25 ottobre 2019

La spada, la benda e la bilancia: intrecci linguistici e iconografici della parola «equilibrio»

di Rebecca Bardi

La rotativa del Clarion di Spoon River fu distrutta, / e io impeciato e impiumato, / perché il giorno che gli anarchici furono impiccati a Chicago pubblicai questo: / “Ho visto una donna bellissima con gli occhi bendati / sui gradini di un tempo di marmo. / Una grande folla le passava dinanzi, / i volti imploranti verso di lei. Nella sinistra impugnava una spada. / Brandendo quella spada, / colpiva ora un bimbo, ora un operaio, ora una donna in fuga, / ora un pazzo. Nella destra teneva una bilancia: / nella bilancia venivano gettate monete d’oro / da chi scampava ai colpi della spada. / Un uomo in toga nera lesse da un manoscritto: / «Non guarda in faccia nessuno». / Poi un giovane col berretto rosso / le fu accanto con un balzo e le strappò la benda. / Ed ecco, le ciglia erano state corrose / dal marcio delle palpebre; / le pupille bruciate da un muco lattiginoso; / la follia di un’anima morente era scritta su quel volto. / Allora la folla capì perché portasse la benda”. 

 

Ai frequentatori di poesia americana del primo Novecento sarà bastato il primo verso per riconoscere uno dei componimenti dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. È la tomba di Carl Hamblin a fregiarsi di questo epitaffio nel cimitero immaginario di Spoon River, nel cuore del Nuovo Mondo: agli occhi degli astanti il tempio di marmo, la statua della Giustizia appare come vestita di un sudario infernale, rivoltante, e la si scopre cieca non per equità, ma per rabbia e dolore; quelle che sembravano punizioni “eque” che non si soffermavano su età e sesso, erano in realtà i colpi casuali di un mortaio antico. Una Giustizia che rasenta la Fortuna, la dea del Destino, quella di Lee Masters.

 

Nonostante il poeta ponga l’accento sulla cecità della statua, nell’immaginario collettivo l’emblema per eccellenza della Giustizia non è la benda, bensì la bilancia a bracci uguali che rappresenta da tempo millenario equilibrio, ordine e ponderatezza: nata probabilmente in Egitto e impiegata in campo commerciale e finanziario per la pesatura delle masse, questo tipo di bilancia è quello che più classicamente suggerisce un’idea di stabilità e di conservazione di tale equilibrio. 

 

Storicamente, la bilancia compare per la prima volta associata a un’entità divina femminile nel XIII secolo a. C. presso gli egizi, i quali usavano così rappresentare il rito della psicostasia — o “pesatura del cuore” — : sotto lo sguardo vigile della dea Maat, il cuore del defunto veniva posto su un piatto di bilancia a fungere da contrappeso a una piuma; se la pesatura avesse rivelato che il cuore era più pesante di quest’ultima, esso veniva giudicato impuro e condannato all’essere sbranato da Ammit, creatura mostruosa mezza coccodrillo, leone ed ippopotamo. Nella pletora di divinità egizie, Maat viene ricordata come la dea della giustizia e indissolubilmente legata alla bilancia e alla piuma, i due simboli chiave del rito.

 

Tuttavia, nei secoli successivi la bilancia fu solo di rado visualizzata accanto a una figura umana o divina: in epoca tolemaica, infatti, essa fu assunta a simbolo della costellazione compresa tra la Vergine e lo Scorpione — per via ovviamente del fatto che nel periodo dell’anno tra settembre e novembre si osserva una sostanziale uguaglianza tra la durata del giorno e della notte —, e da allora ottenne un’implicazione cosmologica fino ad allora inedita.

 

Con l’avvento del Cristianesimo, è possibile trovare la bilancia in scene di Giudizio universale nelle mani dell’arcangelo Michele, unitamente alla spada, con il significato di ‘giustizia divina’, ‘giudizio’. Si dovrà aspettare il I secolo d. C. perché una figura femminile incarnasse non il giudizio di Cristo, ma la giustizia del consorzio umano: su delle monete romane coniate in quel secolo stava infatti la prima, vera personificazione della dea della Giustizia con una lancia nella mano destra e una bilancia nella sinistra. Una Giustizia “imperfetta”, se vogliamo, rispetto a quella cui siamo abituati a pensare oggi con benda, spada e bilancia uniti insieme; il testo di Lee Masters è indicativo di questa tendenza della modernità, perché permette, al di là del rovesciamento letterario fattone, la lettura di questi tre strumenti come di un sistema ideale di virtù cui aspirare: un sistema composto da una caratteristica fisica — la cecità, la benda —, da un mezzo per imporre il proprio volere e la propria autorità — la spada —, e da uno stato interiore in cui equilibrio e squilibrio si compensano a vicenda — la bilancia —.

 

Comunque, in questo cortocircuito equilibrio-armonia-giustizia è perfettamente comprensibile come, a partire dal Quattrocento, la Giustizia potesse essere rappresentata variamente con almeno uno di questi strumenti senza il rischio di poter essere fraintesa: è il caso delle tavole delle sette Virtù cardinali commissionate dal Tribunale della Mercanzia di Firenze alla bottega di Piero Pollaiolo nel 1469-1470, tra le quali compare una Giustizia del Pollaiolo stesso che stringe nella sinistra una spada, ma nella destra, anziché la ormai classica bilancia, si trova un globo terrestre simbolo del nuovo ordine che governa il mondo; sempre sulla scia delle virtù cardinali rinascimentali, è opportuno citare la prima lunetta sulla parete destra del Collegio del Cambio di Perugia affrescate da Pietro Perugino nel 1497 circa: si tratta dell’allegoria della Prudenza e della Giustizia accompagnate da «sei savi antichi» — Socrate, Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore, Numa Pompilio, Pittaco, Furio Camillo e Traiano  —, in cui la Giustizia è rappresentata con la spada e con la bilancia, ma non con la benda; al suo fianco sta un pannello dorato che recita, tra le altre cose: Me culta augentur populi bellique togaque et sine me fuerant quae modo magna ruunt, cioè: «Quando sono coltivata, i popoli prosperano in pace e in guerra, e senza di me cadono in rovina le cose che sono state grandi».

 

La prima opera di carattere figurativo dove compaiono insieme benda, spada e bilancia è una delle xilografie che corredavano la raccolta di 112 satire brevi dell’umanista tedesco Sebastian Brant intitolata con arguzia Narrenschiff, cioè La nave dei folli, con riferimento polemico alla navis latina, la ‘navata di chiesa’, edita per la prima volta a Basilea nel 1494; la xilografia, che doveva celebrare il tropo per eccellenza di fine secolo, la follia, raffigura appunto la giustizia in primo piano con spada e bilancia che viene bendata da un giullare. Erwin Panofsky, uno dei più grandi storici dell’arte e teorici della disciplina del secolo scorso, ricordava come la benda fosse «un’elucubrazione umanistica assai recente» rispetto agli altri due simboli. Vale la pena di rammentare due versi della poesia di Lee Masters:

 

Un uomo in toga nera lesse da un manoscritto:
«Non guarda in faccia nessuno».

 

L’autorità classica, abbiamo visto, ha determinato la “vulgata” dell’immagine della Giustizia e dei relativi simboli; ebbene, nella poesia di Lee Masters questa autorità è fatta discendere da «un manoscritto», da un manufatto che viene tipicamente associato alla saggezza degli antichi. Si dà il caso che fu grazie alla stampa e al commercio librario che si cominciò dal Cinquecento in poi a realizzare cornici di marche tipografiche, testatine, riquadri, medaglioni, capilettera, finalini e frontespizi dove compariva la Giustizia intesa come virtù, senza alcun riferimento alla sfera propriamente giuridica. Un campo affascinante all’interno della “dimensione libro” è senza  dubbio quello delle filigrane, le trame impresse nella carta al fine di riconoscerne la cartiera e quindi lo stampatore, tra le quali era piuttosto comune la bilancia anche per via della semplicità della schematizzazione: a piatti circolari o quadrati, sospesa al centro ad un’asta o ad un triangolo, associata a una croce o a una stella, la bilancia era molto in voga tra le cartiere italiane, tedesche e francesi in forme diversissime tra loro proprio per poter essere riconosciute. Le univa, ovviamente, un tema di fondo: l’idea di simmetria e di equilibrio perfetto. È questa l’idea alla base di una famosa illustrazione presente nella Hypnerotomachia Poliphili — letteralmente, Combattimento amoroso di Polifilo in sogno — uscita a Venezia nel 1499 per i tipi di Aldo Manuzio: una sontuosa bilancia, inscritta in un cerchio, è sostenuta da una spada rivolta verso l’alto, sulla cui elsa sta una corona; alla sinistra della corona sta un cane, simbolo dell’amicizia, e alla sua destra un serpente, simbolo dell’odio. Quello che forse è stato il più bel libro nella storia della tipografia, ci ha lasciato una delle immagini più dense di simbologie circa il concetto, del resto così ricco di implicazioni, della Giustizia.

 

Ci piace pensare che tale ricchezza si sia mantenuta anche nella nostra lingua in una parola del lessico comune: «equilibrio». Effettivamente, essa deriva dal latino aequilibrium, nome composto di aequus, ‘giusto’, ‘esatto’, e libra, ‘bilancia’ che stava per ‘simmetria’, ‘equilibrio di bilancia’. Tutte le volte che impieghiamo questa parola, dunque, riesumiamo una lunga trafila di associazioni giuridiche, cosmologiche, artistiche e culturali che affondano le proprie radici in uno strumento di origine pratica di pesatura delle masse. Si sa: la lingua trova sempre il modo di dimostrarci che il principio generatore del mondo è il bisogno umano…

 

Per saperne di più:

 

Erwin Panofsky, Studi di iconologia. I temi umanistici dell’arte del Rinascimento, Torino, Einaudi, 2009 [1939].

 

 

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