19 dicembre 2018

Sapiente incoscienza

di Gaetano Spampinato

Quando si parla di “profeta”, si indica, in realtà, una figura complessa e molto difficile da descrivere nei suoi tratti specifici. Tutte le religioni della storia, in misura maggiore o minore, sono ricche di figure profetiche, sia che si guardi allo spazio (dall’Africa all’Asia, dall’Europa alle Americhe), sia che si considerino le diverse forme che il "profeta" ha assunto nel tempo (dagli sciamani ai manteis greci, dai visionari medievali alle forme più recenti di profezia).

 

Gli elementi che sembrano accomunare le diverse espressioni “carismatiche”, pertanto, sono essenzialmente due: in primis, (quasi) tutte appartengono a contesti religiosi ben precisi; in secundis, la figura del profeta funge da intermediario tra la divinità – che a lui o tramite lui parla – e il popolo dei fedeli. Ne consegue il diverso atteggiamento di volta in volta riservato al profeta nel corso della storia, ora incensato in quanto “bocca del divino”, ora perseguitato se portatore di un messaggio di sventura. Le figure dei profeti, come si intuisce dall'ampiezza della sezione del canone biblico a loro riservata, occupano un posto centrale nelle Scritture. Isaia, Ezechiele, Elia, Daniele: i nevi’im ebraici sono giudici, maestri, visionari e censori del proprio popolo.

Godono di grande prestigio, sono temuti e rispettati, esprimono la volontà divina e ammoniscono la loro gente quando questa si incammina per strade sbagliate. Nella nascente tradizione cristiana, più avanti, questi stessi profeti avrebbero assunto una nuova funzione, quella di praecursores del Figlio dell’Uomo: le loro profezie, dunque, sarebbero state lette come l’annuncio di quell’uomo che, morto sulla croce, avrebbe salvato con la Resurrezione il suo popolo. Così, per esempio, l’esegesi cristiana lesse in chiave cristologica la profezia del bambino che sarebbe salito sul trono di Davide nelle profezie del libro di Isaia (9, 5s.):

Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio! Sulle sue spalle si troverà il potere, e il suo nome sarà Consigliere ammirevole, Dio potente, Padre eterno, Principe della pace! Sarà grande il suo potere, la pace non avrà fine sul regno di Davide e sul suo regno, che Egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, adesso e per sempre. Questo farà l’attenzione del Signore degli eserciti.

Ma anche dopo la venuta del Messiah – termine ebraico grecizzato in Christos (l’Unto) – il fenomeno carismatico continuò a essere estremamente presente nella tradizione cristiana e scritturistica, tanto per il forte retaggio ebraico dal quale discendeva, quanto per le influenze della cultura pagana con cui il Cristianesimo si trovò a convivere. Le funzioni del profeta possono allora, in epoca post-messianica, essere diverse: le apparizioni di Dio a Paolo, ad esempio, o il misterioso profeta Agabo (Atti 21, 11-14), il quale, raggiunto l’apostolo, legandosi i piedi con la sua cintura profetizza, tramite questo strano gesto, la sua cattura e la prigionia. Ma l’esempio di racconto profetico più celebre del canone neotestamentario è sicuramente quello dell’Apocalisse. Dal greco apokàlypsis (rivelazione), quest’opera, attribuita all’apostolo Giovanni, racconta della sua visione ricevuta mentre si trovava sull’isola di Patmos, nell’Egeo orientale. È proprio la rivelazione a cui l’apostolo assiste che lo fa diventare profeta e visionario, in un racconto che, nella grande battaglia tra il Figlio dell’Uomo e l’Anticristo, nasconde in realtà lo scontro tra la “tirannica” potenza romana e la nuova religione emergente. Il carattere di rivelazione del racconto dell’Apocalisse è rappresentato da un’immagine simbolica molto suggestiva. Giovanni è ricoperto del dono del carisma tramite l’assunzione, quasi il “pasto”, di un piccolo libro che contiene le verità apocalittiche: un libro dolcissimo come il miele, che diventa però amaro nelle viscere. Scrive infatti Giovanni (Apocalisse 10, 9-11):

Mi avvicinai allora all’angelo e lo pregai di darmi il piccolo libro. Egli mi disse: “Prendilo e divoralo: ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele”. Presi allora quel piccolo libro dalla mano dell’angelo e lo divorai: in bocca lo sentii dolce come il miele, ma dopo averlo inghiottito sentii nelle viscere tutta la loro amarezza. Mi venne detto allora: “Devi profetizzare ancora su molti popoli, genti, lingue e sovrani”.

Ma non soltanto il Canone mostra questa attenzione per i profeti. Tra i vari testi non confluiti nelle Scritture e spesso nati in epoche successive – i cosiddetti apocrifi – sono moltissimi quelli a carattere apocalittico: basti pensare all’Apocalisse di Ezra, fondamento di molti movimenti “ereticali” a carattere millenarista; l’Apocalisse di Adamo, prodotto della scuola intellettuale del cosiddetto gnosticismo, in Egitto; fino ad arrivare all’Apocalisse di Daniele, del IX secolo, in cui, dietro il nuovo nemico che minaccia il popolo cristiano si nasconde in realtà il nuovo profeta Muhammad.

 

Insomma, la tradizione scritturistica giudaico-cristiana (ma lo stesso si potrebbe affermare di quella islamica) mostra un ruolo centrale della figura del profeta. Eppure, come mostrato sopra, il termine “profeta” è al tempo stesso molto generico. Sono varie, infatti, le tipologie di profeta, dall’austero Samuele al visionario Daniele. Gli elementi che permettono, dunque, di differenziare i vari gruppi carismatici sono sostanzialmente due: il primo, come ricorda lo studioso di religioni D.E. Aune, è la diversa funzione che il profeta assume nel contesto sociale e culturale in cui opera (giudice, maestro, sacerdote); l’altro – punto sul quale qui ci concentreremo – è il modo in cui il profeta esercita il proprio carisma (anche se uno stesso profeta può mostrarne di diversi). In particolare, è interessante notare come il momento profetico sia connesso all’alterazione o meno dello stato di coscienza del profeta mentre sta ricevendo un messaggio divino.

 

Un primo modo di profetizzare quanto raccontato dalla Bibbia è quello del “dialogo con Dio”. Samuele è forse la voce più rappresentativa di questo gruppo di profeti. La sua storia (contenuta nel primo dei due libri che portano il suo nome) è appunto il resoconto di un dialogo continuo con il divino, nel passaggio dall’epoca dei giudici, di cui Samuele è l’ultimo esponente, a quella dei re d’Israele. Quello con Dio è un dialogo vivace in cui il profeta rimane padrone delle proprie facoltà mentali: la sua coscienza è inalterata, il che gli permette di discutere con il Signore e, alle volte, lamentarsi con Lui. Un dialogo, quello di Samuele con Dio, che inizia in tenera età (Samuele 3, 9-11):

Samuele andò a dormire al suo posto. Venne il Signore, si posò accanto e lui e lo chiamò, come le altre volte: “Samuele! Samuele!”. Samuele allora rispose immediatamente: “Parla, il tuo servo ti ascolta”. Gli disse allora il Signore: “Ecco, io farò in Israele qualcosa che risuonerà nelle orecchie di chi la sentirà”.

Questa maniera profetica di parlare con Dio si trova in realtà in altre figure non espressamente profetiche, ma dotate da Dio di questo dono in alcuni momenti della loro vita. Si può ricordare Mosè, che nell’Esodo discorre con il Signore comparso sotto forma di un rovo ardente, oppure Salomone, che parla con Dio per chiedere il dono della Sapienza.

 

Più complessa e ricca di simbolismi è un’altra forma di “momento profetico”, quella del sogno rivelatore. Le due figure più facilmente associabili a questa tipologia di profezia sono sicuramente Giuseppe, nell’ultima parte della Genesi, e Daniele, nel libro profetico che porta il suo nome. Il profeta, in questo caso, vede in sogno una rivelazione in forma di simboli di difficilissima interpretazione. Daniele, per esempio, in una delle sue rivelazioni vede quattro tremende bestie, che simboleggiano quattro regni che si sarebbero succeduti, schiacciandosi a vicenda, in Asia. Il profeta è, dunque, al contempo un visionario e un interprete, e una simile dote è il motivo per cui i sovrani (il Faraone nel caso di Giuseppe, Nabucodonosor in quello di Daniele) li prendono a corte come sapienti consiglieri. Questa tipologia di profeta, dunque, alterna fondamentalmente due stati di coscienza: nel primo, da visionario, egli dorme, e, sebbene sembri comunque in sé stesso, è spettatore degli eventi incredibili cui assiste; da sveglio, però, grazie alla potenza di Dio, riesce a comprendere il significato profondo del sogno, e a capire, così, la volontà divina.

 

L’eredità di questa espressione profetica venne colta nel genere delle apocalissi. Il difficile simbolismo che caratterizza l’Apocalisse di Giovanni, ad esempio, con alcune immagini che fanno ancora discutere gli esegeti – per esempio, quella delle sette lampade che rappresenterebbero i sette spiriti di Dio – è sicuramente il retaggio di un sistema che trovava le sue radici nelle opere visionarie dei profeti biblici. Sul piano però dello stato di coscienza del profeta, quello che caratterizza l’Apocalisse giovannea, così come altre apocalissi apocrife, è che la visione non avviene in sogno, bensì quando il profeta è vigile. Naturalmente, la coscienza del profeta deve trovarsi in uno stato che gli permetta di avere una visione del genere. Nell’Apocalisse di Giovanni questo stato è l’estasi, il rapimento nello spirito (1, 9-11):

Io, Giovanni, vostro fratello e compagno nella tribolazione, nel Regno e nella perseveranza di Gesù, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù. Fui rapito dallo spirito nel Giorno del Signore, e dietro di me sentii una voce potente, come se venisse da una tromba, che diceva: «Quello che vedrai, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese».

Quello dell’estasi è un tema interessante, che molto ha fatto discutere gli psicologi su che cosa comportasse di preciso a livello fisiologico e mentale questo stato. Se, infatti, Giovanni sembra comunque mantenere un proprio stato di coscienza, cosa che gli permette di ricordare ciò che ha visto per riportarlo agli uomini, il suo “rapimento” deve avvenire allora soltanto con lo spirito; il corpo, invece, rimane sulla terra: immobile, assorto, in catalessi?

 

Il modello di rapimento estatico è un tema comune nella produzione apocalittica successiva. L’Ascensione di Isaia, testo apocrifo di una comunità profetica palestinese del II secolo, racconta della visione del profeta biblico, che avrebbe contemplato la venuta del Figlio dell’Uomo. Il momento in cui Isaia viene rapito in cielo è così descritto:

Mentre tutti parlavano, Isaia tacque, e il suo intelletto fu innalzato via da lui, ed egli da parte sua non vedeva gli uomini che gli stavano davanti. I suoi occhi invero erano aperti, e la sua bocca taceva; l'intelletto della sua carne era stato innalzato via da lui, e solo il suo respiro era in lui, perché vedeva una visione.

Il profeta continua a essere presente nella sala, davanti a tutti i fedeli accorsi da lui; al tempo stesso, però, tace: la bocca chiusa e gli occhi spalancati suggeriscono che effettivamente lo spirito è andato altrove, a contemplare la visione.

 

Definire l’estasi, nella storia del cristianesimo, non è una questione di poca importanza.

Uno stato in cui la coscienza sia alterata è infatti una realtà che colpisce gli intellettuali cristiani, specialmente quando, alla fine del II secolo, in Frigia nasce un movimento cristiano in cui il fattore del carisma profetico è d’importanza centrale. Questo movimento, detto “dei Nuovi Profeti”, è conosciuto anche con il nome di “Catafrigismo”, a causa della regione in cui per la prima volta prese piede, o Montanismo, dal nome del suo profeta fondatore, Montano. Figura carismatica molto controversa, definito da molti eresiologi un ex sacerdote di Apollo, di Cibele o di un idolo, Montano iniziò a predicare un nuovo messaggio profetico quando, nella seconda metà del II secolo, “colto dallo spirito”, cominciò a entrare in uno stato di estasi. Un’anonima fonte citata dallo storico Eusebio, autore della Storia Ecclesiastica, racconta in questo modo l’inizio dell’attività profetica dell’eresiarca:

Al tempo del proconsolato in Asia di Grato, Montano, nell'immenso desiderio della sua anima di primeggiare, concesse al Nemico di entrare in lui, diventando un folle, e andava improvvisamente in delirio, cominciando a produrre strani suoni, facendo profezie contrarie a quelle tramandate dalla tradizione scritturistica e dalla successione della Chiesa dalle sue origini.

Nelle parole dell’Anonimo antimontanista, naturalmente, è fortissimo il tono polemico nei confronti di Montano; al tempo stesso, però, questa testimonianza permette una ulteriore riflessione. Il profeta, infatti, comincia a profetare perché invaso da uno spirito: sembrerebbe anche lui in uno stato d’estasi, ma, a differenza di Giovanni nell’Apocalisse e di Isaia nell’Ascensione, in questo caso lo stato di coscienza è totalmente alterato. In altre parole, l’estasi montanista non sarebbe, come quella tramandata dalla tradizione scritturistica, un momento profetico che coinvolge lo spirito e fa rimanere immobile il corpo, ma implica invece un coinvolgimento totale dello spirito e del corpo del profeta. Un’estasi del genere è molto rara nella tradizione giudaico-cristiana, e sembra apparire, invece, molto più vicina a quella tradizione oracolare propria del mondo pagano di Frigia.

Ed è forse proprio questo che “disturba” gli eresiologi antichi, il fatto che, nello sconvolgimento causato da questa tipologia di profezia, la coscienza e la percezione di sé venga a mancare, eredità di un retaggio pagano che incontrò comunque la nuova tradizione cristiana unendosi ad essa in soluzioni spesso eclettiche.

 

 

Per saperne di più

G. Ravasi, Daniele e l’apocalittica, Bologna 2014.

D.E. Aune, La profezia nel primo cristianesimo e il mondo mediterraneo antico, Brescia 1996 (trad. C. Moro).

J.L. Ska, Introduzione all’Antico Testamento, Bologna 2015.

A. Carfora, C. Cattaneo, Profeti e profezie. Figure profetiche nel cristianesimo del II secolo, Trapani 2007.

 

 

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