04 aprile 2018

Relazione tecnica e società vivente (parte prima)

di Gregorio Tenti

Guardando a mutamenti di paradigma come quelli che stanno affrontando (seppur con coinvolgimenti differenti) le società contemporanee e le persone che ne fanno parte, si è facilmente indotti ad appellarsi ai cambiamenti che potremmo definire "materiali": quella rivoluzione tecnologica –  della comunicazione e dell’ informazione  –  che ha accompagnato le nuove configurazioni del lavoro, del pensiero e dell’esistenza individuale. E tuttavia, per dirlo con E. L. Fernàndez, «le storie della materia sono le materie della storia». Le nuove tecnologie, simboleggiate dall’immagine della Rete, non determinano o significano nulla se astratte dai cambiamenti dei rapporti tra le persone e tra le persone e le cose, dalle modalità con cui essi si sono imposti, dai concetti e dalle narrazioni che li hanno assecondati. Le materie prime della storia sono piuttosto degli atti inventivi, di per sé tanto materiali quanto ideali, sempre riferiti ad un contesto che li rende possibili e che in essi viene alla luce. La domanda sul “da dove”, perdendosi in questi rimandi, non è una domanda sul principio. Ciò che resta è una postura o un andamento del pensiero, l’influenza di alcune metafore, il ricorrere di certi esempi.       

 

Probabilmente chi legge ha una nozione pratica dell’idea di Rete come di una sorta di ramificazione virtuale di segnali, una forma di contatto immateriale e globale. Già all’interno del nostro vissuto, le telecomunicazioni realizzano vincoli e legami dove prima non esistevano. La natura di questi legami è certamente influenzata e qualificata dal loro veicolo; ma nella loro forma astratta non si tratta d’altro che di istanze di socialità, di “legami”, appunto. Un filosofo e sociologo vissuto alla fine dell’800, Gabriel Tarde, ha scritto che i gruppi umani sono legati dall’istinto sociale così come ogni tipo di omogeneità vitale è legata dalla tendenza che associa il simile al simile. Come dice Tarde, «la cosa sociale,  come la cosa vitale,  vuole innanzitutto propagarsi, e non organizzarsi. L’organizzazione non è che un mezzo, del quale la propagazione, la ripetizione generativa o imitativa,  è il fine.»

Ciò che vive, diceva Goethe, si esprime, ovvero articola un’eterogeneità iniziale in forme concrete, e solo così può perpetuarsi nel suo slancio vitale. La vita si mantiene nell’essere attraverso l'invenzione delle proprie forme.

«L’organizzazione non è che un mezzo»: l’affermazione di Tarde si può rovesciare, nella nostra prospettiva, per dire che il mezzo (lo strumento) non è che una forma di organizzazione. Dunque, se l’organizzazione sociale è analoga ad ogni organizzazione vivente, e quindi necessita di articolarsi espressivamente, occorre individuare i suoi vettori specifici, le sue forme di articolazione privilegiate. Si tratta dei suoi “mezzi” (ideologici, istituzionali, materiali…), tra cui si contano anche gli oggetti tecnici. La tecnologia della Rete può ben considerarsi uno dei mezzi principali delle società contemporanee, e in tal senso articola l’espansività sociale in forme di vita. Questo incrocio tra le forme e i contenuti di una civiltà, particolarmente evidente nelle tecniche preposte alla comunicazione, è da considerarsi – lo vedremo – come una tendenza della “tecnica” in generale.  

 

Paragonare logiche della società e logiche della vita ha portato gravi conseguenze durante tutta l’epoca moderna, ed è una mossa da riproporre con cautela. Ma l’idea che la natura della relazione sia legata al carattere biologico resta piena di significato. La natura ci divide e la cultura ci unisce, così come hanno sostenuto i giusnaturalisti? O al contrario, c’è qualcosa di profondamente naturale (o meglio biologico) nell’instaurarsi di qualsiasi tipo di rapporto? Che il senso delle cose – il fatto che una cosa vada insieme ad un’altra, cioè la loro relazione – venga dalle cose stesse? Tarde, in qualche modo, sembra suggerirci proprio questo: il senso risale da una differenza originaria, assecondando l’espandersi di ogni tipo di individuazione.

 

La natura è costellata di fenomeni di somiglianza, di manifestazione espressiva e comunicazione, dalla trasparenza del gambero Periclimene all’omocromia del camaleonte; una specie di astuzia, scrive Nietzsche, «di cui le piante sono già maestre». La storia stessa del vivente, come illustra la biologia evoluzionistica, è teatro di un grande divenire non-intenzionale del senso. Tenendo a mente la morale goethiana dell’inscindibilità tra vita ed espressione, possiamo affermare quanto segue: (1) in natura, a qualsiasi tipo di orientamento corrisponde un atto espressivo, che esprime tendenze interne o adattative, individuali, collettive… (2) Ogni tendenza cioè si realizza nella sua manifestazione. Esteriorizzandosi,  il vivente stabilisce un contesto e dei legami di senso. (3) Ogni tipo di legame – anche quando veicolato da un corpo – ha a che fare con una produzione semantica, una sorta di ripartizione/raddoppiamento del reale. Così, ogni legame è un’appropriazione della realtà circostante. L’individuo vivente si muove in un ambiente che risponde ai suoi tropismi (ai suoi orientamenti), fra i ponti che il suo corpo proprio o qualsiasi altro medium getta nella produzione comunicante.

 

Gli strumenti sono al centro di questa creazione di contesti o ambienti. Riflettendo però su ciò che la natura usa come elementi intermediari dei processi che abbiamo appena descritto, il concetto di medium come semplice strumento si fa sempre più angusto. Il corpo, ad esempio, veicola la maggior parte delle nostre relazioni basilari, ma è lungi dall’essere un mero oggetto dotato di finalità. Lo spessore carnale di queste forme fondamentali di relazione deve indurci a realizzare che non c’è nessuna entità che è in sé soltanto un medium o soltanto una sorgente di espressione: ogni strumento nel suo uso reale stabilisce una relazione organica con la realtà. Anche il medium esprime un’essenza propria, assumendo un ruolo attivo nel contesto e contribuendo a fornire le coordinate del senso. Ecco che gli uomini comunicano anche grazie ad un ambiente tecnico,  mai realmente separato dagli altri ambienti umani.

 

Quello che un autore come Gilbert Simondon aveva intuito già sul finire degli anni ’60 è ciò che oggi sembra essersi definitivamente avverato: la tecnica non produce più oggetti che si esauriscono nel loro utilizzo, ma vere e proprie reti che danno forma alle nostre vite e costituiscono la nostra parte di natura. Con questo, non si naturalizza la tecnologia più di quanto non si tecnicizzi la natura. Nessun tipo di legame si presenta come interamente naturale o interamente artificiale. Occorre pensare, in termini generali, la produzione incessante della vita come strutturarsi di contesti, orientamenti, legami: come strutturarsi del senso.

 

[La trattazione prosegue con Relazione tecnica e società vivente (parte seconda)]

 

 

Per saperne di più:

Un’ottima introduzione ai temi della nuova epistemologia è la raccolta Il pensiero acentrico. L’irruzione del caos nell’impresa conoscitiva (elèuthera 2015). Nanna o L’anima delle piante del fisico Gustav Theodor Fechner (Adelphi 2008) è invece un prezioso saggio sulla vita vegetale. Infine, una pietra miliare della letteratura filosofica del ‘900: Millepiani di Gilles Deleuze e Félix Guattari (Castelvecchi 2014).

 

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