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30 maggio 2018

La paura del sistema tra fantascienza e totalitarismi

di Laura Cesco-Frare

«[…] Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive. Viviamo in un tempo in cui i fiori tentano di vivere sui fiori, invece di nutrirsi di buona pioggia e di fertile limo nero. […] Conoscete la leggenda di Ercole e Anteo, il lottatore gigantesco, dalla forza incredibile, finché fosse rimasto coi piedi sulla terra? Ma quando Anteo fu tenuto da Ercole sospeso nel vuoto, senza radici egli perì facilmente. […] Insomma, questa è la prima cosa delle tre che ci mancano. Sostanza, tessuto di elementi vitali.»

«E la seconda?»

«Agio, tempo libero.»

«Oh, ma noi abbiamo molte ore libere ogni giorno.»

«Ore libere dal lavoro, sì. Ma tempo di pensare? Quando non conducete la vostra macchina a cento miglia all’ora, a un massimo in cui non potete pensare ad altro che al pericolo, allora ve ne state a giocare a carte o sedete in qualche salotto, dove non potete discutere col televisore a quattro pareti. Perché? Il televisore è “reale”, è immediato, ha dimensioni. Vi dice lui quello che dovete pensare, e ve lo dice con voce di tuono. Deve aver ragione, vi dite: sembra che l’abbia! Vi spinge con tanta rapidità e irruenza alle sue conclusioni che la vostra mente non ha tempo di protestare, di dirsi: “Quante sciocchezze!”»

 

In una distopia come quella descritta in Fahrenheit 451 di Ray Bradbury un dialogo simile rappresenta per il protagonista una vera e propria epifania. Guy Montag vive in un mondo in cui possedere libri è considerato reato e un corpo di polizia specifico – la milizia del fuoco – ha il compito di bruciare i tomi e le case in cui sono nascosti. Le parole del vecchio Faber scuotono con inaudita violenza la sua coscienza.  Montag, pagina dopo pagina, rimette in discussione tutte le certezze su cui si fondava la sua realtà. Una serie di eventi ha già travolto la sua quotidianità – l’anziana che sceglie di bruciare coi suoi libri, le strane chiacchiere della giovane Clarisse, il tentato suicidio della moglie – e progressivamente si decide a leggere di nascosto i volumi che avrebbe dovuto ridurre in cenere. Quasi senza accorgersene, un passo alla volta, Montag finisce per riconsiderare il significato delle sue azioni passate e l’inconsapevole complicità nei confronti di un mondo che odia ogni giorno di più.

Le atmosfere oniriche ed il senso di straniamento del protagonista ben rendono lo sconvolgimento che la lettura provoca: trascinato in una spirale di situazioni che non riesce a controllare, Guy Montag è costretto a riflettere sul sistema in cui è sempre vissuto. Non sa come questa società si sia costituita, ma è ormai diventata una realtà tanto potente e consolidata quanto invisibile: solo una serie di crepe nella quotidianità gli hanno permesso di accorgersi di ciò che lo circonda e in cui è stato immerso fin dalla nascita. A sua insaputa, è sempre stato un ingranaggio della macchina, parte di un’organizzazione sociale su cui mai aveva ragionato: d’altronde, perché interrogarsi sulla normalità? Segue la legge e adempie al proprio lavoro di vigile del fuoco come suo padre e suo nonno prima di lui. È un compito istituzionale, ha una sua tradizione e quindi come può essere sbagliato? Ma ora che i libri gli hanno aperto una nuova prospettiva, la vecchia strada non è più percorribile: prima di passare da complice a vittima del sistema, Montag si lancia in una disperata fuga al cardiopalma, inseguito dall’inquietante figura del Segugio Meccanico. Una fuga che incredibilmente ha successo: Montag riesce a lasciare la città giusto in tempo per assistere al bombardamento che la rade al suolo.

Il finale di Fahrenheit 451 è aperto, quasi speranzoso: Montag ed altri fuggitivi si preparano a rifondare la società, dopo che solo la bomba è riuscita a sradicarne la malattia, offrendo così la possibilità di ricominciare da capo. Altre opere di pari valore si concludono in maniera ben più sconfortante – si pensi al finale di una delle più celebri, 1984 di Geoge Orwell. Non è un caso che ripercorrendo rapidamente la trama di Fahrenheit 451 si sia tanto insistito sullo scuotimento della coscienza, che rappresenta la novità della letteratura distopica di metà Novecento. Non si ha più la satirica descrizione dei Gulliver’s Travels o l’avventurosa esperienza de The Time Machine di H. G. Wells, la narrazione non è più data da un occhio esterno che osserva, con curiosità o timore, gli sviluppi della società. I nuovi protagonisti sono parte integrante del sistema: per loro il sistema di cui fanno parte è la norma. È il lettore a percepire fin dal principio la stortura, non i personaggi: il cuore della narrazione è dato infatti dallo scontro tra il protagonista ed il sistema in cui, in un modo o nell’altro, si è integrato. La dinamica si declina diversamente nelle varie vicende: una lenta realizzazione della vera natura del sistema a cui segue la fuga (Montag); la scelta di opporsi pur conoscendo la forza del regime ed il terrore con cui mantiene il potere (Winston in 1984 ); una resistenza assolutamente inconscia, che sfocia in atti di vandalismo compiuti durante il sonno (Allen in The Man Who Japed , romanzo di Philip K. Dick).

Questo differente approccio alla tematica distopica è evidentemente segnato dall’esperienza dei totalitarismi: non a caso le opere citate precedentemente sono tutte state composte tra la fine degli anni ’40 e la metà degli anni ’50. In più, i sistemi che esse dipingono presentano delle palesi analogie con i regimi instauratisi nella prima metà del Novecento.

Ne Le tre Italie del ’43 , Gianni Oliva delinea cinque caratteristiche fondamentali che rendono uno stato totalitario: potere nelle mani di un’oligarchia inamovibile che non risponde politicamente ad un elettorato, imposizione di un’ideologia ufficiale, presenza di un partito unico di massa, controllo delle forze di polizia con annesso impiego del terrore e, infine, completo controllo della comunicazione e dell’informazione. Come non riscontrare alcuni, se non tutti questi elementi nei testi sopra citati?

1984 è probabilmente l’opera in cui più si notano i cinque punti individuati da Oliva, ma non è certo l’unica: a fare leva sull’immaginario collettivo sono soprattutto il controllo dell’informazione e l’imposizione di un’ideologia. Non è un caso che la milizia del fuoco, in Fahrenheit 451 , bruci i libri: è necessario perché la gente dimentichi le proprie radici e si concentri nell’assorbire ciò che la televisione trasmette; Winston di mestiere “corregge” libri e articoli di giornale per conto del Ministero della Verità; Allen Purcell produce sceneggiati in linea con le idee del regime, sino a diventare il direttore dell’organo mediatico ufficiale. La distopia “totalitaria”, se così si può chiamare, risulta di grande impatto perché trae la sua forza dalla storia, da fatti realmente accaduti: non è più una speculazione su come potrebbe essere l’ordinamento della società in un futuro lontano, ma ricorda una pericolosa degenerazione che è stato arginata con enormi sforzi. E non tutti hanno avuto la stessa fortuna, come testimonia Noi , opera dello scrittore russo Zamjatin pubblicata solo nel 1924 in Inghilterra, dopo essere stata censurata in Russia, un vero e proprio capostipite del genere.

La diversa prospettiva con cui si affronta il tema distopico fa sì che il protagonista non sia più la società, ma il rapporto che il singolo (il protagonista) ha con la società stessa: come già sottolineato, è il confronto, il conflitto, l’atteggiamento critico che il personaggio principale assume nei confronti del sistema ad essere al centro della narrazione. Il sistema si regge sulle persone “normali”, su dei complici, tanti Eichmann che alimentano il suo funzionamento, come ha bene evidenziato Hannah Arendt nel suo celebre libro La banalità del male . Il protagonista della nuova distopia è un Eichmann mancato o un Eichmann risvegliato, che si rende conto delle falle del sistema e cerca di sottrarsi al suo controllo. In questo senso si può parlare di un nuovo modello di protagonista, che basa la propria forza sulla capacità di vedere attraverso la normalità ingannevole, la macchina che ha cominciato a girare da tempo immemore e che ha in sé i germi della prigionia: gli eroi delle distopie di metà Novecento combattono e si ribellano per la libertà, sia essa di pensiero, di costumi o di scelta. La liberazione è il nuovo valore che anima gli ingranaggi improvvisamente consapevoli del loro ruolo e decisi a non rivestirlo più.

Dalle sue origini ad oggi, la lotta per la libertà dal sistema è diventata un vero e proprio topos , che ha goduto di grande fortuna: il tema resiste allo scorrere del tempo non solo nella letteratura fantascientifica (affiancato, ovviamente, da opere distopiche sempre incentrate sul concetto di sistema, ma declinate diversamente: The Man in the High Castle di Philip K. Dick, Lord of the Flies di  William Golding e Battle Royale di Koushun Takami sono solo alcuni dei titoli più noti), ma viene anche largamente impiegato in cinematografia. Alle trasposizioni di opere letterarie si aggiungono numerose sceneggiature originali e in entrambi i casi si enfatizza attentamente il momento della presa di coscienza del protagonista – si pensi a Neo in The Matrix , Evey in V for Vendetta , Sonmi-451 in Cloud Atlas . Il tema dell’individuo ordinario contro l’ordine costituito piace e ha una grande presa sul pubblico, tanto che non stupisce che alcuni film si discostino notevolmente dalla trama originale del libro (accade con Minority Report , dove il messaggio veicolato dal libro e dal film è quasi agli antipodi). È facile immedesimarsi nei protagonisti – spesso persone comuni – e piace credersi sufficientemente svegli da saper analizzare la realtà e non farsi ingannare dalle apparenze. Ma è veramente questo il messaggio che queste opere vogliono trasmettere?

Uno dei principali insegnamenti dell’esperienza totalitaria è probabilmente la necessità di una messa in discussione critica della “normalità” socio-politica di cui facciamo parte: nel momento in cui si smette di porsi domande e si accetta passivamente lo status quo , lo si approva e ne si diventa sostenitori. La neutralità è già complicità e questo la letteratura fantascientifica l’ha ben compreso e sviluppa e mantiene vivo il concetto senza scadere in banalizzanti semplificazioni. Il messaggio che si vuole trasmettere non è che il sistema è per sua natura portato ad ingannare il popolo, ma che nessun sistema è immune al rischio di degenerazione. L’obiettivo non è fomentare teorie complottistiche che prevedono un individuo illuminato contro la cieca società, né proporre l’abolizione di tutti i sistemi. Ogni umana congregazione è un sistema: ogni società e ogni comunità nel momento in cui raccolgono più di un individuo danno vita ad un sistema.

Il sistema non è il problema, anzi, è necessario al vivere comune; il problema è la sua corretta gestione e un suo attento monitoraggio. Ciò che si vuole sottolineare è la responsabilità del singolo nei confronti del funzionamento della società: non ci si può liberare del o dal sistema, ma lo si può controllare e cambiare. L’uomo sociale è il sistema e solo un atteggiamento critico potrà salvarlo dalle proprie degenerazioni.

 

Per saperne di più

Per quanto riguarda le riflessioni sui totalitarismi, la bibliografia è sterminata, vista l’importanza del tema. Una lettura interessante è senz’altro il già citato Le tre Italie del ’43. Chi ha veramente combattuto la guerra civile, di Gianni Oliva, edito da Mondadori; imprescindibile è ovviamente Le origini del totalitarismo, di Hannah Arendt, recentemente ripubblicato da Einaudi. 

Photo by Zac Ong on Unsplash.

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