11 aprile 2019

Il sogno di uno sviluppo sostenibile. L'Agenda 2030 delle Nazioni Unite

di Andrea Minieri

Nella società contemporanea, dinanzi all’assenza di una giustizia intergenerazionale e all’indeterminatezza più totale del futuro, è facile che negli uomini si sviluppi la tendenza a sognare il “ritorno all’antico”, il ritorno ad un’età dell’oro che, in realtà, non ha mai avuto ragion d’essere.

Rifugiarsi nel passato, fenomeno che riscuote legittimamente successo tra chi ha perso il lavoro a causa della globalizzazione, delle irreversibili modificazioni dei processi produttivi, della vertiginosa innovazione informatica o della crisi finanziaria che ha fatto sparire i sacrifici dei risparmiatori, non è tuttavia la panacea per la società complessa in cui vive l’uomo moderno.

 

Chi sviluppa questa interessante riflessione è Zygmunt Bauman, all’interno del suo ultimo libro Retropia. Il filosofo, al netto di tali circostanze, enuncia in maniera pragmatica due possibili comportamenti: schierarsi tra le già numerose fila dei cosiddetti “retropisti”, rincorrendo quindi il fantasma dell inviolabile ‘naturale ordine delle cose’, elevando barriere e idolatrando il protezionismo commerciale; oppure, volgere lo sguardo al futuro ed infrangere radicalmente i paradigmi della modernità. Ebbene, la prima reazione si sostanzia in una demolizione di un sistema di regole figlie del XX secolo e di un apparato sociale e giuridico eretto sulle fondamenta di uno Ius europeum o di un kantiano Ius cosmopoliticum; la seconda reazione si concretizza nel sogno di costruire un mondo in cui la sostenibilità sia il nuovo paradigma dello sviluppo umano.

Se infatti fosse appurata scientificamente (e così è) l’insostenibilità del modello di “sviluppo” che si è adottato nel corso degli ultimi due secoli, non solo dal punto di vista ambientale, ma anche da quello economico e sociale, allora a maggior ragione sembra necessario il bisogno di reinventare i tradizionali paradigmi di “equità” e “sostenibilità”, oramai obsoleti, integrandoli con una nuova accezione sociale, economica, ambientale e istituzionale. Il fine degli anti-retropisti, dunque, è quello di creare un nuovo archetipo dello sviluppo umano, pienamente degno di questo nome.

 

Senonché, il rispetto dei limiti planetari è una quaestio di disarmante complessità: maggiore è l’instabilità di un sistema, maggiori saranno le interazioni esistenti tra le singole componenti del suddetto sistema, provocando un’accelerazione dei singoli processi, e generando un “effetto domino” inarrestabile. Si pensi ad un terribile cataclisma che generi in una determinata nazione una rilevante instabilità economica: quest’ultima potrà a sua volta generare facilmente un’instabilità sociale, ancorché politica e istituzionale. Ancora di più, non è difficile immaginare il probabile corollario, ossia quali possano essere le ricadute economiche (e quindi di nuovo sociali, politiche ed istituzionali) su stati terzi, se la nazione vittima del cataclisma fosse, come di prassi è solito essere, membro di un accordo commerciale internazionale o di un’organizzazione sovranazionale. Come si sosteneva: accelerazione dei processi ed effetto domino.

 

È nitido dunque il tratto fondamentale e distintivo dell’accezione di “sviluppo sostenibile”: l’interdipendenza. La Sostenibilità riguarda non più il solo benessere dell’ambiente, ma tiene conto parimenti di ulteriori tre pilastri: l’aspetto sociale, economico ed istituzionale di ogni singolo fenomeno che si intende analizzare e affrontare. E ancora: dato che il benessere di ognuno di questi piloni è conditio sine qua non per la realizzazione del nuovo paradigma di sviluppo sostenibile, allora tale Sustainable Development si occupa della loro continua e vicendevole interazione, tutelando insieme la giustizia intra-generazionale, ossia quella che riguarda i rapporti tra persone della medesima generazione, e la giustizia inter-generazionale, che invece lega le diverse generazioni fra di loro.

 

L’excursus storico relativo alla nascita e al progredire del Sustainable Development offre un meritorio spaccato della sua crescente importanza all’interno dell’agenda dei legislatori internazionali, ancora prima di quelli nazionali. Tuttavia, si rimanda a separata sede una più completa trattazione, soffermandosi invece, in questo articolo, sull’ultimo step di questa digressione.

È il 25 settembre 2015 quando l’assemblea generale dell’ONU approva all’unanimità, a seguito di due anni di negoziati, l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. «Sustainability is no longer an option but an imperative» intitola la copertina del Financial Times. E ancora: «The new agenda is a promise by leaders to all people everywhere. It is an agenda for people, to end poverty in all its forms – an agenda for the planet, our common home» proclama Ban Ki Moon, Segretario Generale delle Nazioni Unite.

Parole precise e veritiere: agli occhi dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, ossia la più grande ed autorevole organizzazione internazionale di Stati, e il soggetto di diritto internazionale più influente al mondo, la sostenibilità è considerata come pietra angolare del concetto di ‘crescita’ dell’avvenire. Corredata di diciassette macro-obiettivi (Sustainable Development Goals, “SDGs”) a loro volta suddivisi in 169 minuziosi sotto-obiettivi (Target), l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile mostra di essere una dichiarazione universale volta ad indirizzare l’attenzione e le gesta del mondo intero verso il tanto acclamato cambio di paradigma. Ogni SDGs indica un obiettivo generale, mentre ogni Target relativo ad un SDGs indica la maniera specifica con la quale è possibile attuare una concreta politica nazionale nel merito dell’Agenda. I singoli Paesi, quindi, sono chiamati a contribuire allo sforzo di portare il mondo su un sentiero sostenibile, senza più distinzione tra Paesi sviluppati, emergenti e in via di sviluppo, anche se evidentemente le problematiche possono essere, e lo sono di fatto, diverse a seconda del livello di sviluppo conseguito. Ciò significa che ogni Paese deve impegnarsi a definire una propria autonoma strategia di sviluppo sostenibile, certamente in un quadro di governance internazionale, che consenta di raggiungere i 17 SDGs. I risultati conseguiti sono periodicamente rendicontati all’interno di un apposito procedimento sotto l’egida dell’ONU.

L’Agenda, sulla scia di una importante digressione del dibattito internazionale riguardo il Sustainable Development, si pone ambiziosi obiettivi:

« Porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo, porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile; assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età, fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti; raggiungere l’uguaglianza di genere, per l'empowerment di tutte le donne e le ragazze; garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico sanitarie, assicurare a tutti l’accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni; incentivare una crescita economica, duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti; costruire una infrastruttura resiliente e promuovere l’innovazione ed una industrializzazione equa, responsabile e sostenibile; ridurre le disuguaglianze all'interno e fra le Nazioni, rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili; garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo, adottare misure urgenti per combattere i cambiamenti climatici e le sue conseguenze; conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile; proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre, gestire sostenibilmente le foreste, contrastare la desertificazione, arrestare e far retrocedere il degrado del terreno, e fermare la perdita di diversità biologica; promuovere società pacifiche e più inclusive per uno sviluppo sostenibile; offrire l'accesso alla giustizia per tutti e creare organismi efficaci, responsabili e inclusivi; rafforzare i mezzi di attuazione e rinnovare il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile » .

Obiettivi ambiziosi, o forse, come la critica mette in evidenza, obiettivi sostanzialmente utopistici se si considera che devono essere portati a termine entro il 2030, per giunta tutti contemporaneamente. A onor del vero, il contenuto dell’Agenda ha un carattere unicamente propositivo, indicando su quali tematiche le nazioni devono far convergere i propri sforzi di governance. Tramite la ratificazione dell’Agenda, infatti, il legislatore internazionale attua un forte coinvolgimento di ogni governo, di tutte le componenti della società, dalle imprese al Terzo Settore, dalla società civile alle istituzioni filantropiche, dalle università e centri di ricerca agli operatori dell’informazione e della cultura. L’intervento dell’Agenda ha portata epocale e la sua attuazione connota una fondamentale partecipazione “dal basso”, che genera sinergie, individua soluzioni innovative, condivide obiettivi e strumenti, controlla i risultati e valuta i comportamenti di imprese, soggetti politici, media, spingendo verso il cambiamento a favore dello sviluppo sostenibile. Inoltre, il coinvolgimento dei paesi connota l’universalità dell’Agenda 2030. Tale necessità deriva in primo luogo dal ruolo che ognuno di essi, e in particolare quelli di maggiori dimensioni, giocano nel determinare la dinamica complessiva delle variabili economiche, sociali e ambientali in un mondo globalizzato: instabilità sociali in un Paese possono ripercuotersi su quelli vicini attraverso il diffondersi di fenomeni come il terrorismo e le migrazioni.

 

Alla luce dell’evidente insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo, l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile ha fatto sorgere proposte molto concrete su come aiutare i singoli Paesi a colmare i propri deficit; è pur vero tuttavia che, nel momento in cui dominano i sentimenti “retrotopisti” di cui parlava Bauman, i quali spingono parte della società civile a voler tornare ad un passato impossibile da replicare, molti progetti non si presentano conformi alla Dichiarazione e, anzi, vanno in direzione diametralmente opposta. Il drammatico scenario disegnato dal Club di Roma nel 1972, cioè il collasso del sistema globale con la perdita di miliardi di vite umane nell’arco di un secolo, rischia di diventare realtà. La governance, così come l’amministrazione delle imprese, è fisiologicamente serva dello short-termismo, ossia della necessità di dover ottenere risultati o utili nel brevissimo termine (si pensi alle rielezione ad un determinato seggio, la conferma del proprio ruolo in un’azienda o ai bonus legati a determinati risultati). Questo fenomeno giustifica inequivocabilmente decisioni talvolta contrarie agli interessi di lungo termine degli elettori o degli azionisti.

Ecco, allora, che unica soluzione parrebbe essere unire tre ingredienti specifici: la tecnologia, una governance maggiormente consapevole, e un cambiamento di mentalità; la politica, le imprese, gli scienziati e i media hanno un ruolo cruciale, un dovere morale nell’informare i cittadini dei rischi e delle opportunità che la globalizzazione comporta, considerando come le loro scelte politiche o di consumo determinino di fatto i cambiamenti nello status quo e in quale direzione.

Sempre più Paesi intraprendono il cammino della sostenibilità. Una sfida estremamente complessa, ma certamente non impossibile. L’Agenda 2030 rappresenta la volontà di voler trasformare il sogno del Sustainable Development in realtà.

 

Per saperne di più:

P er un approfondimento essenziale circa il tema dello sviluppo sostenibile con particolare riguardo al suo excursus storico si veda: E. Giovannini, L’Utopia sostenibile, La Terza, 2018. Se si desidera approfondire il tema dello sviluppo sostenibile da un punto di vista principalmente socioeconomico si veda U. Mattei e F. Capra, Ecologia del diritto: scienza, politica, beni comuni, Aboca; F. Capra e H. Henderson, Crescita qualitativa, Aboca.

 

 

 

Immagine di Anfaenger, da Pixabay. Libera per usi commerciali

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