19 luglio 2019

Sfide infantili: le prime parole e l’apprendimento del linguaggio

di Marco Calì

La nascita di un bambino è un evento che porta con sé una trepidante attesa. Dopo mesi in cui amici e parenti hanno scommesso su chi assomiglierà, se avrà gli occhi verdi di mamma o i riccioli di papà, e i genitori hanno acquistato il corredo per il nascituro e i primi giocattoli, arriva finalmente il giorno del parto. Eppure, i momenti di attesa, sorpresa e stupore non terminano certo quel giorno, dal momento che il neonato dovrà ora adattarsi al mondo tutto nuovo con cui è venuto a contatto. Dovrà imparare a riconoscere i visi dei genitori, dei nonni; dovrà essere allattato e poi svezzato; dovrà fare i primi passi. Tra tutti questi eventi, ce n’è uno che sta particolarmente a cuore a genitori e parenti: le prime parole.

 

Tutti, chi più chi meno, cercano di captare delle parole dal piccolo o lo spingono, quasi supplicandolo, a pronunciarle; ma questi, finché non è giunto il momento, emette solo dei vagiti privi di significato. In effetti l’apprendimento del linguaggio da parte di un bambino è un’impresa quasi titanica, se solo si pensa che egli apprende tutto da solo e nessuno gli insegna, in fin dei conti, a parlare. Come riesce dunque a farcela da solo? È a questa domanda che la linguistica acquisizionale, una branca della scienza del linguaggio, ha cercato di rispondere soprattutto a partire dalla seconda metà del XX secolo.

 

Questa ricerca non è risultata per niente facile e ancora oggi è molto attiva. Riguardo alla difficoltà nello studio, il grande linguista americano Noam Chomsky scrive: 

Parte del problema dell’intraprendere un tale compito sta nel fatto che gli esperimenti con soggetti umani sono esclusi per motivi etici. Noi non tolleriamo studi sperimentali sugli esseri umani nel modo (giusto o sbagliato) nel quale si tollerano quegli sugli animali. Così non si fanno crescere i bambini in ambienti controllati per vedere quale tipo di linguaggio si possa sviluppare sotto varie condizioni predisposte in sede sperimentale. 

Inoltre, i fenomeni linguistici sono davvero variabili e limitati, rendendo così possibile unicamente uno studio episodico che possa procedere solo per formulazione di ipotesi.

 

Nonostante le difficoltà, la ricerca è proseguita raggiungendo oggi dei risultati interessanti. I primi studi sistematici e le prime raccolte di dati si ebbero negli anni Sessanta del Novecento, con le registrazioni di un ristretto gruppo di bambini; tuttavia, il sistema che si rivelò più valido in seguito, a partire dagli anni Ottanta, fu il CHILDES (Child Language Data Exchange, “scambio di dati sul linguaggio infantile”), che raccoglieva le voci di bambini di ben 28 lingue differenti, consentendo dunque di studiare lo sviluppo linguistico di numerosi individui. Tuttavia, data l’episodicità dei dati raccolti, ad esso furono affiancati altri esperimenti, mirati allo studio delle conoscenze linguistiche del bambino. Uno di essi è l’HPP (Headturn Preference Procedure, “paradigma di preferenza con l’orientamento della testa”), nel quale a un bambino vengono sottoposti due input sonori: girandosi dalla parte di quello più familiare, il piccolo avrà dimostrato la capacità di distinguerli e di riconoscere quello a lui già noto.

 

Nonostante rimangano delle incertezze, gli studi più recenti sembrano dimostrare che il neonato ha sin da subito una buona padronanza del linguaggio. Questi, al primo contatto con il mondo, si trova come un adulto di fronte ad un parlante straniero: percepisce un incomprensibile ed indistinto flusso di suoni. Tuttavia, dal momento che la lingua non si acquisisce per via ereditaria, egli deve essere in grado di distinguere le singole unità che formano questa sequenza: sembra anzi che, nei primi otto mesi di vita, egli distingua molti più suoni di quanto non farà da adulto, quando non percepirà più quelli non distintivi di significato, ovvero i suoni che non concorrono alla formazione di parole. Tale capacità appare oggi legata al senso del ritmo, innato in un bambino, che potrebbe dipendere dal rapporto che egli ha instaurato con il battito del cuore materno durante la gravidanza: la linea melodica e gli accenti di una catena fonica (il “flusso” linguistico) sarebbero gli utensili nelle mani, o, in questo caso, nelle orecchie, del neonato che gli permetterebbero di dividerla in tanti “pezzi”, le parole.

 

Oltre a percepire e a distinguere i suoni, arriva un momento in cui il bambino impara a riprodurli. Questi comincia a balbettare le prime sillabe, con un’intonazione, intorno al sesto mese di vita. Inizialmente produce sillabe isolate, composte da una consonante ed una vocale, preferibilmente la /a/, e, poco dopo, comincia a fonderle in parole, seppur “rudimentali”, come "mamma" o "papà". Ovviamente un bambino non riesce ad articolare subito ogni tipo di consonante: un infante italiano, inizialmente, produce i fonemi /p/, /b/, /t/, /d/, /k/, /g/, /m/, /n/; in seguito sarà in grado di produrre anche gli altri, nonostante il rischio di qualche imperfezione nella pronuncia, come la cosiddetta “erre moscia” o “alla francese”.

 

Anche se il bambino non riesce subito a produrre un numero elevato di parole, è già in atto il suo apprendimento del lessico, pur limitato all'ambiente familiare. Così, intorno ad un anno, riesce a comprendere già all’incirca settanta parole. È a questo punto che ha luogo il passaggio da una competenza passiva ad una attiva: dopo la formulazione di alcune parole comprensibili solo a lui e ai suoi familiari, come il nome storpiato di un parente o del cane, il bambino apprende e riproduce circa dieci parole al mese, finché, intorno al diciannovesimo mese, accade un fenomeno straordinario, da alcuni definito “esplosione del vocabolario”: durante questa fase, infatti, l’apprendimento lessicale consta di ben cinquanta nuove parole alla settimana.

 

Giunto a questa fase dell’apprendimento, il bambino sperimenta le prime combinazioni di parole, non ancora complesse come quelle di un adulto. Anche se tali combinazioni sono molto brevi, non bisogna credere che non abbiano una struttura grammaticale propria, o almeno una protostruttura grammaticale: il bambino ordina infatti le parole secondo uno schema sintattico efficiente, unendo, ad esempio, un soggetto ad un predicato, nel caso di frasi come “papà compra”, per chiedere al genitore l’acquisto di un giocattolo o di una caramella, o un predicato all’oggetto, come “passa palla”, per ricevere la palla da un amico. Simili frasi sono anche la spia di una funzione attiva del bambino nel processo creativo e linguistico, dal momento che nessun adulto si esprime correntemente in tal modo, e dunque l’output linguistico del bambino non è frutto di imitazione.

 

Tra i ventiquattro e i trentasei mesi, poi, si sviluppa la capacità di costruire frasi complesse. L’abilità mancante per un completo apprendimento del linguaggio è, a questo punto, quella pragmatica, cioè la capacità di usare le frasi in determinati contesti linguistici e sociali: un esempio è fornito dalle parole di cortesia, come “grazie”, “prego”, “scusa”, ecc. Un bambino non apprende queste importanti regole comportamentali e linguistiche da solo, ma è necessario che venga sollecitato ad usarle: una buona educazione e una buona capacità pragmatica vanno di pari passo.

 

Dopo aver esaminato le capacità fonologiche, legate alla comprensione e riproduzione dei suoni, morfosintattiche, relative alla “costruzione” e all’“assemblaggio” delle parole, e pragmatiche, riguardanti il buon uso delle parole apprese e sviluppate dal bambino, resta ancora una domanda: può quest’ultimo, se non soffre di particolari disturbi neurocognitivi, non apprendere il linguaggio?

 

La domanda non è banale come sembra e la cronaca può aiutare a dare una risposta: nel 1970 a Los Angeles fu trovata Genie, una ragazzina di 13 anni vissuta in uno stato di segregazione da quando aveva circa 20 mesi. Nonostante l’istruzione e le attenzioni ricevute, Genie riuscì ad imparare pochissime parole, e non arrivò mai a padroneggiare la propria lingua. La sua capacità di apprendimento era irreversibilmente rovinata. Secondo studi recenti, la soglia anagrafica oltre la quale un bambino non potrà più apprendere la lingua si aggira intorno ai cinque anni. Per questo motivo è fondamentale che un bambino riceva un’adeguata stimolazione linguistica prima di quell’età.

 

Dunque, per apprendere una lingua, un bambino dev’essere esposto ad una buona sollecitazione linguistica; tuttavia questa, com’è facilmente immaginabile, non sarà mai perfetta né curata nel dettaglio: un genitore non userà sempre il congiuntivo o non costruirà frasi ineccepibili ogni volta che parla davanti al figlio. Come fa allora quest’ultimo ad apprendere la lingua in modo così rapido e sicuro, arginando il “problema dello stimolo”, ovvero la discrepanza tra quanto percepisce e ciò che impara? Sembra che il bambino riesca a regolare ed ordinare una massa di informazioni variabili e confuse. Questo ha portato gli studiosi ad ipotizzare che ogni uomo abbia, già dal momento della nascita, una propensione al linguaggio. Tale propensione, inoltre, appare limitata solo al genere umano: gli animali infatti, pur sviluppando delle forme di comunicazione, non apprendono mai un sistema complesso e sistematico come il nostro. Il linguaggio è una caratteristica unica dell’uomo, perciò Chomsky lo paragona ad un organo: 

La facoltà di linguaggio può essere ragionevolmente considerata un organo del linguaggio nel senso in cui gli scienziati parlano del sistema visivo, del sistema immunitario, del sistema circolatorio come organi del corpo. Inteso in questo senso, un organo non è qualcosa che possa essere rimosso dal corpo lasciando il resto intatto.

A questo punto, appare più chiara la differenza tra lingua e linguaggio: il linguaggio è la capacità di tutti gli esseri umani di creare un sistema di comunicazione secondo dei principi che ne stanno alla base, detti appunto “universali linguistici”; la lingua invece è «la forma specifica che questo sistema di comunicazione assume nelle varie comunità», secondo la definizione di Giorgio Graffi. Il linguaggio si pone dunque ad un livello astratto ed è una proprietà che appartiene a tutti gli uomini, mentre la lingua è fortemente legata alle contingenze storiche ed evolutive, collocandosi ad un livello concreto.

 

Questo fatto era già stato intuito e trasformato in alta poesia da Dante Alighieri nel canto XXVI del Paradiso. Dante, dopo essere stato interrogato da San Giovanni sulla carità nel cielo delle Stelle fisse, incontra Adamo, il primo uomo, al quale pone quattro domande, una delle quali volta a sapere quale lingua parlasse. Il poeta, correggendo il tiro della sua teoria espressa nel De vulgari eloquentia, secondo cui la prima lingua sarebbe stata concreata da Dio con l’uomo, dice per bocca di Adamo: «Opera naturale è ch’uom favella;/ ma così o così, natura lascia/ poi fare a voi secondo che v’abbella» (vv. 130-132; “è un fatto naturale che l’uomo si esprima a parole, ma la natura lascia che lo faccia in un modo o nell’altro – in una lingua o in un’altra – secondo il vostro gradimento”). La geniale intuizione di Dante sembra oggi, quindi, confermata, fornendo un’ulteriore prova della complessità della natura umana e delle diverse culture che ne dipendono.

 

 

Per saperne di più:

Per un introduzione alla linguistica, si rimanda al fondamentale Ferdinand de Saussure, Corso di linguistica generale, Bari, Editori Laterza, e a Giorgio Graffi e  Sergio Scalise, Le lingue e il linguaggio. Introduzione alla linguistica, Bologna, Il Mulino, 2013. Nell’articolo sono stati citati anche Noam Chomsky, Linguaggio e problemi della conoscenza, Bologna, Il Mulino, 1998 e Noam Chomsky, Nuovi orizzonti nello studio del linguaggio e della mente. Linguistica, epistemologia e filosofia della scienza, Milano, Il Saggiatore, 2005.  

 

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