinistra, Donatella della porta, Il Mulino, 1990).

Come già detto, l’insieme di tutti questi fattori portò ad un progressivo spostamento a sinistra dell’opinione pubblica, ma non solo. L’idea di uno Stato stragista fu una delle ragioni dell’atteggiamento di giustificazione, o addirittura di simpatia, che alcuni ambienti sociali mostrarono nei riguardi del terrorismo rosso, che secondo la vulgata farà proprio nel 1974 la sua comparsa più drammatica, sebbene il primo episodio di lotta armata sia stato il sequestro dell’imprenditore Gadolla a Genova, il 5 ottobre 1970.

 

Questa comparsa per alcuni non fu affatto casuale. Da tempo Servizi Segreti italiani e USA infatti erano a conoscenza di molte delle attività degli estremisti di sinistra, che avevano preso ad armarsi. Per questo oggi la stagione del terrorismo rosso viene considerata da molti storici come una prosecuzione della strategia della tensione. Una farsa che aveva cambiato attori, ma non i propri obiettivi.

 

 

Per saperne di più:

Per approfondire le relazioni tra intelligence, stampa ed opinione pubblica si rimanda a Mirco Dondi: “L’eco del boato: storia della strategia della tensione 1965-1974” (Laterza, 2015). Lavori fondamentali sul terrorismo in quegli anni sono senza dubbio i saggi di Donatella Della Porta: “Il terrorismo di sinistra” (Il Mulino, 1990), “Il terrorismo in Italia” (Il mulino). Mentre per uno sguardo più culturalista al decennio 1968-78 si consiglia Angelo Ventrone “Vogliamo tutto” (Laterza, 2015).

 

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