15 febbraio 2019

Democrazia e scienza: la rivoluzione dell'accesso aperto

di Carlo Ludovico Severgnini

Negli ultimi anni si è molto dibattuto circa il legame tra democrazia e scienza. Di fronte all’aumento delle voci critiche delle teorie scientifiche, alla maliziosa e frequente circolazione di scempiaggini (definirle fake news sarebbe lusinghiero) e all’impudica emersione di complottismi solo in minima parte giustificabili, molti specialisti, chiamati in causa soprattutto in ambito biomedico, si sono difesi sostenendo che la scienza non sia democratica. Tale affermazione è stata giustificata in più occasioni insistendo sul fatto che “la velocità della luce non si decide per alzata di mano”. È un fatto incontestabile che la luce abbia una propria velocità nel vuoto e nemmeno l’esercizio di voto, ritenuto il cardine della democrazia, può cambiare la situazione. Tuttavia, si potrebbe correggere così: la scienza non è demagogica, poiché non è sufficiente l'assenza di un generico diritto di voto per escluderne definitivamente il carattere democratico; infatti, la democrazia non può essere ridotta alla semplice alzata di mano indiscriminata, ma si può anzi dire che la scienza sia democratica perché i metodi impiegati nella ricerca possono differire tra loro, ma non possono prescindere dal consenso razionale e disinteressato della comunità scientifica.

 

Rimane, tuttavia, un dato preoccupante, ampiamente analizzato di recente nel blog di Scientific American   dove sono riportati numerosi sondaggi: la fiducia nella scienza e negli esperti sta calando. Quello che viene colto dal pubblico e da tanti specialisti come mancanza di democrazia e di «partecipazione della scienza» altro non è se non l’assenza di una comunicazione efficace dei risultati della ricerca scientifica, avvertiti come qualcosa di segreto, riservato agli iniziati. Ciò risulta assurdo e anacronistico nell’era del trionfo del Web, la Rete delle reti, in grado di collegare (quasi) chiunque. Già diversi anni fa esponenti di varie categorie legate al mondo dell’università e della ricerca si sono posti il problema dell’accesso alla scienza, allora limitato per la presenza di barriere economiche, sociali, legali e tecniche. Ancora oggi, comunque, molte di esse sopravvivono. Pensiamo a che cosa occorra a un medico di un piccolo comune di montagna per leggere una rivista specializzata, che molto probabilmente non rientra negli abbonamenti della biblioteca comunale. Non è stato scelto casualmente quest’esempio, che è utile a comprendere una delle ricadute della libertà di accesso all’informazione scientifica (in tal caso, estremamente limitata): come già sottolineato da Antonella De Robbio, un cittadino potrebbe (o meno) voler leggere un articolo scientifico riguardante determinate patologie, ma sicuramente vorrebbe che il proprio medico curante avesse la possibilità di tenersi aggiornato rispetto al progredire della scienza e della tecnica svolgendo così il proprio lavoro con maggior efficacia. Negli Stati Uniti si è anche affermato il principio dell’accesso del contribuente: la maggior parte della ricerca è finanziata con soldi pubblici, perciò i contribuenti hanno il diritto di accedere a essa.

 

La neutralizzazione delle difficoltà legate alla reperibilità e alla fruizione dell’informazione scientifica è l’obiettivo dichiarato dell’Accesso Aperto (Open Access in lingua inglese), il movimento internazionale di cui accennavamo poco sopra. È difficile delineare una storia precisa di una compagine che non si è mai costituita come blocco unitario, essendo un mosaico di diverse iniziative, istituzioni, progetti e persone che in tutto il mondo si sono impegnate nel corso degli anni. Sicuramente possono essere rintracciati dei pionieri nell’epoca pre-Internet, quali il progetto “Common Knowledge” e la rivista del movimento letterista Potlatch, tentativi (risalenti agli anni ’50 del Novecento) di rendere di pubblico dominio produzioni scientifiche e artistiche. L’Accesso Aperto online è, però, qualcosa di più che l’aggiornamento con mezzi tecnologici migliori delle stesse istanze.

 

La necessità di condividere sapere e informazioni di fronte a una produzione scientifica sempre più vasta e più costosa trovò una prima valvola di sfogo nei forum, nei newsgroup e nelle newsletter, mezzi che cominciarono a proliferare negli anni ’80 e che videro il loro periodo di massimo splendore tra il 1995 e il 2007. Queste soluzioni informali, gratuite per gli utilizzatori, non potevano soddisfare pienamente il pubblico, visto che la circolazione era molto limitata e comportava una serie di azioni al limite della legalità, percepite come pirateria. Negli stessi anni, i bibliotecari di varie università (principalmente nordamericane) lanciarono per primi l’allarme della crisi in atto: il costante aumento del numero di riviste e case editrici specializzate, unito al tasso di crescita del costo degli abbonamenti e delle monografie (di gran lunga superiore al tasso di inflazione), non poteva più essere sostenuto dalle biblioteche, i cui bilanci preventivi rimanevano sostanzialmente gli stessi nel tempo. Ironia della sorte, si generava una forte riduzione della possibilità di informazione, poiché gran parte del materiale non poteva essere acquisito o risultava non conservabile (ricordiamoci che erano tutti contributi stampati).

 

Alcuni ambienti accademici, sensibili alla problematica, decisero di sfruttare proprio quei forum e quei newsgroup (con le reti di conoscenze a essi intrecciate) come piattaforma di pubblicazione dei loro lavori (e qui sta l’elemento in più rispetto a un caso come Potlatch), fondando di fatto le prime riviste open access. Questi esperimenti si basavano sulla componente volontaristica per la revisione, la correzione e l’impaginazione per garantire la gratuità dei contenuti e si avvalevano dell’infrastruttura della propria università di riferimento per rimanere su Internet a disposizione delle altre biblioteche accademiche o di chiunque avesse un collegamento alla Rete. Il primo esempio di successo fu New Horizons in Adult Education, iniziato nel 1987 con l’aiuto della Syracuse University e della sua biblioteca. Seguirono Psycoloquy e The Public-Access Computer Systems Review, nati nel 1989 ed estintisi rispettivamente nel 2002 e nel 2000. Postmodern Culture e Bryn Mawr Classical Review, fondati nel 1990 e ancora oggi attivi, sono altri due casi di riviste nate con la modalità sopra descritta che hanno inventato un nuovo modello economico sostenibile (donazioni, sussidi, minime ‘tasse di pubblicazione’ richieste agli autori, pubblicazione in accesso aperto dopo un periodo di embargo).

 

L’utilizzo di mezzi della galassia post-Gutenberg, slegati dunque dalla fisicità della carta stampata con i suoi costi e i suoi ingombri, sembrò l’ideale per snellire la comunicazione scientifica e liberarla dagli insostenibili costi che la limitavano. Significativamente, nel 1994 un professore della Southampton University, Stévan Hárnad, diffuse una «proposta sovversiva», suggerendo l’utilizzo di archivi contenuti su server per rendere disponibili al pubblico i propri lavori. Nello stesso brevissimo scritto, Hárnad evidenziò le debolezze della pubblicazione digitale dell’epoca: la dipendenza economica dalle istituzioni e dai volontari, il controllo della qualità dei contributi e il prestigio delle pubblicazioni online ad accesso libero. Non erano questi i soli problemi: chi già preferiva questo tipo di riviste iniziò ad avere dubbi in merito alla proprietà intellettuale. Se, infatti, si voleva permettere a più persone possibili di essere informati, questo non doveva inficiare il riconoscimento di un lavoro compiuto da una persona precisa.

 

A risolvere in parte le questioni legali contribuì l’ideazione delle licenze Creative Commons, che contribuì a facilitare (anche in termini economici) la gestione dei diritti d’autore. Tuttavia, l’impostazione data da Hárnad, consistente nella ‘via verde’ (green road), cioè nell’autoarchiviazione da parte degli autori in archivi aperti e raggiungibili, prevedeva un paradigma di sviluppo del Web diverso da quello che possiamo osservare oggi, dunque più legato al modello ipertestuale, oggi atrofizzatosi. La “via oro” (gold road), quella delle riviste ad accesso aperto, è stata così preferita (ma senza escludere la verde) ed è il motivo per il quale ora vediamo un buon numero di periodici scientifici online gratuiti. Alcuni progetti si sono orientati verso la costituzione di una biblioteca ad accesso aperto, combinando i due indirizzi sopra descritti.

 

La rivalutazione della bibliometria nel sistema universitario anglosassone ha certamente contribuito all’affermazione della “via oro”: essendo in vigore come metro di valutazione di una ricerca o di un accademico il fattore d’impatto (impact factor in inglese, indice che misura il numero medio di citazioni ricevute in un particolare anno da articoli pubblicati in una rivista scientifica), gli autori hanno tutto l’interesse a che il proprio articolo venga letto (e dunque poi citato) dal maggior numero di persone possibile. Non bisogna dimenticare che la categoria dei produttori (mi si passi lo sterile termine economico), in questo caso, rientra interamente in quella dei fruitori, particolarmente sensibili a problemi di natura economica soprattutto nelle università dei Paesi in via di sviluppo. Il mondo accademico si espresse pubblicamente diverse volte tra 2002 e 2003 con le dichiarazioni di Budapest, di Bethesda e di Berlino «per mettere in pratica la visione di un'istanza globale ed accessibile del sapere», sottolineando che «i contenuti ed i mezzi di fruizione dovranno essere compatibili e ad accesso aperto». Da allora, le associazioni nazionali (compresa quella italiana) e internazionali si riuniscono annualmente e pubblicano una dichiarazione, che solitamente indica quale sia lo stato di questi ambiziosi progetti.

 

A questo punto, però, non ci si spiega come mai, nonostante tutti questi vantaggi, l’Accesso Aperto non abbia fatto breccia nel mondo dell’editoria scientifica, soprattutto in Italia. Il mondo editoriale ha reagito un po’ ovunque in maniera ostile dopo gli iniziali entusiasmi: la transizione a un modello economico differente da quello tuttora esistente avrebbe comportato un generale riassestamento del mercato e dei processi produttivi, nonché della gestione del diritto d’autore (che di solito i ricercatori cedono alla casa editrice, riservandosi solo i diritti morali sull’opera). Le eccezioni non mancano, ma il prestigio della pubblicazione su carta stampata e il pregiudizio nei confronti dei materiali in Accesso Aperto resistono. Essi, infatti, sono ritenuti inferiori anche a causa del deprimente fenomeno dei predatory publishers (riviste che promettono di pubblicare qualunque cosa dietro compenso dell’autore proponendosi come valide, seguite e prestigiose, quando sono in realtà scatole vuote prive di qualunque valore, ma potenzialmente molto visibili perché in open access) e la cattiva fama dell’Accesso Aperto è alimentato anche dall’oligopolio commerciale: metà della ricerca mondiale viene pubblicata da cinque concentrazioni editoriali in costante espansione, alle quali la consolidata posizione dominante permette di imporre prezzi sproporzionati e di assorbire le case editrici più piccole per eliminare la concorrenza.

 

In alcuni stati, però, questa situazione sta cambiando. Alcune di esse sono state denunciate per pratiche anti-concorrenziali e abuso di posizione dominante per le seguenti ragioni:

1) la domanda non è elastica al prezzo, ovvero le variazioni dei costi non cambiano (o lo fanno solo in minima parte) il volume totale di richieste (si ha bisogno di certe riviste, ormai insostituibili, indipendentemente da quanto si debba pagare per esse);

2) di conseguenza, la pressione ad abbassare i prezzi è quasi inesistente e perciò i costi degli abbonamenti sono smisuratamente alti e in continua crescita (ma con un tasso incomparabilmente più elevato di quello di inflazione);

3) tali editori controllano anche i database e le analisi bibliometriche usate dalle università per valutare la reputazione di riviste, ricercatori e istituzioni, che si basano in parte sulle riviste dell’editore stesso. Per questo le istituzioni, per essere competitive, devono aver accesso alle riviste impiegate per stimare la qualità della loro stessa ricerca.

Una prova ulteriore di patologia del mercato può essere ravvisata nei profitti altissimi, superiori a quelli delle industrie ritenute comunemente molto remunerative, come quella petrolifera o la farmaceutica, che l’editoria è in grado di produrre.

 

Il bilancio del progetto "Horizon 2020", attraverso il quale la Commissione Europea ha finanziato migliaia di ricerche a condizione che venissero rese disponibili seguendo la logica dell’Accesso Aperto, sarà un’ottima occasione per verificare lo stato di salute della democrazia nella comunità scientifica e nella società libera.

 

Per saperne di più:

Rimanendo coerenti coi principi dell’Accesso Aperto, segnaleremo solo opere distribuite con tale modalità: Open Access di Peter Suber (http://mitpress.mit.edu/books/open-access), Archivi aperti e comunicazione scientifica di Antonella De Robbio (http://www.storia.unina.it/cliopress/derobbio.htm) e, per i più intrepidi, il precisissimo The academic, economic and societal impacts of Open Access: an evidence-based review (https://f1000research.com/articles/5-632/v3). Open Access Directory (http://oad.simmons.edu/oadwiki/Main_Page) è una formidabile guida per sciogliere dubbi e rispondere a curiosità in merito all’Accesso Aperto. Infine, il sito della AISA, Associazione Italiana per la Scienza Aperta (http://aisa.sp.unipi.it/chi-siamo/) è aggiornato costantemente e permette di seguire gli ultimi sviluppi.

 

 

 

Immagine di Marie-Lan Nguyen; da wikicommons, libera per usi commerciali 

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