2 aprile 2019

Sesso cognitivo e conoscenza sensuale

di Nemola Zecca

Proposta per un irriverente percorso nella poetica di Susan Sontag

 

Nel semplicismo dilagante e pervadente della società contemporanea, porsi domande finalizzate a far riemergere la complessità del mondo, insieme alle fittissime implicazioni dei suoi eventi, rappresenta già di per sé un atto rivoluzionario. Farlo cercando di interrogarsi su stereotipiche categorie in opposizione significa non solo prendersi consapevolmente carico di un’ulteriore sfida contro sovrastrutture consolidate, ma soprattutto accettare e accogliere nella propria esistenza uno stile di pensiero di gran lunga più problematizzante e, dunque, più irrequieto. In pochi e fortunati casi, le irresolute (e spesso irresolubili) aporie che ne derivano danno origine ad un affascinante e poetico squilibrio tra vita privata ed esperienze intellettuali, che trova nella letteratura la sua più alta forma di espressione. È il caso di Susan Sontag, scrittrice newyorkese del secondo Novecento, rimasta celebre per la sua tendenza a ricercare unità nella varietà attraverso il movimento vorticoso e cumulativo caratteristico della propria vita.

 

In strenua lotta contro quanto richieda un sacrificio dell’intelletto ed eterna affezionata ai privilegiati momenti di piacere e intuizione, che poco spazio lasciano a calcoli e razionalizzazioni, S.S. ha il merito di aver restituito attraverso le sue opere verità scrostate da sovrastrutture e affettazioni letterarie. Il consueto ricorso ad uno stile crudo e spesso non abbellito risponde, pertanto, ad un’esigenza avvertita dall’autrice di trovare un grado zero della scrittura (cfr. Roland Barthes), capace di dare forma ad una realtà rarefatta e ripulita da metafore, ma non per questo mancata evocatrice di pienezza e di estasi. La tensione suggestiva ed inafferrabile che sottostà a tale poetica trova nell’atemporalità la dimensione ideale in cui inserire un autentico e sincero desiderio epistemologico. Ne deriva un eterno corteggiamento dell’assenza, dove spariscono i confini “anestetizzatori” dell’essenza, e al loro posto prendono vita percorsi chiasmatici ed osmotici, dove «il sentire ed il gustare» occupa lo stesso piano del «conoscere e dell’intendere» (cfr. Giacomo Leopardi).

 

Nel panorama letterario contemporaneo, non pochi autori, quali la poetessa e saggista Anne Carson e il premio Nobel per la Letteratura nel 1990 Octavio Paz, hanno sottolineato le diverse e sfaccettate corrispondenze che legano Arte, Essere e Desiderio; ma è stata S.S. la prima a sostenere che esiste una struttura intellettuale dietro ogni desiderio fisico e sessuale, non temendo di assumersi i rischi morali che sarebbero inevitabilmente derivati da una tale provocatoria asserzione. Cosa lega, dunque, l’effimera natura del sesso con la processualità propria dell’elaborazione di un pensiero? Fino a che punto è possibile (ammesso che lo sia) rendere cognitivo il sesso e sensuale la conoscenza? Prudentemente lontana dalla pretesa di fornire risposte assolute a tali questioni, S.S. si propone di ricercare una sintesi tra ragione e sentimento e, dunque, tra etica ed estetica con il solo intento di dare vita ad una salda impalcatura intellettuale che riconosca all’arte – in quanto forma – un valore morale, e si ponga all’origine di un naturale «riavvicinamento alla nostra sensibilità e alla nostra coscienza» ( Sullo Stile , S.S.). Riconoscere al sesso una virtù cognitiva e identificare lo studio come momento di costante e necessaria masturbazione intellettuale significa non solo sovvertire categorie prima prigioniere di solidi tabù, ma anche attribuire nuove ed irriverenti etichette a quanto prima andava sotto l’espressione socialmente accettata di “onesto amore euristico”.

 

«Non chiamare sesso il sesso. Chiamalo investigazione (non un’esperienza, non una dimostrazione d’amore) nel corpo dell’altro. Impari ogni volta qualcosa di nuovo (…). Considerare il sesso come atto cognitivo mi tornerebbe utile per tenere gli occhi aperti, la testa alta (…). Devo rendere cognitivo il sesso e sensuale la conoscenza per correggere lo squilibrio attuale» ( Rinata , S.S.)

 

Presentandosi come «razionalizzazione di un’ignoranza volontaria», l’atto sessuale acquisisce, alla luce di quanto detto, un valore sacro e, nel contempo, demoniaco, nella misura in cui lo si consideri spinta inafferrabile verso l’estinzione della propria coscienza. È da tale connotato profondamente anarchico che deriva, secondo S.S., il necessario bisogno di regolamentazioni nel caliginoso ambito della psicologia della lussuria, tali da impedire alla sessualità di spingersi oltre i limiti dello scandalo e, ancor peggio, del distruttivo.

 

Educare al corpo vuol dire, pertanto, secondo la scrittrice newyorkese, educare anche e primariamente al giudizio morale, impegnandosi a diventare nella propria vita «esteti appassionati e moralisti ossessionati» ( Odio sentirmi una vittima , S.S.) senza per questo dover necessariamente rinunciare a «conquistare  posizioni all’interno delle frontiere della coscienza» ( Stili di volontà radicale , S.S.).

 

Per saperne di più:

Per avere un’idea generale della formazione e  del conseguente sviluppo poetico di Susan Sontag, si consiglia la lettura del primo volume di Rinata. Diari e taccuini 1947-1963 (Edizioni Nottetempo, 2018 Milano), curato da David Rieff, figlio di Susan Sontag, e recentissimamente pubblicato in lingua italiana nella traduzione di Paolo Dilonardo.

Altrettanto fondamentale si ritiene la lettura di Odio sentirmi una vittima – intervista su amore, dolore e scrittura con Jonathan Cott (Edizioni Il Saggiatore, 2016 Milano), che offre un punto d’accesso privilegiato per entrare nel laboratorio creativo dell’autrice.

Per approfondire le riflessioni su corpo, pensiero e letteratura, fondamentale il riferimento al breve saggio intitolato L’immaginazione pornografica , pubblicato nel 1967 e contenuto nel libro della medesima autrice Stili di volontà radicale , comparso nella traduzione italiana di Giuseppe Strazzeri per Mondadori Editore nel 1999 (pp. 53-102).

 

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