6 maggio 2019

Se il pubblico non può visitare il Pompidou, è il Pompidou che raggiunge il pubblico

di Letizia Giardini

Nel 1917 Marcel Duchamp presentò alla Società degli Artisti Indipendenti di New York l’opera “Fontaine (1917/1964)” con lo pseudonimo di R. Mutt, artista sconosciuto: egli voleva, infatti, verificare quanto la giuria, che avrebbe selezionato le opere da esporre nella mostra di quell’anno, fosse disposta a promuovere e tutelare la libertà di espressione delle nuove forme artistiche, sottoponendo a giudizio delle creazioni che erano in aperta rottura con la tradizione critica. Duchamp era consapevole che il suo intento rivoluzionario avrebbe stravolto i canoni di creatività e autorialità e provocato reazioni senza precedenti, perché era convinto dell’eccezionale potenziale comunicativo delle opere e della loro natura dinamica. Numerosissime sono, infatti, le interconnessioni nel mondo dell’arte, le influenze e le contaminazioni che possiamo sperimentare anche oggi: i manufatti artistici vivono un’esistenza in divenire, tra donazioni, acquisti ed esposizioni, cambiano spesso collezioni di appartenenza, seguono l’itinerario internazionale delle mostre temporanee, tanto che per il pubblico è divenuta prassi consolidata ammirare a Tokyo un capolavoro conservato abitualmente a Londra.

 

Se però il visitatore scoprisse che, invece di un dipinto o una scultura, fosse il museo a diventare itinerante, rimarrebbe sorpreso? Non capita infatti tutti i giorni di poter visitare il Centre Pompidou, pur non essendo a Parigi; alcuni cittadini francesi, però, hanno avuto questa opportunità tra il 2011 e il 2013, perché una selezione di opere del Musée National d’Art Moderne, incluso il primo ready-made di Duchamp “Roue de bicyclette (1913/1964)”, è stata esposta nella struttura nomade del Centre Pompidou Mobile (CPM). Apparentemente simile ad una scenografica mostra temporanea, questa sfida lanciata dall’istituzione parigina è il risultato di un ambizioso progetto scientifico che trasforma il museo in un dispositivo itinerante, pronto a raggiungere qualsiasi tipologia di pubblico. Tra modernità e tradizione, infatti, il Centre Pompidou è stato uno dei pionieri del fenomeno del nomadismo museale in Francia e, nonostante siano state messe in luce anche alcune criticità non trascurabili, come l’ingente impegno economico richiesto, il CPM ha offerto concreti spunti di riflessione per sradicare la visione sedentaria di museo.

 

Nel 2012 i cittadini di Boulogne-sur-Mer sono stati tra i destinatari delle politiche di decentralizzazione e apertura delle collezioni del Musée National d’Art Moderne, promosse dal presidente del Centre Pompidou, Alain Sebain; il CPM ha, infatti, raggiunto tra il 2011 e il 2013 cinque diverse località francesi, Chaumont, Cambrai, Boulogne-sur-Mer, Libourne e Le Havre, permettendo ad un pubblico eterogeneo di conoscere una selezione di capolavori del XX e XXI secolo. Patrick Bouchain, architetto esperto nella creazione di strutture nomadi, ispirandosi alle forme leggere e dinamiche dell’ambiente circense, è stato l’ideatore della tensostruttura colorata suddivisa in tre moduli comunicanti, all’interno dei quali, in uno spazio allestito secondo i criteri espositivi di essenzialità e linearismo del museo parigino, sono stati ospitati i capolavori. L’ambizione della direzione generale del Centre Pompidou è stata quella di coinvolgere la comunità cittadina e invogliarla a partecipare alla vita culturale del proprio territorio, suscitandone la curiosità con eventi promossi dai mediatori del museo e concepiti ad hoc per diverse fasce d’età. Il biglietto gratuito e gli strumenti didattici hanno permesso, inoltre, di estendere l’invito ad un pubblico variegato che incontrava, spesso per la prima volta, i maggiori artisti del Novecento e prendeva coscienza dei nodi tematici della loro produzione (esposizione “Cercles et carrés” - Astrazione).

 

Una delle maggiori difficoltà riscontrate dagli organizzatori è stata quella di individuare il luogo che avrebbe ospitato il CPM, perché, nonostante la scelta di un’architettura scenografica poco appariscente, la struttura nomade si sarebbe dovuta armoniosamente integrare con il milieu urbano: quali erano le città da prediligere? Quelle “artisticamente desertiche”, andando incontro ad un potenziale fallimento, o quelle culturalmente più attive, con il rischio, però, di accrescere le disparità territoriali? Questa decisione aveva evidenziato la grande difficoltà nel trovare un equilibrio tra il necessario sforzo economico del museo e delle località ospitanti e la volontà di aprire le collezioni del Musée d’Art Moderne ad un pubblico ecumenico.

 

Qualche anno prima, il Centre Pompidou si era già trovato ad affrontare una sfida simile, come partner del progetto del “Musée Précaire Albinet”, ideato da Thomas Hirschhorn. L’artista svizzero nell’agosto del 2000 era stato invitato dai Laboratoires d’Aubervilliers a ideare un’opera per la collettività del quartiere di Landy ad Aubervilliers, nel dipartimento francese di Seine-Saint-Denis, una delle banlieues parigine più sensibili ai problemi di integrazione e criminalità. Dopo avervi trasferito il proprio atelier, Thomas Hirschhorn, integrandosi nel tessuto cittadino, aveva conosciuto dall’interno le dinamiche e il pensiero degli abitanti, individuando il modo migliore di coinvolgerli in un ambizioso progetto: creare un museo temporaneo, costruito e gestito interamente dalla popolazione locale, dove fossero esposte le opere originali di alcuni degli artisti più celebri del XX secolo, appartenenti alle collezioni del Musée d’Art Moderne e al Fonds National d’Art Contemporain. Una delle difficoltà era quella di persuadere le istituzioni partners a concedere i prestiti, pur sapendo che i responsabili della mostra sarebbero state persone fino ad allora estranee a conoscenze di tutela del patrimonio; era altrettanto importante, però, convincere anche i cittadini ad accogliere questa occasione come una possibilità di riscatto per il quartiere e un motivo di crescita per le nuove generazioni. Alcuni dei ragazzi, infatti, sarebbero stati formati dai responsabili del Centre Pompidou e della Biennale di Arte contemporanea di Lione, acquisendo competenze e strumenti nuovi per accedere al mondo del lavoro. In quattro anni e varie fasi, il progetto ha preso forma e ha condotto alla costruzione di una struttura architettonica temporanea, dotata di dispositivi efficienti di sicurezza e realizzata con materiali poveri, intuitivamente assemblabili, in conformità con la riflessione artistica di Thomas Hirschhorn. Questa esperienza si è dimostrata un’incredibile opportunità per la comunità di Landy per avvicinarsi al mondo distante di musei e artisti, ma anche una conferma per il Centre Pompidou dell’urgenza di confrontarsi con visitatori sempre nuovi e di inserirsi armoniosamente nella routine delle realtà periferiche favorendo, nell’ottica di Hirschhorn, il confronto tra gli interlocutori, senza neutralizzarne l’identità.

 

Il successo di pubblico locale del “Musée Précaire Albinet” e del “CPM” è derivato dall’impegno del Centre Pompidou nello sviluppare più di dieci anni fa una visione di museo inclusivo, perché, nonostante le evidenti differenze nel ruolo svolto dall’istituzione (partner del progetto o attore principale), nell’organizzazione logistica (progetto di collaborazione con i cittadini o servizio per i cittadini) e nella tipologia di struttura architettonica (precaria ed effimera o itinerante, ma più conforme agli spazi espositivi tradizionale), questi due casi testimoniano una concezione dinamica e metamorfica di museo.

 

La visione pionieristica del Centre Pompidou, dunque, non è solo orientata al futuro, ma è erede anche della tradizione novecentesca di artisti che hanno tentato di sovvertire il carattere istituzionale e la dimensione statica dei musei: fu, proprio, Marcel Duchamp nel 1936 a ideare il musée portatif, la “Boîte en valise (1936-1941)”, una curiosa sintesi di wunderkammer fiamminghe (XVII-XVIII secolo) e valigette di venditori porta a porta, creata per presentare una retrospettiva miniaturizzata delle sue opere originali.

 

 

Per saperne di più:

B.H.D. Buchloh, M.A. Gingeras, C. Basualdo, Thomas Hirschhorn, London-New York, Phaidon, 2004;

Y. Chapuis, Thomas Hirschhorn. Musée Précaire Albinet: quartier du Landy, Aubervilliers 2004, Paris, Xavier Barral: Les laboratoires d'Aubervilliers, 2005;

Musée National d’Art Moderne, Marcel Duchamp: dans les collections du Centre Georges Pompidou Musée national d’art moderne, Paris, Éditions du Centre Pompidou, 2001;

S. Puja, Dal cubo bianco al cubo nomade: pratiche di decostruzione dell'istituzione museale, Roma, Sensibili alle foglie, 2017;

S. Tullio Cataldo, Forme di nomadismo museali in Francia, in Comunicare il museo oggi: dalle scelte museologiche al digitale, AttiConv Comunicare il museo oggi: dalle scelte museologiche al digitale (Università di Roma «La Sapienza», 18-19 febbraio 2016), Milano, Skira, 2016, pp. 239-251;

V. Morisset, Cercles et carrés. Le Centre Pompidou Mobile au Havre, dossier pédagogique du CPM [online], https://www.centrepompidou.fr/cpv/resource/cRRGAk/rn7R4oq;

V. Morisset, La Couleur, le Centre Pompidou Mobile, dossier pédagogique du CPM [online], https://www.centrepompidou.fr/cpv/ressource.action?param.id=FR_R-9c37ba4fcfa961d9b18e8ca86a5dc2c&param.idSource=FR_DP-9c37ba4fcfa961d9b18e8ca86a5dc2c.

 

 

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