25 aprile 2020

Quando il “filo rosso” diventa nero

Desiderio e tensione nel teatro tra Machiavelli, Ariosto e Ruzante

 

 

Tradizione lo vuole: quando passa una stella cadente si deve esprimere un desiderio. Niente di più facile. È complesso desiderare qualcosa, qualcuno? Per niente. E quanto è complesso attuare quel desiderio, adoperarsi affinché riesca, sia perfetto e resti scolpito nel cielo come la scia della cometa? Desiderare, sperare, illudersi. In momenti alterni della vita, sono sinonimi. Ed è allora che la cosa si fa complicata.

 

Il teatro rinascimentale è foriero di esempi di straordinaria levatura di questa complessità.

 

La Mandragola (1518-20) di Niccolò Machiavelli (1469-1512) è uno di questi. Una «commedia della volontà»: così l’ha definita il famoso critico letterario Antonio Stäuble. Messer Nicia vuole un figlio e vuole ostentare la propria scaltrezza, che però in fin dei conti si rivela essere ben poca cosa; Lucrezia vuole accontentare il marito senza ricorrere a una notte con uno sconosciuto, ma finisce per non disdegnare l’amante; Callimaco vuole Lucrezia, a tutti i costi, e per farlo si fa spalleggiare da Timoteo e Ligurio; questi due vogliono solo trarre guadagno dall’intrallazzo e seguire con viva curiosità la vicenda. Volontà e desiderio non sono perfettamente sinonimi, si potrebbe obiettare: questo perché la volontà è, in un certo senso, l’atto del desiderare su cui viene esercitata la ragione. Tutti vogliono cose diverse, e il raggiungimento dello scopo si regge sull’abilità di condurre ciascuno il proprio doppio gioco.

 

Nello spacciarsi da medico, Callimaco prende alla larga il problema e fa leva sull’amor proprio di Nicia:

 

CALLIMACO: […] a voler adempiere el desiderio vostro, è necessario sapere la cagione della sterilità della donna vostra, perché le possono essere più cagioni. […]
NICIA: Costui è el più degno uomo che si possa trovare!
Potrebbe, oltra di questo, causarsi questa sterilità per impotenzia; ché, quando questo fussi, non ci sarebbe rimedio alcuno.
NICIA: Impotente io? Oh! Voi mi fate ridere! Io non credo che sia el più ferrigno ed il più rubizzo uomo in Firenze di me.
CALLIMACO: Se cotesto non è, state di buona voglia, che noi vi troverremo qualche rimedio.
[Atto II, scena 2]

 

E poco più avanti:

 

CALLIMACO: Voi avete a intendere questo, che non è cosa più certa a ingravidare una donna che darli bere una pozione fatta di mandragola. Questa è una cosa sperimentata da me un paio di volte, e trovata sempre vera; e se non era questo, la reina di Francia sarebbe sterile, e infinite altre principesse di quello stato. 
[…]
NICIA: Quando l’arebb’ella a pigliare? 
CALLIMACO: Questa sera doppo cena, perché la luna è ben disposta, ed el tempo non può essere più a proposito. 
NICIA: Cotesta non fia molto gran cosa. Ordinatela in ogni modo; io gliene farò pigliare. 
CALLIMACO: E’ bisogna ora pensare a questo: che quello uomo che ha prima a fare seco, presa che l’ha cotesta pozione, muore infra otto giorno, e non lo camperebbe el mondo.
NICIA: Cacasangue! Io non voglio cotesta suzzacchera; a me non l’appiccherai tu! Voi mi avete concio bene! 
CALLIMACO: State saldo, e ci è remedio.
NICIA: Quale?
CALLIMACO: Fare dormire subito con lei un altro che tiri, standosi seco una nitte, a sé tutta quella infezione della mandragola. Dipoi vi iacerete voi senza periculo.
[Atto II, scena 6]

 

Le supposte capacità afrodisiache della mandragola, di cui si sono serviti anche capi di Stato, appaiono a Nicia come la soluzione perfetta. Unico inciampo: l’integrità della moglie. E chi meglio, per convincerla, se non la madre e i consigli di un frate? Il fatto che Lucrezia identifichi alla fine la propria volontà con la volontà divina non è un segno di passività, bensì un modo per placare, più o meno coscientemente, le obiezioni della propria coscienza. Il desiderio si rimodella sul conosciuto, prima di assumere forse affini a quelle volute.

 

La passione erotica è il fil rouge della maggior parte degli esercizi teatrali di quest’epoca; questo non significa però essa sia materia inerte per mandare avanti la trama, perché si trova inserita in modo incondizionato in un ritmo serrato di circostanze spesso irripetibili e movimentati, come nel caso della Lena (1528) di Ludovico Ariosto. Fazio intrattiene da tempo una relazione con Lena, donna dal grande senso pratico e già sposata: è stato proprio suo marito Pacifico a incoraggiarla a diventarne amante, così da potergli pagare i debiti. Lena arrotonda permettendo alla figlia di Fazio, Licinia, di incontrarsi con l’amato Flavio in casa sua all’insaputa del padre. Le singolarità psicologiche dei personaggi, in particolar modo di Lena, che sfugge a qualsiasi tipizzazione teatrale, costituiscono la vera impalcatura della scena: la generica passionalità di Flavio, la determinazione e la lucida dignità di Lena, l’inettitudine di Pacifico. Ogni traccia di modello classico (Terenzio soprattutto) occorre a legittimarne della quotidianità, rappresentata con crudo realismo. Passioni rudi, aspirazioni materiali. Nei desideri di Lena non c’è né il vero amore né un miglioramento radicale della sua condizione.

 

Nel suo primo monologo, Lena rigurgita contro Fazio tutto il suo risentimento, tirando in ballo anche il marito che l’ha spinta tra le sue braccia:

 

Vorrebbe il dolce senza amaritudine:
ammorbarmi col fiato suo spiacevole,
e strassinarmi come una bell'asina,
e poi pagar d'un «gran mercè». Oh che giovene,
o che galante, a cui dar senza premio
debbia piacere! Oh! fui ben una femina
da poco, ch'a sue ciancie lasciai volgermi
e a sue promesse; ma fu il lungo stimolo
di questo uom da nïente di Pacifico,
che non cessava mai: - Moglie, compiacelo;
sarà la nostra aventura: sapendoti
governar seco, tutti i nostri debiti
ci pagarà. - Chi non l'avria a principio
creduto?
[Atto II, scena 2]
 

Fazio vuole soltanto possedere carnalmente Lena, insomma, e da vecchio padre geloso non può tollerare che Licinia si veda con un uomo. Già con questa commedia il discorso si era spostato su toni meno leggeri di quelli della Mandragola; con il Parlamento (1526-1530) di Angelo Beolco detto il Ruzante (1496-1542) ecco che questo vira bruscamente e assume tonalità più cupe.

 

Di ritorno dalla guerra, Ruzante (il personaggio) sbarca a Venezia per cercare la sua Gnua (Benvegnua, ‘Benvenuta’). Una volta ritrovata, però, ha una sorpresa: Gnua si prostituisce e non ha alcuna intenzione di tornare con un uomo da nulla come lui, fifone e squattrinato:

 

GNUA: Ruzante, sei tu? Sei vivo, infine? Potta! Tu sei così cencioso, tu hai così brutta cera…Tu non ha guadagnato niente, non è vero, no?
RUZANTE: Ma non ho guadagnato assai per te, se ti ho portato il carcame vivo? (=se ho riportato la mia carcassa intera) 
GNUA: Poh, carcame! Mi hai ben pasciuta. Vorrei che tu mi avessi pigliato qualche vestito per me.
RUZANTE Ma non è meglio che sia tornato sano di tutte le membra, come sono?
GNUA Ma sì, membra, eh, nel culo! Vorrei che tu mi avessi pigliato qualche cosa. Ma voglio andare, ché sono aspettata. 
RUZANTE: Potta! Ma tu hai proprio una gran fretta al culo. Via, aspetta un poco.
GNUA: Ma che vuoi tu che faccia qui, se tu non hai niente da fare con me? Lasciami andare. 
RUZANTE: Oh, canchero a quanto amore ti ho portato! Tu ti vuoi subito andare a imbucare, eppure sono venuto dall’accampamento apposta per vederti.
GNUA: Beh, non mi hai vista? Non vorrei, a dirti il vero, che tu mi rovinassi; perché ho uno che mi fa del bene, io. Non si trovano così, ogni giorno, queste fortune.
[Scena 3]

 

L’atto unico vede poi Ruzante bastonato dal bravaccio protettore di Gnua, talmente forte che dopo poco gli viene il dubbio se non fosse stata una folla. «Non vedevo se non cielo e bastonate», esclama compare Menato, altro amante di Gnua, alla fine della zuffa. Ruzante scoppia allora in una fragorosa, ambigua risata, chiudendo la commedia.

 

Il lettore che riprende in mano il teatro comico del Cinquecento non può non lasciarsi sfuggire una facile risata di fronte ai bassi desideri e alle torbide volontà dei personaggi.

 

 

Per saperne di più:

Pier Mario Vescovo, A viva voce. Percorsi del genere drammatico, Padova, Marsilio, 2015.

Niccolò Machiavelli, La Mandragola, commento a cura di Antonio Stauble, Firenze, Cesati, 2004.

Ludovico Ariosto, Commedie, a cura di Andrea Gareffi, 2007.

A. Beolco il Ruzante, I Dialoghi. La seconda oratione. I prologhi della Moschetta, testo critico tradotto e annotato da Giorgio Padoan, Padova, Antenore, 1981. 

 

 

Immagine di Hans, da PixabayPixabay License, libera per usi commerciali, attribuzione non richiesta.

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