15 maggio 2019

Prima l’italiano: i ruoli (differenti) di linguisti, parlanti e insegnanti

di Eleonora Marocchini

Tutti noi ci siamo prima o poi trovati a discutere sul web con persone intolleranti agli errori grammaticali e che quasi sempre non possono fare a meno di correggerli: si tratta dei cosiddetti “grammar-nazi”. Se non ti è mai capitato, probabilmente, è perché il grammar-nazi sei tu.

 

Con l’aumento esponenziale dei riferimenti al fenomeno dell’analfabetismo funzionale, si è diffusa ulteriormente la tendenza - particolarmente evidente sui social network, ma certamente non limitata alle interazioni online - a correggere errori ed espressioni percepite come substandard .

Questo atteggiamento (iper)correttivo si spinge fino al rifiuto e alla correzione piccata di regionalismi e neologismi, anche di fronte all’intervento di esperti di linguistica quali le consulenti dell’Accademia della Crusca (Matilde Paoli, in merito all’uso transitivo dei verbi entrare, uscire, salire e scendere, e Maria Cristina Torchia, in merito alla possibilità della parola “petaloso” di entrare nei vocabolari), o il Coletti (di nuovo sulla possibile transitività di un verbo: sedere).

 

Questa attitudine diffusa rivela non solo una convinzione radicata del fatto che all’uso di espressioni simili sia quasi necessariamente associata una scarsa cultura ( se non addirittura il già menzionato analfabetismo funzionale), ma anche una certa confusione in merito al ruolo di linguisti, parlanti e insegnanti nella variazione della nostra lingua, che, come tutte, è inevitabilmente dinamica. Questo articolo si propone quindi di mettere, brevemente, un po’ di ordine.

 

Possiamo intanto inquadrare storicamente il problema come non certo recente: già nel 1963 De Mauro scriveva in merito, nella sua Storia linguistica dell'ltalia unita, quanto segue:

L'esteso uso delle varietà regionali nella recente storia linguistica italiana, il loro collegamento con il policentrismo economico, demografico e culturale tuttora caratteristico della società italiana, rende difficile prevedere una loro scomparsa a breve. Comunque, anche se scomparissero, l’importanza che hanno finora avuto esige che ad esse sia dedicata una adeguata considerazione linguistica.
Naturalmente, questa deve prescindere da giudizi di valore ispirati all'idea della superiorità intrinseca del dialetto o della lingua comune rispetto alle strutture regionali da descrivere. lnvece, come si è accennato, proprio a tali idee ci si è ispirati, tolte rare eccezioni, nel parlare delle varietà regionali o di qualche loro particolare caratteristica: ciò ha indotto a considerare i fenomeni in modo falso, a concepire questo o quell'uso come un errore, una deviazione dalla norma della lingua comune. Una diagnosi del genere, a parte ogni questione relativa alla legittimità dei giudizi di valore puristici in sede di analisi scientifica e storica dei fatti linguistici, è intrinsecamente mal motivata. Essa potrebbe avere un qualche fondamento se, allorchè le forme regionali sono state create, la lingua comune fosse già stata tradizionalmente in uso: ma così non era un secolo fa, e in molti ambienti e zone ha continuato a non esser vero anche nei decenni successivi.

L’estratto utilizza alcune espressioni chiave, ma una in particolare è dirimente: associa ai giudizi di valore l’aggettivo «puristici», e ne limita la legittimità alle sedi di analisi storica dei fatti linguistici, dimostrando quanto la questione fosse in realtà centrale anche fra gli addetti ai lavori. La tentazione di assumere atteggiamenti ‘prescrittivisti’ e correggere i parlanti che deviano dallo standard, infatti, è probabilmente insita anche in molti linguisti, come testimoniano alcuni meme di ben note pagine satiriche del settore.

 

Ciò nonostante, la principale attività del linguista, come di qualsiasi altro scienziato, è l’osservazione del reale (in questo caso della realtà linguistica). Come ci ricorda De Benedetti nel suo Val più la pratica:

l punto è che la grammatica scientifica non si preoccupa tanto di prescrivere quanto di descrivere, analizza cioè come i parlanti si comportano nei fatti, non come dovrebbero comportarsi. Ne consegue che il compito del linguista non è quello di irregimentare la lingua ma solo di capire come funziona e di darne una rappresentazione.

Per questo Coletti (2019), rispondendo a domande su quanto sia lecita una determinata costruzione, chiarisce che «ormai è stata accolta nell’uso»: perché di fatto i parlanti si comportano così, e l’opinione di un linguista in merito non cambierà il dinamismo insito nell’uso. 

 

È per questo motivo che dizionari come il GRADIT, il Sabatini-Coletti, il Devoto-Oli, lo Zingarelli, come anche il Vocabolario Treccani, registrano l’uso transitivo dei verbi salire, scendere, entrare e uscire (o almeno dei primi due), pur glossandoli come regionalismi (o più specificamente meridionalismi).

 

Questo non significa certo che espressioni come uscire il cane saranno insegnate e incentivate nelle lezioni di italiano standard nelle scuole.

Nessun motivo quindi di attaccare l’Accademia della Crusca, che nella persona del suo presidente Claudio Marazzini, in occasione di un’intervista dell’Agi, ha chiuso la polemica chiarendo magistralmente il ruolo dell’ultima categoria chiamata in causa da questo articolo, facendo sapere agli insegnanti che «devono stare tranquilli: potranno continuare a correggere gli studenti che scrivono "esci la sedia"».

 

Diverso, ma speculare, il caso dell’aggettivo “petaloso”: chi ha esercitato il proprio purismo sui social urlando allo scandalo perché l’Accademia della Crusca aveva deciso di inserirlo nel vocabolario ha dimostrato, in effetti, non solo di sapere poco di come un termine possa finire nei vocabolari e del ruolo del linguista per come lo abbiamo definito qui, ma anche scarsa attenzione al già menzionato dinamismo della lingua, che accoglie spesso neologismi, specie se ben formati come l’aggettivo in questione, anche in tempi relativamente brevi (si pensi anche solo ai tanti termini nati nell’ambito dell’attualità politica: da tangentopoli a grillino). In più, se la transitività dei verbi è questione che affonda le proprie radici nella sintassi di una lingua, il lessico è naturalmente soggetto a cambiamenti continui, e tanto quanto si sente la necessità di nuovi termini per definire oggetti concettuali un tempo magari addirittura assenti, allo stesso modo termini desueti (come desueto) vengono gradualmente abbandonati.

 

La novella  questione della lingua  che ancora sembra agitare gli italiani avrà comunque, probabilmente, sempre tra i suoi protagonisti anche agguerriti sostenitori della strenua correzione dei regionalismi e risoluta bocciatura di qualsiasi neologismo anche al di fuori del contesto scolastico. A linguisti e parlanti consapevoli della variazione linguistica non resterà forse che fare con le loro rimostranze ciò che vorrebbero si facesse con le lingue: apprezzarle per quello che sono.

 

 

Per saperne di più: 

Fonti

Berruto, Gaetano (1993), Varietà diamesiche, diastratiche, diafasiche, in Introduzione all’italiano contemporaneo, a cura di A. Sobrero, Bari: Laterza.

De Benedetti, Andrea. Val più la pratica. Piccola grammatica immorale della lingua italiana. 2009. Bari: Laterza.

De Mauro, Tullio. Storia linguistica dell'ltalia unita. 1991; prima ed. 1963. Bari: Laterza.

Sitografia

Coletti, Vittorio. Siedi il bambinoNo, fallo sedere!, Consulenza linguistica, www.accademiadellacrusca.it, 11/01/2019.

Paoli, Matilde. Entrareusciresalire e scendere: transitivi a furor di popolo?, Consulenza linguistica, www.accademiadellacrusca.it, 05/02/2016.

Torchia, Maria Cristina. La parola "petaloso" ha possibilità di entrare nei vocabolari?,  Notizie dall’Accademia, www.accademiadellacrusca.it, 24/02/2016.

 

Immagine tratta da Pexels - All photos on Pexels are free to use. You can modify the photos. 

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0