9 marzo 2018

Teorie sociali: dall'individuo-agente all'attore-rete

di Nicolò Pennucci

Bruno Latour rappresenta un maître à penser delle scienze sociali contemporanee e il suo nome è legato al progetto scientifico di ridefinizione della teoria dell’azione. Il suo percorso di ricerca parte dalla convinzione che la teoria sociale non sia in grado, con le sue categorie classiche, di spiegare il reale funzionamento delle società umane, con particolare riferimento al fenomeno dell’interazione. Nel tentativo di ridefinire questo problema egli approderà ad un risultato dal profondo significato teorico, che consegna un lessico completamente rinnovato alla teoria sociale tramite una rilettura della storia della filosofia moderna e contemporanea. Il suo punto di partenza è un’affermazione fortemente critica:

Questa classica definizione dell’interazione sembra più adatta alla sociologia dei primati che a quella degli esseri umani.

Il principale esponente della teoria sociale dell’interazione, Ervin Goffman, concentrava la spiegazione sull’attore umano, da cui l’interazione dipendeva e veniva strutturata. La classica controargomentazione proveniva dai teorici della struttura sociale, secondo i quali sarebbe questa struttura olistica e sovraindividuale ad essere responsabile del fenomeno interattivo e  non il singolo individuo. In entrambe queste prospettive teoriche il risultato era la definizione dell’interazione come intersoggettività. Questo risultato, per il pensatore francese, è insoddisfacente per quanto riguarda l’interazione in società umane. Il tratto empiricamente rilevante, che muove la ridefinizione teorica risiede in un dato comparativo di grande rilevanza: «Solo se è isolato mediante un frame, o cornice di riferimento, l’agente può interagire faccia a faccio con un altro, mantenendo fuori dal quadro sia il resto della storia di entrambi sia tutti gli altri possibili partner».

In ogni interazione umana, dunque, esiste qualcosa che isola il rapporto tra i soggetti, che permette di localizzare temporalmente e spazialmente l’interazione nel qui e ora. Questa particolare situazione non esiste, per esempio, tra i primati, in cui in ogni interazione, anche la più semplice interazione a due, viene incluso l’insieme del branco. La particolarità che emerge da quanto appena esposto è che ciò che struttura la cornice tipica dell’interazione umana è dato da elementi non umani. Questo elemento contribuisce a complicare ulteriormente il quadro. Infatti gli oggetti, svolgono un doppio ruolo, di cornice e di rete. È evidente che ogni oggetto che interviene nella relazione ha una particolare storia, che si può far coincidere con quella della sua produzione e distribuzione, per cui, in maniera paradossale, proprio gli elementi responsabili della determinazione spazio temporale dell’interazione rimandano ad altri luoghi e ad altri tempi, così come ad altri individui ed oggetti che rendono possibile l’interazione nel qui ed ora. Dato ciò, facilmente si può affermare che «se dunque si volesse stilare una lista di quanti in una qualche forma partecipano all’interazione, non si riuscirebbe a cogliere una cornice ben precisa ma una rete molto aggrovigliata, entro la quale si moltiplicano date, luoghi e persone diversissime tra loro».

La  vexata quaestio della teoria sociale di che cosa renda possibile il passaggio dagli individui alla società viene risolto da Latour con l’introduzione dei non umani all’interno dell’interazione, concludendo che

la vita sociale, quantomeno quella umana, deve dipendere da qualcos’altro che non sia il mondo sociale (…) tra i babbuini il sociale è sempre intessuto col sociale, tra gli esseri umani al contrario la vita sociale sembra preda di un continuo va e vieni, è uno smembramento, un richiamo costante ad altri elementi assenti dalla situazione.

Questa introduzione dei non umani nella teoria dell’azione per spiegare il fenomeno dell’interazione non costituisce una mera integrazione dei risultati teorici precedenti, ma ha l’ambizione di una rifondazione, che ha profonde ripercussioni sullo statuto teorico stesso della disciplina. In un saggio che lo ha consacrato nel panorama della teoria sociale contemporanea, Non siamo mai stati moderni, il sociologo francese dimostra come la presa di coscienza del ruolo dei non umani nel plasmare l’interazione tra umani, che giustifica il passaggio dalla categoria di intersoggettività a quella di inter-oggettività, abbia la conseguenza di mettere in discussione la modernità come categoria filosofica. Il grande portato dell’epoca moderna nella storia della filosofia è stato quello di separare concettualmente due mondi, quello dei non umani, affidato alla scienza e alla tecnica, e quello degli umani, affidato alla politica: da un lato la scienza con la sua pretesa di autonomia rispetto al sociale e dall’altro lato l’umanesimo che si occupa degli umani e delle loro relazioni. Tuttavia questa separazione, operata consciamente a livello filosofico da Kant e Hegel nelle considerazioni di Latour, è stata accompagnata da un processo silenzioso di proliferazione di quelli che Latour chiama «ibridi», cioè non umani che hanno cominciato a entrare in relazione con gli umani nel definire l’interazione. Si creano dunque con la modernità reti socio-tecniche, termine con il quale si indica l’insieme di rimandi creati dagli oggetti che strutturano la cornice dell’interazione e ai quali si è fatto riferimento qualche riga sopra. Se dunque la modernità si definisce nel paradosso di favorire la proliferazione di questi ibridi, negandone poi l’esistenza tranne la separazione tra scienza e politica che ne è tratto fondante ripercorrendo la storia del pensiero occidentale, si comprende bene come la denuncia di Latour abbia il sapore di una sfida a tutta l’impalcatura concettuale che sorregge il pensiero moderno. Due esempi su tutti possono chiarire la rilevanza teorica di questa presa di coscienze: la definizione della temporalità moderna e la morale. Per quanto riguarda il primo aspetto sono illuminanti le parole dello studioso:

Ci sono stati prima i grattacieli dell’architettura postmoderna, poi la rivoluzione islamica di Khomeini, della quale nessuno è riuscito a dire se fosse troppo in anticipo o in ritardo (…) dobbiamo passare da una temporalità all’altra, perché ogni temporalità di per sé non ha niente di temporale, è un modo per mettere insieme elementi. Supponiamo per esempio di mettere insieme gli elementi contemporanei lungo una spirale e non una retta, abbiamo sì un futuro e un passato, ma il futuro ha la forma di un cerchio che si espande in tutte le direzioni e il passato non è superato ma ripreso, ripetuto, circondato, protetto, ricombinato, reinterpretato, rifatto(…) le nostre azioni appaiono addirittura multi-temporali, il tempo è fatto del legame tra gli esseri. Si arriva alle reti, a questi esseri con una topologia tanto strana e con una ontologia ancora più insolita, al cui interno sta la capacità di collegare e selezionare, cioè di produrre il tempo e lo spazio.

La questione della linearità del tempo accompagna lo sviluppo della storia della filosofia e viene messa in discussione proprio dal carattere incorniciato («framed») dell’interazione che si è analizzato: la cornice, che ha dall’altra parte l’aspetto della rete, rimanda ad altri luoghi ed altri tempi, così che un passato anche molto lontano viene a strutturare l’azione che definisce il presente, passando, come nota acutamente Latour, da un modello a linea retta ad uno a spirale. Dal punto di vista della moralità, è Immanuel Kant a reggere la colonna portante di questo tema nella storia della filosofia moderna: con la rivoluzione copernicana kantiana è nell’individuo il fulcro dell’agire morale, attraverso l’autonomia dell’azione morale. Oggi un esempio banale come i sistemi di sicurezza nelle automobili riesce a smentire l’assunto kantiano: ogni qual volta si entra in macchina, si fa parte di una rete socio-tecnica in cui all’elemento umano, il guidatore, si accostano elementi non umani, la macchina, la strada ecc. che tutti insieme permettono l’azione del guidare. Non appena il segnale luminoso e auditivo che ci avvisa di allacciare le cinture si attiva, il fulcro dell’azione morale si sposta dall’umano al non umano, cosicché la massima che prescrive di mettersi la cintura per trattare se stessi come fine e non come mezzo viene delegata ad un attore non umano da cui parte l’azione morale. L’autonomia della morale è conservata solo se si allarga il suo significato, dal momento che implica che il non umano si fonda con l’umano nel diventare soggetto della morale. Come vedremo, questa ridefinizione del soggetto morale dall’umano ad una somma di umano e non umano è chiamato da Latour dispositivo. La ridefinizione delle scienze sociali che passa attraverso la messa in discussione del concetto di moderno nella storia della filosofia conduce a una ridefinizione del lessico stesso delle discipline sociali. L’oggetto di analisi di quella che è stata definita l’actor-network theory (teoria dell’attore-rete) è per l’appunto il dispositivo: «ciò con cui l’analisi si confronta sono concatenamenti umani e non umani su cui le competenze e le performanze (azioni) sono distribuite». Il soggetto dell’interazione non è più solo l’attore ma l’attante (ovvero «qualunque cosa operi un débrayage dell’azione, considerando che l’azione in sé è considerata come una serie di performanze»), il che chiude il cerchio del passaggio sopra evidenziato dalla intersoggettività alla inter-oggettività. L’attante è dunque ciò che definisce la cornice in quanto il termine débrayage è definito da Latour come «un qualunque riposizionamento all’interno di un’altra enunciazione, che permette di lasciare il qui e ora o di far ritorno al punto di partenza». Questo fondamentale concetto si riferisce quindi al passaggio da una temporalità ad un’altra, da un luogo ad un altro. Si ha coscienza di un débrayage solamente nel momento della prova, ovvero di un incidente. Solo quando la macchina si rompe e ci lascia a piedi abbiamo la coscienza che il nostro guidare dipende da una casa automobilistica giapponese o dalla manutenzione delle strade in cui abbiamo bucato la ruota. L’interazione che vede come protagonisti gli attanti, umani e non umani, opera una ridefinizione delle competenze degli attori all’interno di un dispositivo. Agli attanti non umani è demandato un compito, come nel caso della spia della cintura di sicurezza nelle macchine.

Il dispositivo è così una catena di umani e non umani, ognuno dei quali è fornito di una nuova competenza o delega la sua competenza a qualcun altro: nella catena si possono riconoscere aggregati che sembrano come quella della teoria sociale tradizionale, gruppi sociali, macchine, interfacce.

Il progetto complessivo di Latour non può dirsi solo sociologico, in quanto riguarda, come visto, una reinterpretazione molto forte dell’intero corso della storia del pensiero filosofico. Tuttavia quel che forse è più importante è che veicola un messaggio politico fondamentale e attualissimo: se i non umani, artefatti tecnici e enunciati scientifici in particolare, hanno ibridato l’interazione umana, la politica stessa, che come visto la modernità ha relegato dal lato dell’umanesimo, deve confrontarsi con i temi della scienza che si va socializzando. Pur non arrivando, se non in forma abbozzata, a teorizzare un parlamento aperto anche alle cose, la speranza che la contemporaneità dovrebbe cogliere dal messaggio di Latour è quella di un dibattito pubblico in cui la dimensione non umana conti e veicoli un agire politico orientato a risolvere problemi che riguardano sempre di più umani e non umani.

 

Per saperne di più:

Ecco tre titoli (quasi) indispensabili per approfondire l'argomento: Madeleine Akrich, Bruno Latour, Vocabolario di semiotica dei concatenamenti di umani e non umani , in Alvise Mattozzi, Il senso degli oggetti tecnici , Meltemi, Milano 2006;  Ervin Goffman , Il rituale dell'interazione , Il Mulino, Bologna 1988;  Bruno Latour, Cogitamus. Sei lettere sull’umanesimo scientifico, Il Mulino, Bologna 2013.

 

Foto di Marco Bianchetti su Unsplash.

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