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7 febbraio 2018

Che lingua parla un italiano?

di Domenico Cerrato

Mentre sono in fila per visitare la Galleria degli Uffizi a Firenze, sento un adolescente, probabilmente inglese, chiedere con insistenza alla madre: «Is he Italian?». Non lontano da noi si trova infatti una famiglia di origini campane, o almeno tale è il dialetto in cui si esprime quello che sembra essere il padre nel riportare un episodio avvenuto nella regione di provenienza. Al di là della questione se il ragazzo straniero possieda o meno qualche conoscenza dell’italiano  (appare possibile, dato il suo interesse), la sua curiosità ci pone di fronte a una questione che merita di essere approfondita. La risposta alla domanda è infatti questa: sì, il signore che parla dialetto si può considerare senz’altro italiano; tuttavia quello che parla non è italiano.

Il legame di identità che unisce un parlante alla propria lingua viene spesso dato per scontato. Eppure potremmo rimanere sorpresi nello scoprire le dinamiche che hanno permesso all’idioma in cui è scritto questo articolo di diventare de facto lingua ufficiale della Repubblica Italiana. L’affermazione dell’italiano come lo conosciamo oggi è infatti il risultato di un processo durato secoli, che ha visto il progressivo affermarsi e “nazionalizzarsi” di uno dei numerosi idiomi parlati nella penisola, quello del toscano fiorentino, a discapito dei restanti dialetti.

Che differenza intercorre però tra lingua e dialetto ? Si tratta di una questione complessa, innanzitutto a livello di nomenclatura. Da un punto di vista formale lingua e dialetto sono la stessa cosa. Consultiamo a tal proposito la definizione che dà di «lingua» il vocabolario Treccani: questa è «un sistema di suoni articolati distintivi e significanti [...], di elementi lessicali, cioè parole e locuzioni [...], e di forme grammaticali [...], accettato e usato da una comunità etnica, politica o culturale come mezzo di comunicazione per l’espressione e lo scambio di pensieri e sentimenti».  La descrizione si adatta correttamente sia alla lingua che al dialetto. La differenza, allora, va ricercata nel rapporto che definisce i due concetti per opposizione.

Prendiamo quindi in prestito una celebre dichiarazione attribuita generalmente al linguista Max Weinreich: «Una lingua è un dialetto con un esercito e una marina». Si tratta di una definizione molto suggestiva, la quale verte soprattutto su un fattore extra-linguistico, che non contempla cioè le potenzialità e le caratteristiche intrinseche di un parlato. Una lingua sarebbe perciò «lingua» se riconosciuta ufficialmente e fatta insegnare (e adoperare) ai membri di una comunità da parte di un’entità statale. A ben vedere questa concezione si adatta piuttosto bene, da un punto di vista socio-culturale, alla situazione italiana: l’italiano insegnato a scuola è considerato una lingua, mentre il napoletano o il ligure sono definiti in genere come dialetti. Nonostante le definizioni di lingua e dialetto così come sono intese abitualmente oggi si rifacciano proprio a questo genere di interpretazione, esistono approcci alternativi al tema.

A livello più propriamente linguistico, infatti, i concetti di lingua e dialetto sono spiegabili solo se presi in stretta relazione l’uno con l’altro: un determinato parlato sarà dialetto di una determinata lingua se il primo è una variante della seconda o, secondo una concezione genealogica (cioè di discendenza), se si è sviluppato a partire da questa. Possiamo renderci conto se due dialetti sono varianti di una stessa lingua basandoci su fattori come la comprensione reciproca dei parlanti, la condivisione della maggior parte del lessico di base (cioè delle parole più usate), l’utilizzo della stessa morfologia e sintassi (cioè delle stesse regole grammaticali). Questi fattori ci permettono di affermare che da un punto di vista linguistico i cosiddetti «dialetti italiani», i quali per secoli sono stati le uniche lingue a disposizione di milioni di parlanti nella penisola, non sono in verità dialetti dell’italiano.

La realtà è che, a livello esclusivamente genealogico, i dialetti d’Italia e l’italiano, che come si è detto in precedenza deriva direttamente dal fiorentino, sono caratterizzati da un rapporto paritario; se usassimo come paragone un legame di parentela, si tratterebbe di quello che unisce dei figli che condividono la stessa madre. Ognuna di queste lingue, infatti, discende direttamente dal latino volgare , ovvero da quella variante di latino parlata dalla popolazione comune che ha abitato l’Italia al tempo dell’antica dominazione romana. I nostri dialetti sono a tutti gli effetti varietà linguistiche che gli studiosi definiscono «romanze» o «neolatine», cioè figlie del latino, allo stesso titolo di lingue come il francese, il rumeno o il portoghese. Quelle che allora converrebbe teoricamente definire «lingue» non sono varianti impure dell’italiano né derivano in alcun modo da esso, ma si sono sviluppate parallelamente. L’unico criterio per cui i dialetti d’Italia possono considerarsi tali, allora, si basa sul fatto che tutti condividono come «lingua-tetto», ovvero come lingua di riferimento a livello di prestigio e influenza, l’italiano. Ma cos’ha permesso a quest’ultimo di diventare la lingua predominante?

Il percorso che ha portato il fiorentino ad affermarsi come lingua nazionale all’interno della frammentata situazione linguistica italiana è complesso. La complessità è dovuta in particolar modo al ritardo con cui l’Italia si è unificata politicamente: a un’unificazione politica, infatti, si associa spesso storicamente un’unificazione linguistica. È anche per questo che i dialetti-lingua della nostra penisola, rispetto ad altri paesi europei come la Francia, hanno mantenuto più a lungo un ruolo preponderante all’interno dei diversi assetti politico-sociali d’Italia. D’altro canto, la dicotomia che vede contrapposti a livello di prestigio l’italiano da un lato e i dialetti dall’altro non è sempre stata quella storicamente dominante.

Nel tardo Medioevo italiano, l’età in cui dalle testimonianza scritte è possibile iniziare a riconoscere in modo circonstanziato le lingue italiane, non vi era difatti opposizione tra una lingua romanza più prestigiosa e le altre. I due fuochi della concezione linguistica medievale erano invece da una parte il latino, lingua di cultura e vicina il più possibile a quella degli autori classici della romanità, e dall’altra il volgare , termine con il quale si intendeva la sola lingua conosciuta dalla maggior parte popolazione poco o per nulla alfabetizzata (il «volgo» per l’appunto). Il concetto del volgare, dunque, comprendeva tutto il calderone degli idiomi italiani sviluppatisi a partire dal latino. Si trattava però di una concezione che prima o poi sarebbe decaduta.

Dante Alighieri, con la scrittura del De Vulgari Eloquentia – opera non casualmente scritta in latino –, fu il primo, alla fine del Duecento, a compiere un’operazione di distinzione dei molteplici volgari d’Italia; l’autore della Commedia ne individuò quattordici, ma si rese d’altronde conto che, data l’estrema frammentazione dei parlati italiani (vi erano sostanziali differenze persino all’interno di stesse città), un conteggio che avesse compreso ogni sotto-varietà avrebbe oltrepassato il numero di mille. Pur con tutti i suoi limiti e le sue inesattezza, l’operazione di Dante fu comunque estremamente originale e rappresenta bene quel cambiamento di sensibilità nei confronti del volgare che, a partire dal Cinquecento, avrebbe permesso la graduale unificazione linguistica della cultura italiana. L’obiettivo ultimo di Dante non era infatti quello di compilare un catalogo linguistico, ma consisteva nella ricerca (allora infruttuosa) di un volgare «illustre» che potesse ambire al prestigio letterario del latino. Sorprendentemente però, pur essendo Dante fiorentino, nel De Vulgari Eloquentia la lingua di Firenze non spiccava per prestigio tra i diversi volgari della penisola.

Ancor più che da un punto di vista teorico, tuttavia, Dante giovò alla lingua fiorentina a livello letterario: la scrittura della Commedia , infatti, elevò oltre ogni livello fino ad allora raggiunto le potenzialità espressive del volgare. Fu proprio il poema dantesco, seguito nei decenni successivi del Trecento dal Canzoniere di Petrarca e dal Decameron di Boccaccio, a conferire al fiorentino quel prestigio che lo avrebbe fatto consacrare nel Cinquecento come la variante più illustre in letteratura. Il cardinal Pietro Bembo, infatti, scelse proprio l’idioma fiorentino come base linguistica per la grammatica rinascimentale più celebre, le Prose nelle quali si ragiona della volgar lingua (1525); un secolo dopo, il lessico del primo vocabolario italiano, quello realizzato dall’Accademia della Crusca nel 1612, risultava quasi integralmente di origine toscano-fiorentina. Pur rimanendo oggetto di giudizi divergenti, relativi soprattutto al tipo di variante da utilizzare (letteraria o popolare? Trecentesca o moderna?), l’italiano-fiorentino continuò ad affermarsi, arrivando ad essere scelto e minuziosamente adoperato da Alessandro Manzoni nella stesura definitiva del suo capolavoro, I promessi sposi , una ventina d’anni prima dell’unificazione politica italiana.

D’altro canto, il prestigio letterario del fiorentino era tale che già nei secoli precedenti al Risorgimento questo era stato gradualmente abbracciato a livello culturale e istituzionale dagli stati preunitari. Basti pensare che sebbene il Piemonte dei Savoia, all’altezza dell’unificazione italiana, fosse uno stato linguisticamente molto più vicino alla Francia che all’Italia (per dialetto e lingua-tetto), con il raggiungimento dell’unità della penisola ne furono esportate le istituzioni, ma non la varietà linguistica regionale: vi era già un idioma, l’italiano per l’appunto, a unire culturalmente la nazione. La lingua italiana, consolidatasi in un certo senso ben prima dello stato italiano, si dotò così ufficialmente di «un esercito e una marina».

L’istruzione di massa e la diffusione di mass media come radio e televisione hanno consolidato nel corso di un secolo e mezzo la conoscenza dell’italiano tra gli strati della popolazione meno abbienti. Cosa ne è stato però dei dialetti? Certamente hanno ridotto la propria influenza, venendo definitivamente relegati perlopiù a una funzione privata o familiare. D’altra parte, però, sono nate nuove varietà linguistiche, le quali sono teoricamente considerabili effettivi dialetti dell’italiano. Sotto la dicitura di «italiano regionale», infatti, gli studiosi inseriscono tutte quelle varianti dell’italiano comune che, per pronuncia, lessico e regole grammaticali, manifestano l’influenza dei dialetti ai quali la lingua nazionale si è sovrapposta. A differenza degli antichi dialetti, però, l’identità degli italiani regionali ha confini meno precisi, soprattutto per via della forte stabilità normativa dell’italiano ufficiale. Qualcosa di analogo alla formazione dell’italiano regionale era avvenuto al crollo dell’impero romano: gli antichi dialetti, infatti, sono per lo più nati dall’evoluzione del latino volgare tramite l’influenza delle «lingue di sostrato», cioè quelle lingue alle quali il latino si era sovrapposto durante l’espansione politica di Roma. Venuta a mancare la forza linguisticamente unificatrice di Roma, sono sorti nuovi idiomi, nuove contaminazioni del latino ormai diffuso come lingua ufficiale.

La nostra identità linguistica, al pari dell’identità tout court , è frutto di compromessi culturali, dominazioni di popoli, sovrapposizioni e antiche stratificazioni. Quando ci esprimiamo in italiano tutti i giorni, capita, anche inavvertitamente, di parlare varie e indefinite gradazioni di italiano regionale. Attraverso il nostro parlato, dunque, vengono filtrati strati linguistici che, per mezzo dell’influenza dialettale, possono giungere addirittura dall’età preromana. Il processo può essere però esteso più ampiamente a ritroso: le origini del latino e delle lingue italiche preromane, infatti, affondano le proprie radici in un passato ancora più remoto…

 

 

Per saperne di più

Per una panoramica generale dei dialetti d’Italia è consigliato il piccolo volume appartenente alla collana “Bussole” della Carocci Lingue e dialetti d’Italia di Francesco Avolio. Introduzione alla linguistica italiana di Alberto Sobrero e di Annarita Miglietta, edito da Laterza, si occupa più ampiamente di ogni aspetto relativo alle lingue parlate in Italia (sia da un punto di vista storico che da uno più teorico). L’imprescindibile volume La lingua italiana di Claudio Marazzini, edito da Il Mulino, è consigliato a chiunque volesse approcciarsi a una trattazione più specifica e completa della storia dell’italiano.


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