8 maggio 2019

Lo sguardo del viaggiatore: la letteratura odeporica e l’osservazione del mondo

di Giada Tecchio

Quello fra il viaggio e la letteratura è un rapporto molto stretto, un «nesso privilegiato» che ha intrecciato fin dalle origini le imprese di viaggio dell’essere umano e l’atto di scriverne, di farne un racconto, di condividerle con gli altri. Le situazioni che hanno riguardato gli spostamenti dei viaggiatori nella vicenda umana, i loro movimenti nello spazio e nel tempo, sono legate a molteplici motivazioni, segnate tanto da questioni religiose e legittimazioni simboliche (come nel caso del fenomeno dei pellegrinaggi), quanto da ragioni scientifiche e geografiche, per scopi pedagogici e formativi (ad esempio nei particolari viaggi del Grand tour), oppure ancora per l’espansione dei commerci, ma anche per motivi forzati, quali l’esilio. A tutte queste esperienze, come forse all’esperienza del viaggio in sé e per sé come situazione di mutamento e di trasformazione, è da sempre associata l’operazione della scrittura, quasi come se l’azione del raccontare il viaggio, attraverso il recupero scrittorio e memorialistico di questa esperienza, costituisse una parte imprescindibile delle finalità del viaggiare stesso.

 

La relazione fra viaggio e letteratura è stata esplorata a livello teorico, innanzitutto intendendo il testo come forma di viaggio e reciprocamente il viaggio come sistema narrativo, arrivando ad interpretare la scrittura stessa come un «atto di spaesamento», o ancora un allontanamento dal noto e dal familiare, verso una conquista dell’identità. Si può concludere che ogni forma narrativa, in certo qual modo, includa al suo interno una forma di viaggio, così come ogni viaggio si costituisca come un movimento in uno spazio-tempo che implica una struttura intrinsecamente narrativa. Accanto a queste riflessioni teoriche, si è osservata una multiforme e complessa costellazione di produzioni letterarie incentrate sul nucleo tematico del viaggio, secondo le sue tante sfaccettature di percorso fisico e immaginario, spaziale e temporale, reale e metaforico, realistico e utopico. La molteplicità e poliedricità di queste ragioni e forme di viaggio impediscono una definitiva e univoca definizione del genere dell’«odeporica», termine derivato dal greco ὁδοιπορία, «viaggio», che definisce precisamente lo studio della letteratura riguardante il viaggio, in tutte le sue sfaccettate ed eterogenee produzioni. All’interno del genere odeporico alcuni tratti comuni evidenziati in queste produzioni riguardano i rapporti fra la narrazione e la descrizione, con una spiccata preponderanza di quest’ultima, sia che essa derivi dall’esperienza diretta del viaggiatore-scrittore, sia che essa si basi su fonti esteriori o costruzioni immaginarie (come nei “viaggi archeologici” o nel genere utopico). Inoltre, particolarmente rilevante risulta l’elemento del “dialogismo” dei racconti di viaggio, in quanto questi si adeguano al bisogno di “raccontare” un’esperienza, ma anche in quanto essi presentano una struttura implicitamente comparativa, che pone in relazione due visioni: quella del mondo “di partenza”, assunta come punto di riferimento per il viaggiatore-scrittore e per i suoi lettori, e quella del mondo “Altro”, della destinazione del viaggio, che si pone necessariamente come termine di paragone dell’osservazione.

 

Il legame che l’odeporica intrattiene con i concetti della spazialità e della rappresentazione del territorio, oltre a costituire una fonte per la possibile descrizione delle “immagini” che formano un dato luogo (per offrire cioè delle possibili “letture” di quest’ultimo, intendendo il testo come esempio di costruzione di un’immagine spaziale), può anche rivelare le modalità culturali con cui l’osservazione dei nuovi paesaggi osservati nel percorso di viaggio conforma la descrizione letteraria. È infatti possibile mettere a fuoco le implicazioni complementari fra letteratura di viaggio e descrizione di uno spazio geografico: il lavoro sulle forme letterarie nelle quali il racconto di viaggio è organizzato si costituisce come il riconoscimento delle configurazioni narrative in cui si realizza, sul piano letterario, un’esperienza di osservazione del mondo associabile metaforicamente ad una sua lettura. Lettura che non avviene secondo uno sguardo neutro, ma che, al contrario, ricerca nel mondo conferme o smentite di un paradigma già assimilato, di un “libro già letto”, modello di riferimento tramite il quale il viaggiatore si interfaccia con l’elemento nuovo. Questo è particolarmente evidente se si prende in considerazione un genere letterario specifico all’interno della categoria dell’odeporica, quello delle “relazioni di viaggio” composte dagli esploratori e dai viaggiatori che compivano percorsi di scoperta e di esplorazione sulla superficie del globo.

 

Fra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento è possibile stabilire un corpus di testi appartenenti alla letteratura di viaggio incentrati sulle esplorazioni nel Nuovo Mondo che, a partire dal prototipo per eccellenza fornito dai resoconti di viaggio di Cristoforo Colombo, si diffonde in particolar modo in area italiana. Secondo la cultura rinascimentale, l’homo viator, in grado di conquistare il mondo attraverso il sapere e l’esperienza, realizza nel viaggio il compito stesso affidatogli da Dio, che lo ha posto al centro dell’universo per permettergli, in questo modo, di meglio percorrerlo e scoprirlo. Questa vasta produzione di relazioni di viaggio e diari di bordo riportata in patria da viaggiatori ed esploratori, in anni segnati dal fervente sviluppo editoriale, ha giocato un ruolo centrale nella catalogazione delle informazioni geografiche, dando un forte contributo alla conoscenza in Europa delle nuove scoperte. In questi secoli domina l’idea della rappresentazione del mondo attraverso la metafora del «libro della natura», considerato come anch’esso scritto da Dio al pari delle Sacre Scritture: all’idea della possibile “lettura” del mondo naturale, sulla base della stessa idea metaforica, si associa come conseguenza anche il possibile sviluppo della cartografia nei secoli seguenti. In quest’ottica, la possibilità di decifrare e descrivere un percorso spaziale nel mondo attraverso l’esperienza pragmatica appare quindi giustificato dalla presenza di questo pre-testo, da scavalcare attraverso la curiositas (non più condannata, ma assunta a virtù) e da indagare nelle sue parti sconosciute. Lo studio di Leed, La mente del viaggiatore. Dall’Odissea a turismo globale, mette l’accento sul legame fra l’esperienza del viaggio e l’affermazione della scienza moderna:

A differenza degli studiosi medievali, i viaggiatori umanisti erano in grado di considerare assodato il «noto» e concentrarsi su ciò che era ignoto alla letteratura tramandata, o che essa non rappresentava o deformava. Questa presupposizione di una tradizione sicura è implicita in un’epoca di «scoperte» e nella ridefinizione del viaggiatore iconografico come esploratore di mondi nuovi e popoli sconosciuti. […] La scienza moderna sorge in un contesto in cui gli europei diventano viaggiatori coscienti di sé all’interno e all’esterno dei confini di una civiltà, in un contesto di esperienza in cui si impongono all’attenzione dei responsabili in un mondo ordinato e intellegibile popoli, piante, animali e paesaggi nuovi.

Questa concezione influenza anche la concezione successiva dello scopo e delle giustificazioni del viaggio nei secoli seguenti: nel Settecento il viaggiatore, attraverso l’esperienza concreta del movimento e dell’osservazione diretta del mondo, si pone come finalità quella di verificare e giustificare quel «libro della natura», quel testo anteriore, essendo disponibile ad emendarlo tramite l’esperienza diretta. Questo atteggiamento sarà alla base delle nuove scoperte geografiche dei secoli XVII-XVIII, nelle quali il viaggio diviene esperienza di “osservazione” per eccellenza, e costituisce il punto di partenza proprio per la diffusione del genere letterario della “relazione di viaggio”. Questa forma letteraria si inserisce nel seno di un vasto insieme di compilazione di opere di viaggio, resoconti di esperienze, testi di compilazione, diari di bordo, raccolte epistolari, incentrate sull’esperienza del viaggio che sono state assunte ad immagine stessa del fenomeno dell’Illuminismo. La letteratura di viaggio di questo secolo raccoglie l’eredità della tradizione quattro-cinquecentesca dei resoconti di viaggio degli esploratori europei e dei suoi modelli narrativi, al contempo coniugando questa tipologia testuale con le conoscenze derivate dalle grandi scoperte scientifiche e filosofiche. Si assiste, infatti, ad un cambiamento dei paradigmi di riferimento della concezione scientifica e filosofica del mondo, cambiamento che investe direttamente lo sguardo del viaggiatore e la sua modalità di interpretare e di descrivere il “nuovo mondo” con cui si interfaccia nell’esperienza di viaggio: il metodo empirico e l’elevazione dell’osservazione diretta a metodologia di riferimento in ambito scientifico sono assunti a fondamento metodologico per la costruzione del grande “edificio della scienza” moderna. In questo spirito si colloca anche l’intento dei viaggiatori ed esploratori che, assumendo una prospettiva non metafisica del reale ma andando alla ricerca di “fatti” osservabili, sottendono alla loro impresa l’assunto ideologico della possibilità di comprendere realmente i fenomeni naturali attraverso l’esperienza diretta. Il viaggio diviene quindi un presupposto della scienza, un metodo strutturato ed elaborato per “impadronirsi” del mondo: e se l’osservazione è assunta a metodo della scienza, quale esperienza migliore del viaggio può produrre osservatori?

 

In sostanza, l’esperienza del viaggio e la sua scrittura assumono un significato particolare nella storia della cultura, e si intrecciano profondamente nel momento in cui essi divengono il metodo per eccellenza della scoperta, della comprensione e della catalogazione del mondo: il movimento, la curiosità, l’osservazione e la loro traduzione letteraria si fondono in un nesso che ha giocato un ruolo centrale non solo a livello di esperienza letteraria nell’odeporica, ma più profondamente nel cuore stesso dei meccanismi della nostra conoscenza del reale.

 

Per saperne di più:

Un’introduzione sul legame fra viaggio e letteratura si può trovare negli studi di Pino Fasano, Letteratura e viaggio, Roma-Bari, Laterza, 1999, e di Eric Leed, La mente del viaggiatore. Dall’Odissea al turismo globale, Bologna, Il Mulino, 1991. Sul genere dell’odeporica si possono leggere i contributi più precisi di Luigi Monga, Travel and Travel Writing: An Historical Overview of Hodeporics, in «Annali d’Italianistica», Vol.14, 1996, pp. 6-54 e Davide Papotti, Attività odeporica ed impulso scrittorio: la prospettiva geografica sulla redazione di viaggio, in «Annali d’Italianistica», vol. 21, 2003, pp. 393-407. Sul rapporto specifico fra osservazione della natura, viaggio e rappresentazione artistica fra XVIII e XIX secolo, rimando al ricchissimo studio di Barbara Maria Stafford, Voyage into Substance. Art, Science, Nature, and the Illustrated Travel Account, 1760-1840, Cambridge – Massachusetts – Londra, MIT Press, 1984.

 

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