22 maggio 2019

Un Virus umano: Amber Clausner

di Mario De Angelis

Il canale Vimeo di Amber Clausner accoglie chi la stava cercando o chi si imbatte casualmente in lei con uno sfogo in versi, nero su bianco. Che siano parole gridate, sputate fuori, lo dice una consuetudine ormai codificata da anni sul web, che risponde al bisogno di replicare i modi umani (la voce udibile con le sue modulazioni, in questo caso) attraverso gli scarsi mezzi che la scrittura digitale mette a disposizione.

È lei stessa, giovane artista britannica classe 1994, a definirsi «AN AVID BELIEVER IN THE POWERFUL LINGUISTIC EFFECT OF CAPS LOCK IN THE ABSENCE OF THE AUDIBLE VOICE». Peccato che poco prima abbia dichiarato guerra, parlando di sé in terza persona e con una chiarezza d'intenti da manifesto novecentesco, alla tecnologia e al suo potere di «disincarnarci dalla sensualità del paesaggio». È naturale chiedersi davanti a chi e cosa ci troviamo.

Esistono a ben vedere molte voci "udibili" nei lavori di Clausner, ma nessuna di queste presenta un'udibilità che si traduca in ciò per cui di norma la parola viene registrata tecnologicamente: comunicazione, ovvero trasmissione e comprensione di un messaggio. In un fascio compatto insieme a rumori e sussurri, la funzione della parola si esaurisce nella sua negazione. ME MELT SCREN.MOV, video pubblicato nel 2016, lo mostra bene: al respiro metallico dei primi secondi si affiancano suoni e rumori che conosciamo bene, a ritmo via via più asfissiante. È un'orchestra del disturbo: ma invece di una corposa armonia polifonica ogni nuovo strumento qui disgrega invece che unire. Intanto è comparsa l'immagine. Lo schermo di un dispositivo Apple, comunissimo e intasato di documenti, diventa campo di una proliferazione incontrollata di segni computazionali, cartelle e programmi si aprono e si chiudono compulsivamente, selezioni e deselezioni fulminee, insensate, stralci di immagini e volti appaiono per svanire.

 

Un solo elemento si incide nella memoria: la forma frustrata del desktop selezionato di blu, scheletro negativo della schermata lucida cui siamo abituati. Le possibilità del movimento fanno sì che questo segno psichedelico appaia in condizioni di visione diverse, come piccola icona – così la ritroviamo anche fuori, nella pagina Tumblr di Clausner per esempio, dove la ripetizione del segno scandisce la struttura dell’interfaccia – e allo stesso tempo ingrandito a tal punto da costituire solo un filtro sgranato di pixel che intralciano lo sguardo dello spettatore, condotto talmente dentro l'immagine da aver perso l'orientamento che l'impressione della distanza poco prima gli forniva. All'ostacolo dell'ascolto si è aggiunto quello dello sguardo e la sensazione è quella di un'intelligenza che agisce senza controllo e senza scopo, di un virus dotato di volontà in grado di rendere evidenti le potenzialità disturbanti del digitale.

La poesia-sfogo di cui si parlava all'inizio, presentata per la prima volta come video-installazione per la mostra No ordinary disruption, tenutasi tra il 26 e il 29 settembre 2016 al The Flying Dutchman di Londra, si intitola POLITICALLY EMOTIONAL/EMOTIONALLY POLITICAL ed è un'opera-manifesto non perché esemplifichi le altre, ma perché ospita in forma di stringato manifesto poetico l'intero edificio concettuale dell’artista.

 

Se ME MELT SCREN.MOV decostruisce la nostra relazione con la tecnologia digitale, WE FEEL è una sferzata violenta, una presa di coscienza epifanica sul nostro modo d’intendere una natura ormai estranea. L’operazione è semplice, minimo sforzo per il massimo dell’effetto, presentazione pura di ciò che già agisce in sottotraccia.

 

Le forme si sono evolute, la veste dell’opera non potrebbe essere più diversa, eppure siamo forse ancora nel pieno di quello che un’intuizione profetica di Vasilij Kandinskij ha precocemente riconosciuto come il “grande realismo” novecentesco (Sulla questione della forma, 1912), riferendosi a quanto colpisce lo sguardo con la crudezza concreta dei suoi tratti non manipolati e in opposizione rispetto alla “grande astrazione”, che invece nasconde, organizza, illude.

 

Tutto ciò che l’artista ha “fatto” in WE FEEL è stato montare e manipolare video trovati su YouTube che mostrano occasioni d’incontro tra uomo e ambiente naturale. Il risultato è un video di 4 minuti il cui titolo – “noi sentiamo” – funziona come memento mori e ironico simulacro di ciò che vuol dire per noi oggi “sentire”, presupponendo un distacco, una differenza tra "il mondo da cui siamo nati" e "il mondo in cui viviamo"; da una parte una situazione di normalità originaria: l’uomo in simbiosi con la natura in quanto parte cosciente della natura stessa. Dall'altra il presente, l’attuale nascosto in cui l’incontro tra uomo e natura si riduce a tre categorie eloquenti: shock, commedia o asservimento. Lo shock è negativo, di terrore o fastidio, o positivo: sono i commenti di meraviglia e lo sguardo incredulo di fronte ad un fascio di luce che attraversa le nuvole scure. A metà strada c'è il riso sguaiato di un uomo che filma un grande arcobaleno (minuto 0.51): natura come svago occasionale, che attira lo sguardo e l'obiettivo del proprio smartphone come un piacevole diversivo. Potendo contare sulla forza testimoniale dell’immagine registrata “dal vero”, il video funziona come squarcio nella coscienza di chi guarda. Qualunque incontro con la natura, priva della (in)debita preparazione mentale, è un evento inaspettato a cui "si reagisce", mai con la consapevolezza necessaria.

 

Quando invece la mente è preparata – quando il contatto è previsto, musealizzato – questo si ribalta quasi automaticamente nel completo asservimento degli animali e della natura all’uomo. È il nostro sguardo "scientifico", continuo e unilaterale su di loro che conta, mentre «Il fatto che possano essere loro a osservarci ha perso ogni significato» – nota John Berger in Why look at the animals (2009) – «[...] sono gli oggetti prediletti della nostra conoscenza in continua espansione. Ciò che sappiamo su di loro è un indice del nostro potere, e quindi un indice di ciò che ci separa da loro. Più sappiamo, più sono lontani». L'audio di WE FEEL disturba come il precedente, ma i rumori metallici hanno lasciato il posto a due livelli ben distinguibili: al brusio di sottofondo si sovrappone con forza una voce metallica e infantile. Sembra reciti una cantilena, un rito apotropaico perso nel tempo e incomprensibile. L’effetto d’insieme è un senso di pericolo e fine imminente che non ha bisogno di altro, e anzi proprio dall’inaccessibilità del codice trae la sua potenza disturbante. Eppure, soprattutto in un secondo momento – il momento analitico che se ben condotto non annacqua, ma si affianca alla ricezione emotiva e immediata – la volontà di capirne di più spinge verso territori limitrofi, costringendoci a un passaggio al di là del sistema dell’arte tout court.

Sul sito personale dell’artista giganteggia la sagoma bucata del desktop in movimento vista in ME. MELT.SCREN.MOV. Per ora ciò che si lega all’esistenza online di Clausner è ambiguo, psichedelico, contraddittorio, e ha in questo scheletro evanescente il suo contrassegno. Se si intende l’arte contemporanea come dispositivo in grado di creare fratture senza dare risposte, il lavoro di Clausner sarebbe finito qui.

 

L’ultima voce a destra invece dà accesso ad una sobrietà inedita e imprevedibile: una semplice scritta Amber ClausnerReflections and Ideas introduce una serie continua di post in cui immagini e brevi clip audio e video intervallano una scrittura fitta, espansiva.

Sin dalla mia presentazione di POLITICALLY EMOTIONAL/EMOTIONALLY POLITICAL al Flying Dutchman alla fine di settembre il mio lavoro ha fatto grandi passi avanti. Finire il libro di David Abram The Spell of the Sensuous ha fatto sì che riconsiderassi la funzione dell’utilizzo della scrittura nel mio lavoro

Sono le prime parole dedicate a WE FEEL. L’americano David Abram è filosofo, ecologista e performer; in The Spell of the Sensuous (1997) individua nel salto dai simboli "interni" al paesaggio (le impronte di animali, il sole, la luna, le stelle ecc.) all'alfabeto fonetico uno dei fattori scatenanti della nostra lontananza dal sistema-natura. Dove ora esiste un insieme di lettere alfabetiche che genera senso, fino al IV millennio a.C. esistevano simboli, appunto “interni” al paesaggio in quanto loro derivazione diretta.

 

«Quando ho interiorizzato questa intuizione – commenta Clausner – ho capito che era importante abbandonare il linguaggio e fare qualcosa che fosse l’esatto opposto». Ed è proprio questa convinzione ad averle suggerito l'idea di recitare come audio di sottofondo la poesia POLITICALLY EMOTIONAL/EMOTIONALLY POLITICAL lettera per lettera, foneticamente. Proprio alle parole che simbolizzano meglio le sue idee assegna il compito di dimostrare la potenza disgregatrice del linguaggio nella relazione tra uomo e natura.

 

Il blog personale dell’artista non è altro che un diario di commento/divulgazione e giustificazione teorica del suo lavoro. Passo dopo passo l’artista spiega le ragioni che l'hanno portata a ricreare attraverso "tracce ambient lente e strazianti un paesaggio platealmente artificiale” e a distorcere e rallentare le voci di altre fonti.

 

Siamo di fronte a una chiarezza diversa da quella delle immagini precedenti, diversa anche dall'invettiva lirica e impulsiva di POLITICALLY EMOTIONAL/EMOTIONALLY POLITICAL. La volontà di scuotere le coscienze, il lessico bruto e i toni apocalittici hanno lasciato spazio ad un percorso intellettuale piano e reso completamente tracciabile, anche grazie a una scrittura efficace e intima che è un compromesso perfetto tra precisione e volontà di condivisione. Allora la domanda dell'inizio ritorna ancora più insistente. Chi e cosa abbiamo davanti?

 

Innanzitutto, una macchina intellettuale insolita e raffinata: se l'immagine in quanto medium gode tradizionalmente di un'attenzione percettiva immediata, a questa potenza gli anni dieci del duemila aggiungono la possibilità dell'effetto virale. Ogni suo video ha il compito di turbare e attirare violentemente l’attenzione su quegli stessi argomenti che sul blog vengono affrontati con l’approccio analitico, disteso, che solo il testo scritto assicura. Emerge il contrario dell’ingenuità (voluta) che sembrava all’inizio e soprattutto un'estetica completamente asservita all’urgenza del messaggio. Ma non è un asservimento programmatico, nel senso dell'arte di regime o di propaganda: esiste un’ispirazione personale fortissima che si situa all’incrocio, su un terreno comune tra sensibilità emotiva personale e politica, letteralmente. Allora, scegliendo di non rispondere all’impulso inguaribile di definirla, Clausner ci parla di due cose e nessuna di queste riguarda in senso stretto l’arte contemporanea: innanzitutto, di una nuova intellettualità fluida, indipendente e politica, in grado di presentarsi e articolare il proprio intervento su più livelli distinti e complementari grazie alle possibilità che la rete e il digitale mettono a disposizione. L’abbiamo appena visto: il segno disturbante si affianca alla distensione della parola, il tutto finalizzato ad una diffusione più ampia possibile del messaggio di fondo. Il corollario diretto di ciò, che coincide con un azzeramento della critica come anello di congiunzione tra l’arte e il pubblico, merita uno spazio e un livello di approfondimento che non è possibile accordare in chiusura di queste brevi considerazioni. Basti notare, per ora, che nel momento in cui l’artista ha accesso diretto e immediato all’intera platea dei fruitori – come mostrano i casi italiani di IocoseJago e soprattutto Federico Clapis – la critica si trova costretta a ripensare radicalmente il proprio ruolo.

 

Allontanandoci ancora però, l’evidenza più forte è di un nascente disagio nei confronti della nostra civiltà digitale e della colonizzazione tecnica del quotidiano, disagio che riecheggia da direzioni disparate ma sempre – e questo è un nodo centrale – in simbiosi paradossale con lo stesso medium che teme e utilizza: i video di Clausner, per chi si troverà ad interrogare il nostro tempo, sono la spia di un’inquietudine che sta al dipinto da cavalletto come Black Mirror sta al romanzo dei secoli scorsi.

 

Tutte le citazioni di Clausner sono state tradotte dall’autore vista l’assenza di altre traduzioni.

 

 

Per saperne di più:

John Berger, Why look at the animals, Penguin 2009.

David Abram, The Spell of the Sensuous: Perception and Language in a More-Than-Human World, Vintage Books 1997.

 

L'immagine di corredo è tratta dal video POLITICALLY EMOTIONAL/EMOTIONALLY POLITICAL.  Le immagini all'interno dell'articolo sono tratte dal sito web e dal canale Vimeo dell'artista, che ha gentilmente autorizzato la pubblicazione.

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