13 febbraio 2019

Il nudge ci renderà migliori? Una rivoluzione gentile nel campo delle decisioni

di Nicole Casali

La teoria dei nudge, termine traducibile in italiano come “pungolo”, ha rivoluzionato l’economia classica e contribuito al consolidarsi di un nuovo campo del sapere, l’economia comportamentale. Un nudge è, in sostanza, un intervento che indirizza una scelta in modo più positivo alterando il contesto in cui essa viene presa. Dalla sua definizione ad oggi ha acquisito sempre più rilevanza, tanto da valere il Premio Nobel per l’Economia 2017 proprio al suo ideatore, il professor Richard H. Thaler (Premio Nobel per l’economia 2017). Ma cosa rende questo approccio così innovativo? Ripercorriamo le sue origini con esempi pratici per comprenderne portata e potenzialità.

 

Siete al Bancomat sotto casa e vi accingete a prelevare. Una volta erogate le banconote, sullo schermo appare una domanda: “Stampare la ricevuta?”. A sinistra un SÌ, a destra un NO, con l’immagine di un globo terrestre verdazzurro e la didascalia “Scelta ecologica”. Avete, vostro malgrado, appena fatto conoscenza con un nudge, o se non amate i forestierismi, con un “pungolo”. Nulla di strano, considerato che da qualche anno è un trend che fa parlare di sé in economia e non solo.

 

Con questo termine gli economisti comportamentali Richard H. Thaler e Cass R. Sunstein, autori dell’omonimo libro Nudge: Improving Decisions about Health, Wealth, and Happiness (2008) si riferiscono ad una serie di espedienti che permetterebbero di indirizzare le scelte delle persone in modo più razionale e soprattutto più economicamente conveniente. Nel caso del Bancomat, il “pungolo” permette di evitare lo spreco di carta e inchiostro semplicemente facendo leva sul vostro spirito ecologista.

 

Ma da dove nasce questa idea, tanto semplice quanto proficua? Gli autori prendono le mosse dalla critica al concetto di homo oeconomicus, un elemento chiave nella teoria economica classica. L’homo oeconomicus è dotato di una razionalità ferrea ed è quindi in grado di operare scelte fondate su una logica di tipo matematico-probabilistico. In altre parole, le sue scelte gli consentono di massimizzare i benefici minimizzando le risorse impiegate. Questa concezione di essere umano capace di analizzare e prevedere le conseguenze delle proprie azioni ha incontrato molte critiche, sia interne all’ambiente dello studio dell’economia da personaggi di rilievo quali Keynes (padre della macroeconomia e sostenitore del welfare state), sia esterne, da parte della psicologia cognitiva. A partire dagli anni ’70 del secolo scorso, la razionalità delle nostre scelte è stata infatti contestata dagli studi sulla cognizione sociale, ovvero l’attività mentale tramite cui gli esseri umani arrivano a conoscere il mondo sociale che li circonda.

 

Di particolare rilevanza sono state le scoperte di Tversky e Kahneman, premio Nobel per l’Economia nel 2002, in merito a quei meccanismi cognitivi oggi noti come euristiche, “scorciatoie mentali” che impieghiamo per prendere decisioni rapide a partire da un numero esiguo di informazioni. È quanto accade, ad esempio, quando incontriamo qualcuno per la prima volta e nella nostra mente si formano, in modo estremamente veloce (meno di un secondo) le prime impressioni, che pur basandosi su pochissime caratteristiche, quali aspetto fisico, modo di vestire, stretta di mano, ci permettono immediatamente di poter affermare un qualche giudizio (“mi sembra una persona simpatica”, “ispira fiducia”, “vorrei conoscerla meglio” e così via). Tale meccanismo non si verifica soltanto in situazioni quotidiane, ma anche nelle scelte economiche, in particolare quelle in condizioni d’incertezza.

 

A tal proposito, si è visto come gli investitori siano generalmente poco disposti al rischio (risk aversion) in relazione a piccole perdite, ma del tutto indifferenti a grosse perdite se legate a un basso rischio. Come spiegare questa discrepanza? Potremmo dire che essi cadono vittima della “tendenza all’ottimismo” (optimism bias) per cui si sottovaluta la possibilità che qualcosa di negativo possa accadere a noi rispetto alla probabilità che accada ad altri. Errori di questo tipo intervengono in ogni ambito, influenzando l’atteggiamento che ognuno di noi assume verso l’economia (investimenti, tasse), la salute (in termini di prevenzione) e di conseguenza i comportamenti messi in atto (dal fumo, alla donazione del sangue, all’evasione fiscale).

 

Molte di tali condotte si riflettono in vere e proprie piaghe sociali, che affliggono le casse degli Stati in un’epoca di strutturale mancanza di fondi e di continui tagli. Da qui, alcuni Paesi hanno pensato di incanalare certe tendenze sistematiche (note in psicologia come errori sistematici umani, o cognitive bias) in modo positivo, incoraggiando tramite piccole, ma efficaci accortezze, comportamenti virtuosi. Barack Obama in primis ha incaricato proprio Cass Sunstein di progettare alcuni nudge comportamentali per incoraggiare i cittadini a “fare la cosa giusta” senza essere costretti. Anche  la Gran Bretagna ha istituito una sua Nudge Unit, che si è occupata con successo di incentivare la donazione di organi. Gli esperti hanno chiesto alle persone se avrebbero voluto ricevere un organo, qualora ne avessero avuto bisogno; risposte positive a questo banale quesito sono risultate in un aumento di iscrizioni ai registri per la donazione di ben 100.000 all’anno. Ancora, a seguito di alcuni studi condotti dal Behavioural Insight Team (BIT) a Singapore, stampare le tasse sulla carta rosa tipicamente usata per la raccolta dei debiti ha portato ad un incremento del pagamento nei termini previsti tra 3 e 5 punti percentuali.

 

In conclusione, il nudging mostra come sia sufficiente ristrutturare l’architettura del contesto decisionale per agevolare scelte funzionali al benessere individuale e collettivo. È davvero così semplice? Viene infatti naturale chiedersi quale e quanto spazio rimanga per la libertà individuale di scelta. Da un lato, le pratiche suggerite (letteralmente) dal nudging si pongono come scopo principale il miglioramento della qualità di vita, in un’ottica di efficienza e massimizzazione delle risorse. Dall’altro, il “paternalismo liberale” proposto da Thaler e Sunstein rischia di rivelarsi un altro, sottile metodo di controllo e intrusione da parte del mondo economico nella libertà del singolo cittadino di decidere cosa davvero sia meglio per sé, al di là di facili trucchetti. Forse, più che di “pungoli”, ci sarebbe bisogno di porre le persone nelle condizioni di scegliere consapevolmente, sollecitando quello che Kahneman definisce “pensiero lento”, ossia il sistema di pensiero riflessivo, intenzionale e logico, che secondo le ricerche verrebbe attivato quando l’individuo pone attenzione, gli vengono forniti più elementi di giudizio e tempo sufficiente per operare la scelta. Combinando “pensiero lento” e “veloce”, potremmo rendere quasi automatiche scelte semplici e avere il tempo per ponderare decisioni più complesse.

 

 

Per saperne di più:

Per approfondire l’argomento si consigliano questi volumi: Nudge. La spinta gentile: La nuova strategia per migliorare le nostre decisioni su denaro, salute, felicità di Thaler, R., & Sunstein, C. R. (Feltrinelli, 2014) e Pensieri lenti e veloci di Kahneman, D. (Mondadori, 2012).

 

 


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