17 ottobre 2018

I volti dell'Armonia

di Giorgio Ferronato

Afrodite, legittima moglie di Efesto, ha un debole per Ares. I figli nati da questa relazione adulterina assomigliano ai due genitori: Deimos e Phobos – la Paura e il Terrore impersonificati – al padre, Himeros e Pothos – divinità dell’amore – alla madre.

 

E poi accade il miracolo che concilia tra loro gli opposti: nasce Armonia, in greco Harmonìa. La dea verrà data da Zeus in sposa a Cadmo, eroe fenicio che, nei suoi vagabondaggi, fonderà Tebe, città della Beozia. Dopo una serie di sventure che andranno a colpire i loro figli e discendenti – sventure legate forse anche a una collana maledetta forgiata da Efesto per vendicarsi del tradimento subito e donata ad Armonia in occasione delle nozze –, i due si recheranno in esilio presso le popolazioni illiriche e, per volontà divina, verranno infine trasformati in serpenti.

  

Il mito di Cadmo e Armonia è senza dubbio complesso e ricco di varianti, ma ciò che ora si vuol mettere in luce sono i legami esistenti tra Harmonía e harmonía. Quali rapporti intercorrono dal punto di vista temporale tra nome proprio e nome comune? Uno dei due ha la precedenza sull’altro o compaiono contemporaneamente? E il concetto astratto di harmonía influenza la costruzione di Harmonía come divinità o viceversa? In quale modo?

 

Per quanto riguarda i primi due punti, la risposta pare abbastanza semplice. Considerando che Harmonía come dea non compare nei poemi omerici (e che il nome proprio in riferimento a figure femminili è attestato nelle iscrizioni solo a partire dall’epoca ellenistica), mentre il termine harmonía sì, il nome comune dovrebbe avere la precedenza. Abbastanza, si diceva, perché in ogni caso la divinità viene già menzionata da Esiodo nella Teogonia e non è possibile escludere che comparisse in poemi epici oggi perduti. In ogni caso, l’ipotesi più probabile è che harmonía venga leggermente prima di Harmonía.

 

Resta da vedere in quale modo, dunque, la dea incarni e rifletta il concetto di harmonía. Questa corrispondenza non è evidente nel mito che ci è stato tramandato – fatto salvo qualche versione tarda, come quella di Nonno di Panopoli, che in un passo ci rappresenta Armonia come una sorta di reggitrice dell’universo cui persino le Moire sono costrette ad obbedire –, anche se un possibile elemento è già stato indicato: il suo essere figlia di divinità polari come Ares e Afrodite. Prima di procedere oltre, però, è necessario chiarire l’etimologia e i significati del termine harmonía.

 

La radice *ar- risale al verbo greco ararískō, “connettere/accordare”. Presentano la medesima radice in greco il sostantivo hárma, “carro”, e in latino vocaboli come artus “arto”, ars “arte”, arma “armi” e persino armentum “bestiame”. Anche il termine inglese moderno arm (Arm in tedesco), “braccio”, ha la stessa origine. Si tratta in tutti i casi di parole legate a oggetti materiali e concreti: il carro è composto da assi di legno “incastrate e connesse” insieme, l’arto è congiunto al corpo da “un’articolazione” etc. Infatti, anche il significato originario di harmonía resta vicino a quest’area semantica: è tramite chiodi e harmoníēsin, “giunture”, che Odisseo assembla la sua zattera per fuggire lontano da Ogigia e da Calipso. Dal lessico della carpenteria e della falegnameria si passa successivamente a quello della medicina, dove harmonía può significare “articolazione” o “sutura”.

 

Tuttavia, già in Omero il termine può assumere significati più astratti: nell’Iliade gli dei vengono invocati come testimoni “dei patti/degli accordi” presi. Di qui harmonía troverà la sua strada in ambito filosofico, come accordo che scaturisce da elementi opposti (Eraclito) o come principio unificatore (Empedocle).

 

Esplorato questo primo filone, cosa possiamo dire del rapporto di Armonia con questi concetti? Di certo, la sua è una figura che sa “adattarsi” alle circostanze: lei, una dea, accetta di divenire sposa di un (per quanto non comune) mortale; e, quando Cadmo viene trasformato in serpente, Armonia, mentre tutti gli altri inorridiscono, lo accoglie tra le braccia e implora gli dei (nella versione di Ovidio) di subire la medesima sorte. La concordia di cui è portatrice si manifesta inoltre nel momento delle sue nozze: tutti gli dei scendono dall’Olimpo a Tebe per festeggiare insieme il lieto avvenimento. In epoca romana, infine, la dea, con il nome latino di Concordia, verrà persino invocata a garanzia e protezione dell’unione matrimoniale tra i due sposi.

 

Passiamo ora ad esaminare i significati musicali di harmonía. Inizialmente il termine potrebbe aver fatto riferimento all’operazione di “adattare” le corde a uno strumento musicale, ossia all’accordatura. Da quest’accezione originaria la parola è stata impiegata con i significati più vari, tra cui si segnala, ad esempio, l’utilizzo pitagorico in riferimento alla consonanza perfetta per eccellenza: quella dell’ottava. Tuttavia, il vocabolo veniva usato principalmente per indicare una serie di “scale musicali” (in cui quindi ogni nota era stata “accordata” con una frequenza precisa) che erano connotate etnicamente da una serie di aggettivi: c’erano l’armonia dorica, quella frigia, quella lidia, quella ionica, quella misolidia, quella eolica e altre ancora. Purtroppo nel caso si voglia capire cosa fossero più precisamente queste harmoníai, si va incontro a difficoltà insormontabili.

 

A questo punto è inevitabile aprire una brevissima parentesi sul sistema musicale della Grecia antica. I Greci avevano sviluppato un sistema che si basava sull’accostamento e sulla successione di tetracordi di diversi generi: enarmonico, cromatico e diatonico. Il primo disponeva le quattro note alla rispettiva distanza di ¼ di tono, ¼ di tono e 2 toni (mi, mi+, fa, la); il secondo a ½ di tono, ½ di tono e 1,5 toni (mi, fa, fa#, la); il terzo a ½ di tono, 1 tono, 1 tono (mi, fa, sol, la). Esistevano anche dei sistemi di notazione musicale, uno per la notazione strumentale e uno per quella vocale (in quest’ultimo caso si adoperava l’alfabeto con opportune aggiunte e variazioni). Nel corso del IV sec. a.C. un importante teorico e musicista, Aristosseno di Taranto, contribuì in maniera determinante a riformulare e razionalizzare gran parte dei parametri su cui il sistema musicale greco era costruito. Questo procurò ovvi vantaggi, ma eliminò (o quanto meno sfumò e rese difficilmente distinguibili) tutte le particolarità e idiosincrasie della musica precedente. Dato che quasi tutta l’elaborazione teorica e musicale successiva è dipendente da Aristosseno (e, per quanto riguarda spartiti musicali veri e propri, possediamo solo testimonianze dall’epoca ellenistica in poi), è assai difficile capire come stessero le cose prima di questa riforma.

 

Il discorso vale ovviamente anche per le nostre harmoníai. Queste scale musicali secondo gli antichi suscitavano particolari effetti in chi le ascoltava. Ecco ad esempio cosa ci dice Aristotele nella Politica (1340a-b):

“La natura delle armonie è composta in maniera tale che ascoltandole ci si dispone diversamente e non nello stesso modo verso ciascuna di esse, ma si atteggia la mente rispetto ad alcune in maniera più triste e raccolta, come rispetto a quella chiamata misolidia, rispetto ad altre più mollemente, come rispetto a quelle rilassate, in maniera composta e moderata rispetto a un’altra ancora, effetto che mi pare sia in grado ottenere la dorica sola tra le armonie, la frigia rende invece gli uomini preda di follia divina”.

Sembra, inoltre, che queste scale avessero estensioni differenti (alcune minori, altre maggiori di un’ottava), differenze che Aristosseno provvide a livellare. Probabilmente ciascuna delle harmoníai era associata a particolari ritmi, dava maggior rilevanza ad alcune note del tetracordo piuttosto che ad altre, preferiva una tessitura acuta piuttosto che una grave (o viceversa). Oggi, però, risulta per noi praticamente impossibile comprendere quale fosse la struttura esatta di queste harmoníai. Aristosseno stesso apparentemente, per evitare confusioni, utilizzò nella sua opera il termine tónos per indicare la scala musicale e risemantizzò harmonía riferendola al tetracordo enarmonico (indizio forse del fatto che le antiche harmoníai impiegavano frequentemente intervalli di ¼ di tono).

 

Per chiudere il cerchio, rimane da collegare la figura di Armonia al significato musicale del termine. Da questo punto di vista è importante innanzitutto il fatto che la dea sposi Cadmo, il quale non era solo abile con le lettere (a lui è attribuita l’invenzione dell’alfabeto), ma aveva anche notevoli capacità musicali: alcune fonti raccontano come con il proprio strumento abbia incantato Tifeo, permettendo così a Zeus di recuperare il fulmine che gli era stato sottratto. In secondo luogo, il momento delle nozze è, ancora una volta, cruciale: secondo Diodoro Siculo, ad esempio, in quest’occasione Ermes donò una lira, Atena degli auloí e Elettra dei timpani e dei cembali; Apollo e le Muse poi avrebbero accompagnato le danze con i propri strumenti. E la connessione tra le Muse e Armonia è così stretta che in un passo della Medea di Euripide (vv. 830-2) – discostandosi dalla vulgata e dalla versione da lui seguita in altre tragedie – la seconda è figlia delle prime.

 

Diamo ora un rapidissimo sguardo al significato che la parola ha assunto in epoche più vicine a noi, restando però esclusivamente all’interno dell’ambito musicale. Rispetto all’antichità, dove il concetto di armonia veniva applicato in un contesto “orizzontale” (una successione di note che formano una scala musicale), oggi invece esso si situa in un contesto “verticale” (una serie di note che, suonate contemporaneamente, vanno a formare un accordo), distinguendosi dai concetti di melodia e di contrappunto. Questo cambiamento è stato reso possibile dalla nascita della polifonia, pratica quasi del tutto sconosciuta nell’antica Grecia. Oltre a ciò, sono due i fattori che hanno facilitato e accompagnato l’avvento dell’armonia “moderna” (che si può considerare definitivo con il Traité de l'harmonie réduite à ses principes naturels di Jean-Philippe Rameau, uscito nel 1722): l’affermarsi del sistema delle tonalità su quello dei modi ecclesiastici e l’utilizzo sempre più diffuso del temperamento equabile. Ed è interessante notare (anche se tracciare paralleli di questo tipo è sempre pericoloso) come di nuovo il mutamento del sistema musicale provochi una ri-definizione del concetto di armonia. Se per i Greci però ciò aveva comportato la perdita delle antiche armonie, i cambiamenti progressivi intervenuti dalla fine del ‘300 al ‘700 portano, al contrario, alla nascita di un’armonia nuova.

 

Nel ‘900, infine, il sistema tonale è stato aspramente sottoposto a critica da grandi compositori quali Schönberg e Webern. C’è dunque da chiedersi se non sia imminente un’altra mutazione del concetto di armonia. Quel che appare chiaro è che la parola stessa gode del privilegio di una vita ormai plurimillenaria: dai Greci è passata ai Romani e oggi viene mantenuta praticamente immutata dalle principali lingue europee (cfr. ted. Harmonie, ingl. harmony, franc. harmonie, spagn. armonía; e greco mod. = greco ant.). Come un serpente, armonia fa la muta e ri-definisce se stessa, eternamente bella e giovane.

 

 

Per saperne di più:

Per un’introduzione alla musica antica si veda: E. Rocconi, MOUSIKÈ TÉCHNE. La musica nel mondo greco, Milano 2004. Per maggiori approfondimenti cfr. M. L. West, Ancient Greek Music, Oxford 1992.

Per una panoramica abbastanza completa delle fonti testuali primarie su Armonia (tradotte in inglese) cfr. http://www.theoi.com/Ouranios/Harmonia.html .

 

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