4 luglio 2020

La letteratura ha vinto sulla vita. Conversazione con Giovanni Bitetto

Dopo aver a lungo seguito da lontano alcune rubriche online di Giovanni Bitetto, appena riaperte le librerie durante il lockdown, vicino alla cassa di un rivenditore pugliese ho trovato una copia di Scavare (Italosvevo 2019), suo romanzo d’esordio. Era una copia piuttosto malmessa, ho dovuto separare molte pagine con un coltello.

Poi c’è stata la lettura: il romanzo dura una sola notte, è l’«estremo dialogo» di un romanziere con un suo amico di infanzia, filosofo marxista, appena scomparso. Un dialogo tutt’altro che conciliante, però: la voce che dice io ripercorre parte dell’esperienza condivisa, cerca di tirarne le somme misurando il peso specifico della parola letteraria e della parola politico-filosofica. Siamo lontanissimi da ciò che accade in altre forme contemporanee, dove il defunto illustre serve al letterato come pietra di paragone che soggioga e intimidisce con la sua compiutezza, la sua irrevocabilità. In Scavare il romanziere si impegna a confutare la parola non romanzesca del suo rivale, riconoscendo però che il proprio lavoro narrativo nasce dalla compromissione con logiche spesso più modaiole, o burocratico-culturali, che limpidamente meritocratiche. Così, attraverso una vicenda che raggiunge livelli anche alti di intimismo e specificità biografica, si compone un ritratto critico del panorama culturale contemporaneo: l’accademia che paga il proprio razionalismo oltranzista con un sempre più marcato scollamento dalla realtà, l’editoria che sembra più interessata a montare casi letterari che ad attendere, e valorizzare, una voce capace di scommettere integralmente sulle armi della letteratura per costruire una strategia di discorso sul mondo.

Ora che l’intervista è realizzata, torno a sfogliare la mia copia di Scavare . Mi dico che ciò che più di tutto ho imparato dall’esordio di questo autore poco più grande di me, con cui condivido la terra d’origine e un immaginario, è che oggi la scelta di fare solo letteratura può ancora convivere con una critica integrale del mondo letterario, senza affiliarsi implicitamente a una corrente sulle altre, senza confidare in un astratto lettore che saprà recepire il testo con purezza ed efficacia altrettanto astratte.

L’intervista è un lento avvicinamento ad alcune questioni poste dal testo di Scavare .

 

 

Per anni, prima di pubblicare Scavare , hai scritto su diverse piattaforme online. Quale pensi sia l’importanza di questi spazi nel dibattito letterario contemporaneo?

Arrivando proprio da quegli spazi non posso che riconoscerne l'importanza: sono i luoghi in cui la comunità letteraria - sempre più sparuta, a dire il vero - si incontra, dibatte, si riconosce. Tuttavia il web vive di nicchie e nicchiette, è importante saper riconoscere gli spazi validi. Sappiamo tutti che un problema dei nostri tempi è l'orizzontalità, la mancanza di gerarchia e mediazione: il mio consiglio per chi guarda al panorama culturale e magari vuole dire la propria è di non buttarsi a capofitto nel primo asfittico blog in cui il solito circoletto di quattro redattori si parla addosso credendosi al centro del mondo. Occorre piuttosto ponderare, soppesare l'importanza di ogni spazio, rivolgersi alle realtà consolidate o a quelle che stanno dimostrando il proprio valore. La cultura non è intervenire a tutti i costi, ma saper scegliere le parole, e i luoghi in cui pronunciarsi.

 

 

Come i due protagonisti di Scavare , sei un pugliese che non vive più in Puglia, e città e provincia si contrappongono nella tua biografia come nel tuo romanzo.

Philip Roth diceva che per lo scrittore il luogo di nascita è quel posto da cui si passa tutta la vita a fuggire e tutto il tempo a scriverne. Come molti ho avuto un rapporto contraddittorio con il Meridione, e ci sto facendo pace solo in questo periodo. Finora ho raccontato il Sud nei suoi aspetti più tragici: la noia, la mancanza di prospettive, il desiderio di fuggire. Un racconto per negazione. In futuro cercherò di addentrarmi nel patrimonio simbolico che ha lasciato la mia regione, cercando di operare sull’immaginario a livello profondo. D'altro canto il racconto della città in Scavare è altrettanto crudo, fra immagini di potere che si rivelano illusorie e un sistema di vita individualista e feroce. Ecco: se il mio sguardo sul Meridione si è addolcito, la mia percezione del vivere in città è ancora gravida di contraddizioni.

 

 

Quali voci contemporanee senti in dialogo con te quando scrivi?

Quando scrivo mi sento in dialogo con tutto ciò che ho letto in precedenza. Le reminiscenze letterarie diventano un'inconscia cassetta degli attrezzi da cui estrarre il pezzo giusto all'occorrenza. Mi accorgo di rubare un'espressione a Pynchon, una considerazione a Sebald, un inciso a DeLillo, una fascinazione a Permunian. Non faccio distinzione fra maestri del passato e scrittori contemporanei, mi basta sapere che mi sto connettendo con voci coerenti che, pur con visioni antitetiche, hanno tenuto fede all'intento originario della letteratura: scrivere un buon testo.

 

 

Il rapporto dialettico tra vivi e morti è uno dei temi più ricorrenti nella nostra letteratura contemporanea, sia nella narrativa che in poesia. Come realizzi questo tema in Scavare ?

Per come si configura il mondo contemporaneo il dialogo fra vivi e morti si risolve sul terreno della fantasmagoria. La nostra cultura è abitata da fantasmi, dalla forma vuota di un passato che torna a visitarci nella sua evanescenza. Questo segnala la nostra incapacità di modellare un futuro al di là del feticismo autoindotto dalle modalità di fruizione capitalista, un’impasse con cui la cultura fa i conti da cinquant'anni, ma che si acuisce di decennio in decennio, poiché viene meno quella spinta all'innovazione che era propria del Novecento. Il reale si fa di giorno in giorno più complesso, e noi lo analizziamo tramite saperi usurati, o che abbisognano di un grado di specializzazione tale che, alla fine, perdiamo il senso del tutto. Le scritture weird e grottesche che spuntano come funghi segnalano proprio questo trauma: esorcizzano un reale inafferrabile tramite una forma che implementa coerentemente il fantasma, la nostalgia per un presunto ordine estetico-ideologico che non riusciamo a replicare. Quando ho scritto Scavare non volevo rifarmi alla scrittura weird/grottesca, eppure sin da subito - quasi senza pensarci - ho inserito un fantasma. Il filosofo, nella visione del narratore, non è altro l'incarnazione di quella "vita coerente" che lui invidia, e di cui a tutti i costi cerca l’elemento di futilità. Il narratore si chiude nel suo cinismo perché sa che non riuscirà a modellare il caos della sua vita, e in fin dei conti si bea di essere ancora vivo, mentre l'altro è morto. Eppure il rivale viene a tormentarlo come un fantasma: proprio come il peso del passato viene a tormentare noi che non sappiamo vivere con la complessità del nostro orizzonte sociale.

 

 

La malattia è una presenza costante e multiforme in Scavare . Come hai deciso di parlarne, e perché?

La malattia è il segno tangibile della nostra decadenza, il momento in cui prendiamo coscienza della finitudine della nostra vita. Come per il rapporto con il passato, la nostra cultura vive un rapporto problematico con la morte. Nell'ipertrofia ottimista del dogma capitalistico la morte è espunta come un fastidio, qualcosa di cui è bene non parlare, e che un giorno verrà superata da chissà quale meraviglia tecnologica. L'orizzonte ultimo della nostra finitudine sembra essere in contrasto con l'imperativo del consumo, occorre continuare ad alimentare quell'immaginario paradisiaco a cui possiamo accedere solo tramite il consumo fisico e digitale. La malattia al contrario è l'universo dell'errore, del sovvertimento delle priorità, il rostro del tempo sulla nostra pelle. Mi interessava esplorarla in questo senso.

 

 

Un’altra forma ricorrente nel contemporaneo è il confronto della parola letteraria con l’altro da sé – solitamente la cronaca, nel tuo caso la filosofia, criticata in quanto avanza indebite pretese di verità, le quali restano estranee alla letteratura. Ma cos’è, allora, la letteratura per il romanziere che narra Scavare ?

Negli ultimi anni per quanto riguarda la letteratura si è parlato di "ritorno alla realtà" dopo la sbornia postmoderna. I generi più frequentati sono quelli che implementano il reale come motore del testo letterario, come l'autofiction o il saggio narrativo (che spesso si origina dalle esperienze personali dello scrivente). Si tratta di un mix in cui reale e fittizio diventano indistinguibili. Penso che abbiamo introiettato le categorie postmoderne a un livello tale per cui non riusciamo più a discernere fra reale e narrato, d'altro canto ci narriamo giornalmente sui social, e quella dimensione pubblica spettacolarizzata influisce fortemente sulle nostre vite. La letteratura in un certo senso ha vinto sulla vita: ovunque si applica la formula dello storytelling - quell'algebra di letteratura a buon mercato in grado di rendere omogenee e fruibili le materie più disparate, da un reality a uno show di cucina, passando per le nostre esperienze personali che poi sintetizziamo in un tweet o in un post. Paradossalmente, se le tecniche letterarie si sono ‘sciolte’ nella vita, la letteratura ha perso la propria specificità: al giorno d'oggi sono pochi quelli che si appellano ad essa per ritrovarvi un'analisi profonda della realtà. Ecco allora che, per sopravvivere, per dirsi ancora al passo coi tempi, la letteratura si appoggia alla cronaca, o ad altre discipline. In Scavare ho cercato di mettere in luce questa contraddizione: da una parte il narratore vorrebbe riportare la letteratura ai suoi antichi fasti, riattivare quella capacità di esprimere il vero attraverso l'invenzione; dall'altra si rende conto che è impossibile agire con la finzione su un mondo che è già finto di per sé, i cui veri rapporti di forza sono occultati da quegli stessi procedimenti che sono della letteratura, debitamente spettacolarizzati. Ecco allora che cerca in tutti i modi il conflitto con le pretese di verità della filosofia, negando gli esiti della filosofia afferma la capacità della letteratura di pervenire al vero tramite la menzogna, o almeno questo sarebbe il suo ingenuo desiderio.

 

 

Al filosofo marxista si rimproverano l’eccessiva tendenza all’astrazione e il conseguente scollamento tra teoria e prassi politica. Il suo marxismo, però, prescinde dalla storicità di questa corrente di pensiero politico: che ruolo gioca allora nel tuo sistema narrativo?

Non mi interessava parlare proprio di marxismo, ma ho preso una corrente di pensiero il cui nucleo fondamentale risiede nell'azione sulla realtà. A oggi il marxismo - come altre dottrine politiche e filosofiche - si risolve principalmente nei dipartimenti universitari: di meme sinistrorsi è pieno il web, mentre le piazze sono vuote, almeno in Italia. La lotta per il pensiero e per l'immaginario è importante, ma quando questa si chiude nella propria autoreferenzialità vuol dire che in un certo ambito si è persa l'aderenza con la realtà. Poiché l'intero sistema culturale funziona per nicchie che alimentano se stesse, la riflessione diviene frammentaria e residuale. Così le avanguardie culturali perdono la capacità di individuare le criticità della nostra realtà e soprattutto la possibilità di comunicarle. In Scavare il narratore fa leva su questa contraddizione per invalidare l'intera esperienza intellettuale del filosofo.

 

 

Come dicevo nell'introduzione, Scavare è un libro molto ironico e critico nei confronti degli ambienti classici della cultura umanistica: accademia e editoria. Quali sono i punti principali di questa critica?

Come dicevo poc'anzi, l'incapacità di produrre concetti in grado di impattare e modificare il corso della nostra società è propria sia dell'accademia che dell'editoria (in senso lato, del mondo culturale). Sia editoria che accademia sono impegnate a perpetuare se stesse, con le medesime logiche mercantiliste di qualsiasi altro settore, non potrebbe essere altrimenti in una società che considera la cultura un mero orpello. D'altro canto l'intero settore culturale non fa niente per essere altro da sé, preferendo la grigia sopravvivenza all'annientamento. In Scavare la parabola del filosofo mette in luce l'ideologia carrierista che si respira nell'ambiente accademico, mentre quella del narratore descrive la burocrazia culturale - fatta di riti consunti, che hanno ormai hanno perso di significato - dell'ambiente editoriale. 

Una disamina così cruda nasce da una mia personale delusione, da una presa di coscienza - avendole vissute più da vicino rispetto a quando era un "semplice" lettore - di queste meccaniche. Ho scritto Scavare mentre stavo uscendo dall'università e iniziavo ad approcciarmi all'editoria in modo professionale, avevo bisogno di una pars destruens . Per questo l'affresco del mondo culturale è così cupo. In realtà non so se sono in grado di formulare critiche costruttive, o se in futuro vedrò le cose in maniera pacificata.

 

 

La dimensione familiare, intesa come luogo di conflitti strutturanti, è decisiva per tutti i personaggi del romanzo.

Ormai è chiaro che il mio romanzo tratta la crisi dell'istituzione. Accademia, cultura e anche famiglia.  Per i protagonisti la famiglia è l'ennesimo ambito da cui scappare, una cellula che presiede alla trasmissione di valori disfunzionali. Eppure, nonostante ce la mettano tutta, il trauma originario dell'ambito familiare rimarrà sempre in loro: si considereranno per sempre dei figli, anche perché non diventano mai padri; da qui l'attenzione per l'adolescenza e la giovinezza, piuttosto che per una maturità vissuta in maniera più lineare. Se vogliamo anche qui possiamo tirare in ballo un movimento più generale. David Foster Wallace - tocca citare un santino usurato, ma la cui acutezza ci manca ancora oggi - diceva che l'epoca postmoderna somiglia a un weekend in casa senza genitori: il primo giorno sei sollevato e organizzi una grande festa, una festa così lunga che ben presto degenera, e quel sollievo si trasforma in ansia, perché vorresti che tornassero i tuoi a ristabilire l'ordine. Poi ti rendi conto che loro non torneranno mai più, e che tocca a te ristabilire una gerarchia valoriale, ma sai di non esserne capace. Siamo orfani di un ordinamento coerente del mondo e non riusciamo a uscire dalla nostra posizione di sudditanza. Anche i protagonisti di Scavare si spendono in articolate torsioni del pensiero, ma alla fine rimangono sempre quei ragazzi problematici e sconfitti.

 

 

Per finire, ti chiedo di commentare un passo di Scavare . Il narratore, a proposito del proprio romanzo d’esordio, dice: “dopo le avanguardie storiche, il primo esistenzialismo, lo psicologismo, il neorealismo, il Nouveau Roman con école du regard annessa, le neoavanguardie, la narrazione operaia, il postmoderno, il cronachismo giovanile, la moda del pulp, del giallo, dei generi più disparati , la critica al sistema mediatico, il ritorno al realismo, il ritorno all’impegno, il romanzo neostorico e il saggismo narrativo, adesso, di sana pianta, i critici riscoprivano il decadentismo, la riproposizione di temi novecenteschi mischiati all’ingenuità di un iracondo romanziere quasi trentenne”.

Si tratta di un passo ironico in cui gioco con le etichette che di volta in volta sono affibbiate a questo o quel romanzo, e che segnano mode culturali che ben presto si sciolgono al sole. Il narratore sa che parte del suo successo nella scrittura è dovuto a quella burocrazia culturale, quindi non può fare a meno di giudicare negativamente il suo stesso operato. Per quanto mi riguarda non mi sento di esprimere una vera e propria dichiarazione di poetica. So però che c'è una direzione nella quale voglio indirizzare la mia scrittura. Per me la pagina scritta è riflessione, tentativo di dare un ordinamento al mondo, problematizzando questioni morali e culturali. Mi interessa quindi ragionare di morale attraverso il conflitto, perché credo che nella Storia la letteratura più riuscita abbia fatto questo. La letteratura è dall'uomo e per l'uomo, da sempre mette alla prova gli strumenti etici e morali che l'uomo si fabbrica per scandagliare e operare sul reale. Il mio intento è affinare le capacità di questa bilancia.

 

 

Per saperne di più

Giovanni Bitetto (1992) nasce a Terlizzi, vive ad Andria, poi a Trani, ha studiato a Bologna e Roma, attualmente sopravvive e lavora a Milano. Nonostante tutto crede di vivere ancora a Bologna. Ha scritto di letteratura e società per varie testate cartacee e web, fra le quali The Vision e Flanerì. Ha partecipato alle antologie Odi. Quindici declinazioni di un sentimento (effequ, 2017) e L'ultimo sesso al tempo della peste (Neo, 2020). Scavare (Italosvevo, 2019) è il suo primo romanzo.

 

 

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