1 agosto 2018

La percezione del Medio Oriente nella politica estera americana: dall'indifferenza alla centralità strategica

di Danilo Delle Fave

Fino alla seconda guerra mondiale gli Stati Uniti sono stati per lo più indifferenti alle vicende del Medio Oriente: a partire dall’indipendenza, l’unico intervento degno di nota è a Tripoli nel 1802, a protezione dei mercantili presi d’assalto dalla pirateria. Questo disinteresse nelle faccende mediorientali era dovuto, da un lato, al maggiore interesse verso l’America latina e il Pacifico, dall’altro dalla presenza dell’Impero britannico, che impediva, di fatto, ogni ingerenza da parte di potenze europee ed extra-europee, esclusi l’Impero Zarista e la Francia, con i quali si contendeva le sfere di influenza in Asia.

 

 

Con la fine della seconda guerra mondiale e l’inaugurarsi di una posizione interventista – la dottrina Truman  per “contenere” l’espansionismo sovietico, gli Stati Uniti si ritrovano a sostenere l’Iran nel 1946 e la Turchia nel 1947, attraverso aiuti economici e di rifornimento militare. Grazie al ruolo sempre più marginale della Gran Bretagna, come dimostrato dalla crisi di Suez, gli Stati Uniti iniziarono a interessarsi alla regione negli anni ’60: da un lato, vi era l’esigenza di sostenere Israele, dall’altro, il petrolio era diventato una risorsa cruciale per la ricostruzione dell’economia europea e per la crescita economica degli Stati Uniti. Seppur duramente colpite dagli shock petroliferi del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, le autorità americane videro nel dollaro lo strumento per mantenere la centralità nel sistema economico mondiale: con il sistema a cambi flessibili divenne cruciale l’utilizzo di una valuta di riferimento nelle transazioni internazionali. Più il dollaro sarebbe stato presente nelle transazioni di beni come il petrolio, più sarebbe stato probabile mantenere un’egemonia finanziaria, garantendo quindi una fonte certa di investimenti qualora l’economia americana venisse superata da un altro stato. Da quel momento, il Medio Oriente resterà centrale per ogni amministrazione americana.

 

 

Tuttavia, Il 1979 è un anno cruciale per il Medio Oriente: è l’anno della rivoluzione iraniana e del primo tentativo di applicare la Shari’a come strumento principe di legittimazione politica per uno stato moderno. È l’anno degli attentati della Mecca e del riesplodere del conflitto interconfessionale tra sciiti e sunniti. È l’anno dell’intervento in Afghanistan da parte dell’Urss e della scalata al potere di Saddam Hussein all’interno del Ba’ath iracheno. Questo è anche l’anno nel quale gli Stati Uniti si inseriscono nel Great Game mediorientale, che porterà nei primi anni duemila all’intervento in Afghanistan e in Iraq.

 

 

Il supporto ai mujaheddin afghani e la non diretta opposizione alla rivoluzione iraniana, perlomeno fino all’assalto all’ambasciata Usa da parte di studenti iraniani, si inserivano in una strategia di più lungo respiro. Il riesplodere del conflitto confessionale confermava il fallimento del socialismo arabo e la sua incapacità di fare presa sulla popolazione; parallelo al suo declino seguiva inesorabile la perdita di influenza dell’Urss nella regione.

 

L’invasione dell’Afghanistan si configurava come un’azione di difesa e non di aggressione per l’Urss: perdere l’Afghanistan, con la conseguente nascita di un governo di ispirazione islamica, poteva contagiare e fanatizzare le popolazioni musulmane dell’Urss, in particolare nelle repubbliche sovietiche dell’Asia centrale (Kazhakistan, Turkmenistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan) e soprattutto nel Caucaso, ricco di combustibili fossili.

Se l’intervento americano nel Vietnam si inseriva all'interno della cosiddetta teoria del domino, ovvero era dovuto al timore di un “contagio comunista” nella penisola indocinese, allo stesso modo in Asia centrale, secondo l’ottica sovietica, si poneva il rischio di un potenziale contagio islamista.

 

 

Il consigliere per la sicurezza nazionale sotto l’amministrazione Carter, Zbigniew Brzezinski, identificava un “crescente verde” lungo il confine meridionale dell’Urss, sul quale agire per fiaccare l’Urss dall’interno, che era composto da una serie di Paesi a maggioranza musulmana, sia sciiti che sunniti: Turchia, Siria, Iraq, Iran, Afghanistan, Pakistan, a cui si aggiungono gli Uiguri, popolazione di origine turca a maggioranza musulmana situati nell’ovest della Cina, e le popolazioni musulmane dell’Urss.

Infatti, questa politica di sostegno alle formazioni islamiste non si applicava al resto del Medio Oriente: paradossalmente rientravano tra gli alleati degli Stati Uniti sia stati laici come l’Egitto e la Turchia, e paesi ultraconservatori come l’Arabia Saudita e il Qatar.

 

 

Nel corso degli anni 2000, l’influenza americana nell’area diminuisce e quella russa viene messa a dura prova dopo la guerra in Cecenia. Nei primi anni del nuovo millennio si iniziano ad affermare nuove potenze regionali: tra i paesi sunniti spiccano Arabia Saudita e Turchia, tra i paesi sciiti l’Iran, il cui attivismo in politica estera ha rappresentato un punto di svolta per gli equilibri regionali.

Come l’invasione dell’Afghanistan aveva l'obiettivo di evitare la distruzione della cintura protettiva intorno all’Urss, così gli interventi statunitensi in Afghanistan e in Iraq sono considerabili operazioni miranti a mantenere l’egemonia in regioni chiave.

In entrambi i casi l’imperativo era quello di evitare l’isolamento o perfino la cacciata dalla regione, con lo scopo di confermare la debolezza e non la forza di queste potenze.

 

Per ricostruire questa logica di potenza è necessario prendere in considerazione i maggiori teorici della geopolitica anglosassone.

Secondo l’ammiraglio Alfred Mahan (1840-1914), il padre della geopolitica statunitense, la grande strategia dell’impero britannico si era focalizzata sul controllo dei commerci marittimi, avendo come obiettivo ultimo il contrasto ai tentativi di formazione in Europa di un’unica entità politica, secondo il principio del Balance of Power. La necessità di controllo dei commerci e del monopolio marittimo era legata alla scarsità di risorse delle isole britanniche, che veniva però colmata dai rifornimenti via mare.

Per Mahan, i britannici si erano focalizzati su quelli che lui definisce «choke points», degli stretti o snodi commerciali, quali posso essere Panama o Suez, che dovevano essere sicuri in modo da assicurarsi rifornimenti: gli americani avrebbero dovuto adottare la stessa prospettiva dei britannici, proiettandosi sui mari e controllando i gangli del commercio internazionale.

 

 

Per gli USA, il Golfo Persico è dunque di vitale importanza, soprattutto perché in quell’area è concentrata la maggior parte delle riserve di petrolio e gas naturale del mondo: il suo choke point è lo stretto di Hormuz, la cui sponda nord è occupata dall’Iran, ex alleato e ora rivale degli Stati Uniti.

Seguendo le orme di Mahan, lo scienziato politico e professore di relazioni internazionali Nicholas J. Spykman, nel suo testo del 1942, America’s strategy in world politics. The United States and the balance of power, pone le basi teoriche per quella che sarà la dottrina del contenimento.

Egli individua nell’Heartland il centro degli equilibri mondiali e lo pone geograficamente nel continente eurasiatico, in quanto vi risiede la maggioranza della popolazione e delle risorse mondiali. È quindi imperativo impedire che si formi una potenza che, controllando l’Heartland, stritoli gli Stati Uniti in una morsa economica e politica. In quest’ottica, l’Unione Sovietica è situata nel cuore dell’Heartland, tuttavia incontra nella sua espansione verso mari navigabili ostacoli di un certo peso: da un lato gli imperi coloniali europei, dall’altro la Cina e il Giappone.

 

 

Gli Stati Uniti avrebbero dovuto quindi assicurarsi le cosiddette rimlands, corrispondenti all’Europa, al Medio Oriente, alla penisola indiana e indocinese e alla Cina, o perlomeno evitare che finissero sotto il controllo di un’unica potenza o alleanza militare.

Secondo Spykman, chi controlla queste terre controlla il commercio mondiale, ed è per ragioni economiche, legate alla presenza dei choke points di Mahan, che i maggiori conflitti dell’umanità si sono concentrati nelle rimlands, ovvero nell'area che va dagli Urali al Portogallo in Europa, in quella che va dalla Turchia all’Iran (compresa la penisola arabica) in Medio Oriente, in quella che corrisponde al massiccio del Tibet e agli attuali India Pakistan Bangladesh e Afghanistan in India, e infine, in Cina, in quella che comprende la penisola indocinese e la Cina.

Le decisioni delle amministrazioni americane avrebbero seguito questa logica, a prescindere dal colore politico: contenere l’URSS\Heartland e al tempo stesso favorire i suoi potenziali avversari sul continente. Il sostegno all’integrazione europea e l’apertura alla Cina maoista devono leggersi in questa ottica.

In Medioriente, si adotta invece un approccio di sostegno strumentale in funzione di contrasto a quei Paesi che metterebbero a rischio gli equilibri regionali. L’Iraq di Saddam Hussein, da alleato contro l’Iran di Khomeini, divenne per gli Stati Uniti una minaccia quando invase il Kuwait: il rischio di un accentramento delle riserve petrolifere, con la conseguente capacità di ricatto sul mercato del greggio, spinse all’intervento nella prima guerra del Golfo. Quindi tutte le maggiori aree di intervento statunitensi sono perfettamente sovrapponibili con le rimlands di Spykman.  

 

 

Infine, è bene ricordare che non si può ridurre la politica estera di un paese alle sue teorie strategiche e geopolitiche. Essa viene però filtrata attraverso dei paradigmi interpretativi quali le dottrine strategiche o le narrazioni geopolitiche: al variare di queste, si registra la variazione della politica estera di uno stato.

 

 

Per saperne di più

Vista la particolarità dell’argomento, consiglio come testo di base per orientarsi nelle dottrine strategiche americane Federico Bordonaro, La geopolitica anglosassone. Dalle origini ai nostri giorni, Guerini scientifica, Milano, 2012. Corrado Stefanachi, America invulnerabile e insicura. La politica estera degli Stati Uniti nella stagione dell’impegno globale: una lettura geopolitica, Vita e Pensiero, Milano, 2017. Per un testo proiettato sulla politica estera contemporanea, consiglio il testo più influente in materia Zbigniew Brzezinski, La grande scacchiera. Il mondo e la politica nell'era della supremazia americana, Longanesi, Milano, 1998. 

 

 

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