23 marzo 2018

La perdita dell'alterità nella finzione social

di Federico Tinnirello

È evidente come al giorno d'oggi, praticamente in ogni contesto, i social network , gli smartphone e la realtà virtuale siano nostri compagni quotidiani. Il silenzio che si avverte nei luoghi pubblici, ad esempio, è indice di un più profondo cambiamento delle forme di interazione: nell’ultimo secolo la tecnologia ha mutato sempre di più le relazioni umane, e anche la filosofia si è interrogata su come i nuovi mezzi di comunicazione abbiano influenzato il problema concettuale dell’Altro.

 

In particolar modo, i sistemi di messaggistica e i social network hanno rivoluzionato la relazionalità umana, riducendola ad un’immagine sbiadita, fredda proprio come quegli schermi che veicolano le nostre interazioni e in grado di trasmettere una quantità – e una qualità – di contenuti molto inferiore alla normale comunicazione che avviene di presenza” Nella filosofia di Lévinas , il volto è l’unico canale di fruizione della comunicazione e del dialogo con l’Altro-da-me: un altro essere umano, con una differente realizzazione dell’esistenza.

 

Emmanuel Lévinas, filosofo francese che ha studiato in profondità il tema del rapporto con l’Altro, in Totalità e infinito afferma che « la presentazione del volto mi mette in rapporto con l’essere . L’esistere di questo essere […] si attua nell’indifferibile urgenza con la quale esige una risposta ».

 

Da queste parole deduciamo che il nostro rapporto con l’Altro prescrive uno scambio esistenziale, cioè una discussione sulla realtà: il dialogo è una forma di condivisione di esperienze e di comunicazione di sentimenti. Il volto è necessario non solo come espressione delle infinite possibilità di esistenza, ma soprattutto come garanzia della veridicità del nostro messaggio.

 

Nella Società dello spettacolo , famosa opera di Guy Debord, l’immagine diventa il paradigma dei rapporti sociali, e nella realtà virtuale il volto diviene pura rappresentazione scenica, perdendo ogni sua qualità emotiva e personale. Queste affermazioni assumono oggi una rilevanza quasi profetica: si pensi all’immagine del profilo tipica di Facebook o Whatsapp, immagini statiche che rappresentano, o addirittura sostituiscono, la nostra persona.

 

All’Altro, e quindi all’alterità come sua concettualizzazione filosofica, si sostituisce una rappresentazione svuotata: già nel 1967, Debord scriveva lucidamente: « là dove il mondo reale si cambia in semplici immagini, le semplici immagini divengono degli esseri reali, e le motivazioni efficienti di un comportamento ipnotico ».

 

L’uomo che perde i punti di riferimento rispetto al contatto con l’Altro nell’esperienza del volto ha sostituito la storicità della sua esperienza con la coscienza nichilistica filtrata dall’immagine. Il nichilismo, negando all’Altro ogni sua qualità e proprietà, lo concepisce solo come corporeità. Il filosofo Sergio Givone spiega perfettamente il fenomeno: « nella proliferazione delle immagini oscene, l’altro non è più persona, ma solo corpo, nuda vita », scrive. « E allora la vita dell’Altro, l’Altro, è il nulla ».

 

Givone spiega come l’immagine, di per sé statica, può solo, al massimo, trasmettere un’emozione o una sensazione: la coscienza nichilistica prende forma proprio nella privazione dell’incontro con la fisicità e con il pensiero dell’Altro-da-me. L’agglomerazione e la convergenza di questi fattori produce la nullificazione dell’Altro e la sua conseguente oggettivazione: ritrovandoci così “monchi” di un vero e proprio legame empatico, rendiamo l’Altro un oggetto.

 

La differenza fra la coscienza storica e quella nichilistica trova qui il suo nodo, in quanto la storia non è soltanto lo studio o la conoscenza del passato, ma anche un’azione che si rivolge verso un altro uomo. Il pensiero esistenzialistico vedeva l’essere umano come l’insieme della sua storia nel mondo, l’ Esserci heideggeriano . L’approccio nichilista rende l’essere umano un corpo privo di forma senza storia.

 

Per fare un esempio concreto, la crisi europea dei migranti, in corso dal 2013, è la compiuta realizzazione dell’oggettivazione dell’Altro. Il migrante viene demonizzato e privato di ogni componente umana ed emozionale; egli diventa un peso, un nemico, il maligno che deve essere emarginato e schiacciato, anche a causa di una retorica politica che trova nell’odio dello straniero un facile capro espiatorio. L’oggettivazione del migrante, ridotto a corporeità pura, scatena una reazione etica negativa: l’Altro diventa la causa di ogni problema economico, sociale e politico e, conseguentemente, solo la sua eliminazione può portare alla risoluzione di questi problemi.

 

Le teorie filosofiche che abbiamo analizzato possono dare sicuramente una chiave di lettura a questi eventi, suggerendo, ad esempio, come sia possibile che l’individualismo e l’indifferenza siano reazioni così diffuse a queste situazioni. La diminuzione di relazioni dirette con l’Altro potrebbe essere infatti una delle cause di questi comportamenti, per quanto ovviamente non basti a spiegarli nella loro complessità.

 

Eppure, possiamo affermare con certezza che la nostra società sta esprimendo il bisogno di un ritorno all’umanità e alla veridicità della comunicazione diretta. C’è bisogno che si riporti l’Altro alla sua struttura originaria, ridonando maggiore centralità alle dimensioni della relazionalità e del dialogo. Il dialogo – inteso socraticamente come insegnamento e conoscenza condivisa – è lo strumento di confronto e di scambio di idee, opinioni e valori che porta al cambiamento e, quindi, alla crescita.

 

Il dialogo, ponendo due volti uno di fronte all’altro, permette di cogliere maggiori sfumature di quel discorso che non è la semplice condivisione di parole, ma che è anche una vera e propria esperienza a tutto tondo. Il dialogo ristabilisce la persona nel significato stoico del termine, cioè l'essere umano che ha un ruolo nel mondo affidatogli dal suo destino; inoltre, il dialogo ristabilisce la persona umana nella sua totalità: il suo carattere, la sua storia e il suo modo d’essere.

 

Nella comunicazione virtuale tutto questo non succede: l’Altro è un interlocutore qualunque, presente solo come l’immagine statica che immortala un certo momento – la sua complessità e la sua personalità vengono completamente annullate.

 

Il concetto di relazionalità come concetto pieno è, essenzialmente, reciprocità. La reciprocità è uno dei postulati fondanti della comunicazione: con essa io riconosco l’Altro come un soggetto morale, affermando la relazione come “rapporto io-tu” e non “io-esso”. Come affermato da Andrea Poma, Professore di Filosofia morale presso l’Università degli studi di Torino: «la relazione è una struttura ontologica originaria: è una realtà non compresa nell’io, né comprendente l’io, ma effettivamente tra l’io e il tu». Solo nella relazionalità fisica e visiva l’uomo può riconquistare il contatto con l’Altro come suo simile, come Tu, come persona, definendo e ridefinendo l’individuo tramite un continuo processo relazionale.

 

In conclusione, a mio avviso, dovremmo sostituire il paradigma dell’alterità: essa non deve più essere solo diversità culturale, etnica e sociale, ma alterità ontologica , cioè il riconoscimento dell’Altro come soggetto a sé e, al tempo stesso, soggetto nel quale poter ritrovare una parte costitutiva del proprio essere. L’Altro diventa se stesso nell’atto del riconoscimento della sua diversità, che si realizza tramite il dialogo e, più in generale, nella relazionalità.

 

 

Per saperne di più:

Può essere interessante consultare il saggio di Emmanuel Lévinas, Totalità e infinito . Saggio sull’esteriorità , Jaka Book, 2016. Nell'articolo è stato inoltre citato Guy Debord, La società dello spettacolo , trad. it di Paolo Salvadori e Fabio Vassarri, Baldini e Castoldi srl, Milano 2013. Per un'approfondimento sulla relazionalità e la dimensione dialogica si rimanda a Martin Buber, Il principio dialogico e altri saggi trad. it., San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano), 1993, con particolare attenzione all'introduzione di Andrea Poma. Per una visione di insieme e un'introuduzione agli studi in materia si consiglia Francesco Bellino, Per un’etica della comunicazione, Bruno Mondadori, 2010.

 

Foto di Yolanda Sun su Upslash, distribuita sotto licenza CC0,  https://unsplash.com/photos/NDZQLKiaCSI

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