16 Maggio 2018

Ius vitae ac necis: il sistema delle corti nelle sentenze sul fine vita

di Sara Canduzzi

Il dibattito sul fine vita non manca mai di far discutere. Così è accaduto per casi ormai celebri come quello di Eluana Englaro, o quello più recente di Dj Fabo, accomunati da un medesimo schema: il singolo individuo, affetto da una malattia ritenuta incurabile, o i parenti di lui, ricostruendo la sua volontà, richiedevano ai medici – e se inascoltati, alla giustizia – di interrompere le terapie e di poter “mettere fine alle proprie sofferenze” . Proprio in tale schema risiede la grande differenza con uno tra i più recenti di questi casi,  quello di Charlie Gard, in cui la situazione risulta ribaltata: non è infatti il soggetto o un suo parente a richiedere l’interruzione dei trattamenti contro il parere dei medici, ma, al contrario, sono i medici che, constatando una situazione ormai insanabile, chiedono di interrompere le cure, e i genitori del bambino si oppongono . Il senso comune porterebbe a pensare che siano i genitori, e non i medici, a dover decidere sulla vita del bambino e che quindi il loro rifiuto all’interruzione delle cure basti e avanzi, ma non è così. Questo perché si tratta di un campo in cui entra in scena uno dei diritti umani, il diritto alla vita, inteso paradossalmente come diritto alla morte, nel caso in cui non si possa avere una vita dignitosa o si sia costretti a terribili sofferenze senza possibilità di miglioramento. Così, non sono i genitori a ricorrere alla giustizia per ottenere la possibilità del suicidio assistito, ma sono i medici a rivolgersi alla High Court britannica per dimostrare che è « legittimo e nel “ best interest ” di Charlie interrompere la ventilazione artificiale » . La stessa High Court osserva che ci si potrebbe domandare quale funzione abbia una corte in tutto ciò, perché i genitori non possano decidere per conto proprio. La risposta è che il controllo della corte è necessario per ottenere un giudizio indipendente ed oggettivo nel “ best interest” del bambino. Così, nonostante la segnalazione da parte dei genitori dell’esistenza di cure sperimentali negli Stati Uniti, la High Court , giudice di primo grado, fa prevalere le ragioni dei medici, affermando che ogni ulteriore tentativo esporrebbe Charlie ad un dolore significativo a fronte delle scarsissime speranze di miglioramento . Così, i genitori ricorrono in appello, secondo grado di giudizio, in cui tuttavia si conferma quanto emesso in primo grado . I Gard decidono dunque di sfruttare anche il terzo ed ultimo grado di giudizio: la Corte Suprema. Tuttavia, anche questa sentenza afferma che, « come giudici, e non come genitori » , ad essa compete soltanto la valutazione giuridica, e non quella « emotiva » , e poiché il trattamento sperimentale viene ritenuto inutile dagli accertamenti effettuati, il ricorso viene respinto.

I Gard decidono allora di appellarsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo (nota come Corte EDU). Tuttavia, la richiesta viene dichiarata inammissibile. La storia di Charlie Gard si concluderà poi poco dopo, quando, dato ormai lo stadio avanzato della malattia, risulterà impossibile persino il tentativo di cura sperimentale, ed i genitori permetteranno di “staccare la spina”, ponendo così fine al doloroso caso, il quale è tuttavia un esempio perfetto del funzionamento del sistema delle corti nei giudizi sul fine vita.

Infatti, trattandosi di giudizi su uno dei diritti umani dell’uomo, è prevista la possibilità di rivolgersi, oltre ai tre normali gradi previsti dall’ordinamento giudiziario (in questo caso inglese, ma lo stesso vale per l’ordinamento italiano , a cui si estende dunque quanto ci si accinge a spiegare) , ad un ulteriore organismo, la Corte EDU, la quale interviene nelle cause concernenti l'interpretazione e l'applicazione della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo (detta CEDU) e dei suoi protocolli . All’interno del sistema, il ricorso alla Corte EDU soggiace alla regola del previo esaurimento dei ricorsi interni, dunque svolge una funzione sussidiaria rispetto al sistema nazionale delle corti. Non si può perciò definire un “quarto grado” di giudizio, poiché esso non è sostitutivo delle corti domestiche, ma viene solo dopo di esse. È poi importante sottolineare come questa Corte non sia organo dell’Unione Europea, ma dell’Europa tutta, - al contrario della Corte di Giustizia dell’Unione europea , organo dell’UE che controlla il rispetto, da parte degli Stati membri, del diritto nell’interpretazione e nell’applicazione dei trattati . Alla Corte di giustizia ci si può dunque rivolgere per impugnare una sentenza del tribunale di primo grado nazionale oppure per una questione relativa all'interpretazione o alla validità di un atto di diritto europeo. La risposta della Corte di Giustizia, tramite una sentenza giuridicamente vincolante, è l'interpretazione ufficiale della questione e vale per tutti gli Stati membri.

Nei rapporti tra questi due organi è difficile stabilire il carattere vincolante delle pronunce della Corte EDU rispetto alla Corte di giustizia, come accade invece per la Corte costituzionale nei confronti della magistratura ordinaria dello Stato nazionale. Questo a causa di una differenza sostanziale: la Corte costituzionale è organo di garanzia della fonte suprema del diritto nazionale, la Costituzione, e controlla un organismo a lui gerarchicamente subordinato e facente parte dello stesso sistema, mentre non  può esistere rapporto di subordinazione tra Corte EDU e Corte di giustizia, in quanto organi di due sistemi differenti. Permettere alla Corte EDU di sovrastare la Corte di giustizia europea equivarrebbe ad affidare il controllo giurisdizionale degli atti dell’Unione – anche se riguardanti il rispetto della CEDU – a un organo esterno all’Unione stessa.

La Corte di giustizia entra poi in relazione, come si è accennato precedentemente, con le corti nazionali. Nel nostro ordinamento, la Corte costituzionale riconosce la preminenza del diritto comunitario, affermando che le sentenze della Corte di giustizia ricadono sotto il disposto del diritto comunitario, che riceve immediata e necessaria applicazione nello Stato, con la conseguenza dell'inammissibilità della questione di costituzionalità eventualmente sollevata dal giudice comune. Dunque, per il giudice comune la giurisprudenza della Corte di giustizia prevale su quella della Corte di cassazione. In caso di dubbi di compatibilità fra il diritto vivente della Cassazione e norme comunitarie dotate di efficacia diretta (fra le quali le sentenze della Corte di Giustizia) , è la Corte di giustizia ad avere il pronunciamento definitivo.

Anche la Corte EDU si relaziona con le corti nazionali. Infatti, in virtù dell’articolo 117 della Costituzione italiana , gli obblighi derivanti dalla CEDU, al pari di quelli scaturenti da ogni altro trattato internazionale, si interpongono tra le norme costituzionali e le norme ordinarie. Infatti, proprio perché si tratta di norme che integrano il parametro costituzionale, ma rimangono pur sempre ad un livello inferiore alla Costituzione, è necessario che le norme della CEDU siano conformi ad essa.

Infine, occorre tener presente anche il rapporto che intercorre tra Cassazione e Corte EDU. Nel caso di contrasto tra una norma interna e una norma della CEDU, il giudice nazionale deve preventivamente verificare la possibilità di interpretare la prima in senso conforme alla norma convenzionale, e, nel caso in cui tale opzione interpretativa risulti impraticabile, egli, nell’impossibilità di disapplicare la norma interna contrastante, deve denunciare l’incompatibilità, proponendo la questione di legittimità costituzionale. Resta, come si è visto, alla Corte costituzionale la verifica di eventuali aspetti di conflitto delle norme convenzionali con altri principi della Costituzione : tale corte è infatti chiamata ad annullare la norma interna contrastante con la CEDU, sempre che questa sia costituzionalmente corretta. Perciò, mentre un diritto derivante dai trattati è immediatamente destinato ad operare nell’ordinamento interno – dal momento che l’efficacia diretta delle norme dell’Ue determina il dovere dei giudici nazionali di disapplicare le norme nazionali incompatibili – al contrario, una materia disciplinata dalla CEDU non è destinata direttamente ad operare se una legge interna lo vieta: perciò occorre prima rimuovere la legge nazionale, compito al quale il giudice comune non è legittimato e che spetta alla Corte costituzionale.

Alla luce di quanto detto, si può comprendere il procedimento che porta tale sistema a decidere della vita di un individuo attraverso l’interpretazione ed il bilanciamento dei diritti. Occorre innanzitutto osservare che la Corte EDU, attraverso un’interpretazione dell’art. 8 della CEDU sul diritto al rispetto della vita privata e familiare , ha stabilito che in ogni decisione giudiziale in cui i diritti dei genitori e i diritti del bambino tutelati dallo stesso articolo sono in conflitto, i diritti del bambino devono prevalere. Continuando su questa linea, la Corte EDU spiega la sua decisione di inammissibilità della richiesta dei Gard, i quali hanno agito in giudizio criticando la violazione dell’articolo 2 della CEDU sul diritto alla vita – per aver bloccato l’accesso al trattamento negli Stati Uniti – oltre che dell’articolo 5 CEDU sul diritto alla libertà e alla sicurezza – per aver privato Charlie della sua libertà di movimento. Tuttavia la Corte non riconosce questi presupposti. Innanzitutto, perché il diretto interessato – Charlie Gard – non può esprimere la propria volontà; pertanto, le violazioni richieste sono poste da terzi in favore di Charlie, e non da Charlie stesso. La Corte fa riferimento all’art. 34 della CEDU sul ricorso individuale, ammettendo la richiesta da parte di terzi, in nome di una persona vulnerabile, solo in presenza del rischio che la vittima sia privata dell’effettiva protezione dei suoi diritti. Tuttavia la Corte rileva che tale rischio non sussiste per Charlie, il quale è rappresentato da un tutore indipendente proprio per fare in modo che la sua voce possa essere ascoltata. La Corte sottolinea poi come le sentenze domestiche siano state meticolose ed attente, rispettose dei gradi di giudizio, e dunque l’accusa dei genitori di non aver preso nota dell’art. 2 e 5 della CEDU non può sussistere. Inoltre, per quanto riguarda l’accesso al trattamento sperimentale, la Corte EDU considera che l’obbligo espresso dall’art. 2 CEDU non può essere interpretato come richiesta di accesso a trattamenti sperimentali non autorizzati, ma implica piuttosto il dovere di mettere in atto una quadro normativo appropriato. E tale quadro normativo, rileva la Corte, è stata attuato in modo ineccepibile dal sistema delle corti nazionali. Occorre infine ricordare che la negazione di un trattamento sperimentale non rientra nella « privazione della vita » dell’art. 2.: essa richiede un atto deliberato contrapposto ad un obbligo positivo di assicurare che la vita di una persona venga prolungata. L’art. 2, in definitiva, impone l’obbligo di dare sostegno vitale in casi in cui, in accordo con l’opinione del medico, tale trattamento è nel “ best interest ” del paziente, ma ciò non impone un obbligo assoluto di farlo se tale trattamento dovesse risultare inutile.

Su quest’ultimo presupposto, e sulla garanzia offerta dalla correttezza, meticolosità e controllo reciproco su cui si fonda il sistema delle corti precedentemente descritto, è possibile giudicare sui diritti umani, attraverso una scrupolosa ricostruzione degli interessi in gioco ed un attento rispetto delle procedure, i quali permettono di perpetrare la ricerca della giustizia e la tutela della dignità dell’essere umano. Il sistema delle corti, infatti, con un continuo intreccio tra livello nazionale, internazionale e sovranazionale, permette la costruzione di un complesso normativo e interpretativo fondato su una serie di limiti e controlimiti che assicurano l’oggettività del giudizio e l’effettiva protezione dei diritti umani, i quali sarebbero altrimenti affidati all’arbitrarietà e parzialità del giudizio di singole corti nazionali.

 

Per saperne di più

Il titolo di partenza più indicato è il libro di M. Arden, Human Rights and European Law, Oxford University Press, Oxford, 2015.

 

Immagine di CherryX per Wikimedia Commons [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], da Wikimedia Commons.

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