18 luglio 2020

Realizzare «il bel sogno dell’umanità»

Intervista a Carlo Minnaja

 

Carlo Minnaja, nato a Roma nel 1940, si è laureato in Scienze Matematiche presso l’Università di Pisa nel 1963 e in Storia presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia nel 2006. È stato inoltre perfezionando in Scienze presso la Scuola Normale Superiore (1963-1965). Già allievo ordinario della SNS, consegue nel 1957 il Diploma normale di Magistero dell’Istituto Italiano di Esperanto. Dal 1980 è professore associato di Analisi Matematica presso l’Università di Padova, dal 1989 professore ordinario di Matematica Applicata presso l'Accademia Internazionale delle Scienze (AIS) di San Marino e dal 2003 è professore onorario di Matematica Applicata presso l'Università Statale “Lucian Blaga” di Sibiu-Hermannstadt. Carlo Minnaja si è occupato di matematica del linguaggio, linguistica computazionale (Membro del Consiglio Scientifico dell’Istituto di Linguistica Computazionale del CNR dal 1979 al 1994), elaborazione del linguaggio naturale, traduzione automatica, lingue pianificate e storia della matematica. Dal 1973 è membro della Accademia di Esperanto (Akademio de Esperanto) e nel 1990 è stato insignito del Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

 

D: Gentile Prof. Minnaja, ti ringrazio per aver accettato di partecipare a questa intervista. Nel 2019 ti sei reso autore della prima introduzione in lingua italiana alla letteratura esperanto, pubblicata dalla casa editrice Athenaeum di Parma. Inizierei subito chiedendoti che cos’è l'esperanto e come un giovane normalista vi sia entrato in contatto.

 

R: L’esperanto è una lingua ausiliaria internazionale, creata a tavolino dall’oculista ebreo polacco Lazzaro L. Zamenhof nel 1887 e poi sviluppatasi per oltre 130 anni come una qualsiasi lingua etnica; gli attuali parlanti, a seconda dal livello di conoscenza, sono valutati da uno a tre milioni, sparsi in tutto il mondo; è insegnata in alcune università (in Italia a Parma e fino all’anno scorso anche a Torino), esistono organizzazioni esperantiste in collaborazione con l’UNESCO, una relativamente vasta letteratura (escono circa 150 libri l’anno e un centinaio di riviste), un club di scrittori associato al PEN International. Io sono venuto in contatto con l’esperanto fin dalla nascita, perché entrambi i miei genitori erano esperantisti e sia io che mio fratello, più grande di me di due anni, siamo stati educati in entrambe le lingue; ancora adesso è la lingua che parlo usualmente con lui. Molti esperantisti di passaggio per Roma venivano in visita a casa mia, anche attratti dal fatto che noi bambini parlavamo l’esperanto come lingua nativa, cosa che allora era rara in Europa e unica in Italia. Adesso di parlanti esperanto dalla nascita ce ne sono alcune migliaia, e vari anche in Italia. Sono andato fin da ragazzo a convegni e congressi internazionali, per cui la lingua, la sua “idea interiore” di fratellanza e giustizia tra i popoli, è sempre stata nel mio DNA. Quando vi arrivai matricola, alla Normale cosa fosse la lingua era ben noto, anche perché mio fratello era già studente lì.

 

D: L’esperanto intende proporsi come lingua per la comunicazione internazionale ad ogni livello, e per certi versi già ricopre questo ruolo in diverse misure all’interno del movimento esperantista. Non è cosa nascosta, tuttavia, che il senso comune nutra un pregiudizio nei confronti di una supposta “artificialità” dell’esperanto, sicché questo verrebbe rappresentato talvolta come qualcosa di innaturale o, comunque, di inespressivo, a differenza delle lingue cosiddette storico-naturali. Nella tua preziosa esperienza da madrelingua hai mai avvertito una qualche sorta di limite nell’uso di questa lingua?

 

R: La cosiddetta “artificialità” è stata spesso considerata (e talvolta lo è tutt’ora, ma in misura minore) come peccato originale dell’esperanto in opposizione alle lingue storico-naturali, come se questa caratteristica ne rendesse impossibile un funzionamento completo anche letterario. Come giustamente ha argomentato già circa un secolo fa Bruno Migliorini, storico della lingua italiana e poi presidente dell’Accademia della Crusca, tutte le lingue sono artificiali in quanto create dall’uomo e tutte le espressioni hanno avuto un primo autore, dopo di che, se hanno avuto fortuna, sono entrate nell’uso. Termini come “austriacante”, “panciafichista”, “interventista”, “cecchino”, che occorrevano nella stampa ai primi del secolo scorso erano ben artificiali nel senso sopra detto; del pari tutti i termini autarchici istituiti dal fascismo come littorina, terzino, mediano, centrattacco, ala, pallonetto, schiacciata, autista (immagino pochi giovani sappiano come si diceva prima…); i giornalisti della politica ne sfornano di continuo, da eurocomunismo a “maggioranza bulgara” al recente e bizzarro “malpancista”(!). L’esperanto è ormai in uso da cinque generazioni, è una lingua viva e in nulla si discosta, nel modo di evolversi ed arricchirsi del suo lessico, da una lingua storico-naturale; la struttura grammaticale rimane invece saldamente fissa, il che ne garantisce la stabilità, cosa che altri progetti linguistici non hanno saputo mantenere e si sono sfaldati nella continua ricerca di ipotetici miglioramenti. In tutta la mia attività nella comunità esperantofona (classificata come “gruppo” nella Dichiarazione Universale dei Diritti Linguistici, Barcellona 1996), non ho mai avvertito che mi “mancasse la parola” per insufficienza della lingua, sia nella conversazione comune, sia nelle traduzioni letterarie. Peraltro, varie lingue di popoli che solo in quest’ultimo secolo e mezzo sono state ricostruite unitariamente dopo un lungo tempo di diversificazione (ad esempio l’ebraico moderno o il nynorsk), oppure sono da poco arrivate alla codificazione scritta, hanno fruito di forti immissioni di artificialità nella standardizzazione sia della grammatica che del lessico, per cui il termine “artificiale” in ambito linguistico, e in particolare riguardo all’esperanto, non dovrebbe più avere una connotazione negativa.

 

D: Di matematici che si sono interessati di lingue pianificate ne sono noti diversi, come Descartes o Peano, per citarne alcuni. Nella tua carriera accademica, però, ti sei occupato anche di linguistica computazionale e trattamento automatico del linguaggio (NLP). L’esperanto ha qualcosa da dire a proposito di queste discipline?

 

R: La linguistica computazionale e il trattamento del linguaggio naturale sono stati i pilastri fondamentali della traduzione automatica di testi scritti, che, iniziata nel 1946 (Fondazione Rockfeller), ha prodotto negli anni una sessantina di sistemi (EUROTRA, Systran, TITRAN, ecc.); uno di questi, il DLT (Distributed Language Translation) era basato su una lingua intermedia (LI) nella quale i testi nelle lingue di partenza venissero tradotti e dalla quale venissero poi ritradotti nelle singole lingue di arrivo; la LI doveva però essere molto semplice, regolare, logica per essere adattabile alle strutture di tutte le lingue in ingresso e in uscita, e fu scelto l’esperanto con qualche minima modifica rivelatasi opportuna cammin facendo. I risultati furono soddisfacenti, andando anche al di là di semplici prove o dimostrazioni di funzionalità, ma dalla metà degli anni Novanta, con l’enorme incremento dei corpora di miliardi di parole e frasi disponibili per un numero notevole di lingue, la traduzione automatica non si basò più sulla trasposizione di strutture linguistiche, quanto direttamente sulla traduzione di parole o frasi immagazzinate (così funziona, ad esempio, il traduttore di Google, che attualmente tratta, con maggiore o minore livello di affidabilità, 105 lingue, tra cui l’esperanto). La regolarità dell’esperanto con le desinenze caratteristiche per le singole forme grammaticali (-o per il sostantivo, -a per l’aggettivo, -j per i plurali, -as per l’indicativo presente ecc.) e la semplicità dei termini correlativi (quello, chi, nessuno, tutto, così, come, perché, quando, dove, là, allora, mai, sempre, quanto ecc.) tutti raccolti in una tabella con sole cinque radici e nove desinenze, consente il loro riconoscimento automatico e quindi la facile elaborazione di basi di dati utili per l’estrazione automatica dell’informazione, per la risoluzione dell’anafora, per la trasposizione automatica di dizionari plurilingue o per lo studio degli stili letterari basati sulla frequenza delle occorrenze.

 

D: Già da qualche decennio, ormai, la ricerca, sia scientifica che umanistica, sembra confluire, con le dovute eccezioni, verso il monolinguismo. Cosa dovrebbe spingere uno studente o un ricercatore ad apprendere l’esperanto e cosa l’esperanto può offrire in un mondo che è evidentemente diverso da quello in cui ormai 130 anni fa la lingua ha avuto origine?

 

R: Chi scrive in una lingua, sceglie il proprio pubblico di lettori e a volte si illude che quello sia tutto il mondo. L’inglese non è letto ovunque, tanto che Dan Brown è tradotto in una sessantina di lingue. Non ho seguito statistiche se davvero la ricerca stia confluendo verso il monolinguismo, se con questo termine si deve intendere una totale “inglesizzazione”, anche perché, ad esempio, le statistiche sull’impact factor erano all’inizio distorte (non so adesso) in quanto create da società private quando certe case editrici iniziarono l’assalto alle biblioteche scientifiche americane e cominciarono a pubblicare solo in inglese, e solo le riviste grosse potevano pagarsi il servizio di indicizzazione per figurare nell’impact factor; ne restavano così escluse, e quindi ignorate, pubblicazioni “di nicchia” – ma anche no – in altre lingue. Leggendo quello che compare su Academia.edu, per quello che può valere, vedo oggi una presenza non infima di articoli anche in russo, italiano, spagnolo, catalano, polacco, esperanto ed altro, il che dimostra che anche l’attività di ricerca in altre lingue è ben viva. Ovviamente in esperanto è preminente la ricerca umanistica sulla produzione letteraria in lingua, ma non è escluso il settore più specificamente scientifico; si tengono sessioni universitarie in vari convegni esperantofoni, che poi pubblicano gli atti. La ricerca non è solo il risultato che si scrive – publish or perish –, ma è quello che si elabora attraverso i contatti, le letture, gli incontri; l’esperanto, con cultori in tutto il mondo tendenti alla comunicazione internazionale, offre ad un giovane delle aperture da non sottovalutare: a parte i numerosi convegni più diversi, vorrei citare qui, ad esempio, il Pasporta servo (it. “Servizio passaporto”), una struttura di famiglie disposte ad ospitare gratuitamente giovani che conoscano l’esperanto, organizzata dall’Associazione Mondiale della Gioventù Esperantista (TEJO). Tale rete conta circa 1350 ospitanti in quasi 800 città di 85 paesi del mondo.

 

D: Come esperantista ti sei fatto autore di numerose traduzioni di opere letterarie in esperanto. Cosa significa tradurre in esperanto e, più in generale, per una lingua pensata come strumento di comunicazione internazionale quanto valore ha la creazione di una letteratura originale?

 

R: La traduzione mette in contatto persone che vogliono comunicare, ma non possono per la diversità di lingua, e io ho sempre desiderato aiutare queste persone. La traduzione in esperanto voleva dimostrare al mondo che la lingua, ancorché nata a tavolino, era pienamente funzionante, che in esperanto si poteva dire tutto e gli esperantisti si sono quindi cimentati nelle traduzioni delle opere letterarie più impegnative, dalla Bibbia alla Divina Commedia (in terza rima), dal Faust alle tragedie di Shakespeare, dal Kalevala al Martin Fierro, dal Corano al Mannjo-Shuu giapponese, e si può dire che non esista autore appena un po’ noto, anche solo localmente, che non sia stato tradotto in esperanto. Questo mi ha attirato fin da ragazzo, perché attraverso queste traduzioni ho conosciuto opere notevoli scritte originariamente in ceco, estone, lituano, ungherese, scozzese, gallego, cinese, pali, bengalese, persiano e altre lingue che erano totalmente al di fuori della mia iniziazione culturale, dato che mancavano (e largamente mancano tuttora) traduzioni in italiano. Ho quindi, a mia volta, cercato di dare diffusione a scrittori italiani, già noti in qualche altra lingua, ma non solo: ho tradotto Machiavelli, Pirandello, Goldoni, Ruzante, Rosso di San Secondo, Pavese, Corazzini, Gozzano, Campana, Caproni, Penna e parecchi altri, anche con antologie di autori regionali (liguri, trentini, lucani) o di minoranze linguistiche in Italia (ladino, cimbrico, mocheno). Ma già col 1887 è nata la letteratura originale in esperanto: il primo libro, uscito in russo, conteneva le 16 regole della grammatica, un vocabolario di 917 radici, due traduzioni e due poesie originali (rimate) di Zamenhof. Adesso ci sono migliaia di opere originali di tutti i generi, dalla poesia al romanzo, dalla novellistica al teatro, nonché la musica, e meritano di essere fatte conoscere attraverso traduzioni in lingue nazionali. In italiano esistono La specie bambina, un lungo poema dello scozzese William Auld (1924-2006), che fu candidato al premio Nobel, e tre antologie di poesia e di prosa, oltre a brani sporadici su riviste. Infatti, la letteratura esperanto, costruita da autori di diversissima provenienza, ha qualcosa da dire di suo, avendo la lingua un’idea interiore.

 

D: Hai già parlato prima di questa “idea interiore”. Di cosa si tratta?

 

R: Il discorso di Zamenhof al secondo congresso internazionale di esperanto tenutosi a Ginevra nel 1906, così recita: «Verrà un giorno in cui l’esperanto, divenuto proprietà dell’umanità intera, perderà la sua caratteristica ideale; se ne trarrà solo profitto, non si combatterà per diffonderlo. Ma ora, quando quasi tutti gli esperantisti non ne traggono ancora profitto, ma solo combattono, sappiamo bene che a lavorare per l’esperanto ci sprona non il pensiero dell’utilità pratica, ma solo il pensiero dell’idea grande, importante, santa che ha in sé una lingua internazionale: la fratellanza e la giustizia tra tutti i popoli». Infatti, il primissimo inno esperantista, quando la lingua era ancora in fase di progetto, diceva: «L’inimicizia delle nazioni cada, cada, è già tempo; tutta l’umanità si dovrà unire in una famiglia», e anche la poesia La espero (it. “La speranza”), che è poi divenuta l’inno ufficiale del movimento, canta di un nuovo sentimento che promette di abbattere i muri tra i popoli e di lavorare perché si realizzi “il bel sogno dell’umanità”. È questa la “idea interiore” insita nell’esperanto. Ecco perché due persone possono aver studiato l’inglese e comunicare in questa lingua, ma non diventano, per questo, inglesi, mentre due persone che comunicano in esperanto sono esperantisti, perché hanno studiato (o ereditato) una lingua nata specificamente con lo scopo di eliminare la supremazia linguistica di un popolo su un altro. Ognuno conservi la sua lingua, l’esperanto serve per comunicare a livello paritario con chi ha una lingua diversa. Lo spirito di solidarietà che riunisce gli esperantisti è, quindi, la voglia comune di concorrere alla conoscenza reciproca tra popoli diversi, a cui può più facilmente seguire l’apprezzamento dei rispettivi valori culturali e un raffreddamento delle tensioni internazionali (ovviamente nessun esperantista si illude che una unità di lingua garantisca anche una uguaglianza economica o sociale). Si può parlare di un popolo esperantista? Molti dicono di sì: non lo unisce una storia (ius sanguinis) o un territorio (ius soli), o una religione (ius fidei), ma l’adoperarsi per un nuovo ordine linguistico, in cui tutti siano uguali (ius sermonis). L’essere esperantista diventa quindi anche una identità.

 

Per saperne di più:

Si consiglia la lettura di Minnaja, C. (2019), Introduzione alla letteratura esperanto, Athenaeum Edizioni Universitarie, Parma; Minnaja, C. (2009), Lazzaro Ludovico Zamenhof. Antologia, Federazione Esperantista Italiana, Milano; Minnaja, C. (2007), L’esperanto in Italia. Alla ricerca della democrazia linguistica, Il Poligrafo, Padova. Tra le sue opere in esperanto si ricordano Minnaja, C. (2018), Historio de la Akademio de Esperanto, Itala Esperanto-Federacio, Milano; Minnaja, C.; Silfer, G. (2016), Historio de la Esperanta literaturo, Kooperativo de Literatura Foiro, La Chaux-de-Fonds.

 

 

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