2 novembre 2018

Frontiere moderne: l’aeroporto come non-luogo?

di Alessio Aletta

La frontiera è morta.

Cioè: la “frontiera” nell’accezione propria del termine, quella terra di nessuno tra due stati che il viaggiatore attraversava senza poter distinguere con precisione quando stava lasciando l’uno e quando stava entrando nell’altro, oggi di fatto non esiste più; per noi, che abitiamo in nazioni dalle giurisdizioni minuziosamente regolamentate, il concetto di frontiera è stato sostituito da quello, più moderno, di confine: una linea divisoria netta, quindi priva di estensione, che elimina qualsiasi possibile ambiguità dividendo con precisione praticamente millimetrica due entità geopolitiche. Certo ci sono delle eccezioni, in zone militarmente e politicamente più contrastate delle nostre, ma nella mia quotidianità – e presumo anche in quella di chi mi legge, a meno che non si trovi in Siria a combattere l’Isis – l’idea di frontiera è sostanzialmente relegata all’immaginario romantico e avventuroso, ma alquanto datato, del banditismo, delle colonie, del Far West.

 

Tra i luoghi di cui possiamo normalmente avere un’esperienza diretta, quello che più si avvicina a una terra di frontiera è di fatto l’aeroporto, e in particolare la zona d’imbarco. Non solo perché la maggior parte dei nostri spostamenti da un paese all’altro li facciamo volando: gli aeroporti sono effettivamente progettati come puri spazi di transizione, svincolati anche architettonicamente dalla loro collocazione geografica, tanto che il passeggero non avverte uno stacco netto tra quello di partenza e quello di arrivo. Per via di queste caratteristiche l’antropologo francese Marc Augé inserisce gli aeroporti nella categoria dei cosiddetti “non-luoghi”.

 

Secondo Augé, un luogo è definito tale in funzione di tre aspetti: identità, storia, relazioni. In altre parole, un luogo deve partecipare alla formulazione del modo in cui ci si definisce, deve accadervi qualcosa di cui si conserva il ricordo, e soprattutto deve avere una funzione sociale.

 

Pensiamo ora alla zona d’imbarco di un aeroporto: per definizione, l’uso che se ne fa è transitorio, e dunque non ha nessun rilievo identitario, non vi accade nulla di memorabile (gli unici momenti che possono avere una rilevanza emotiva nell’esperienza di “prendere un aereo”, l’eventuale saluto ai parenti e il decollo, avvengono al di fuori) e tipicamente non permette di stringere alcun rapporto interpersonale. In sostanza, l’aeroporto si definisce interamente in base alla sua funzione: imbarcarsi su un aeromobile. Questa riduzione alla pura funzione è, per Augé, ciò che distingue un non-luogo da un luogo; altri possibili esempi sono il supermercato e l’autostrada. Nell’aeroporto più che altrove, però, questo annullamento finisce per coinvolgere anche l’utente: dal momento in cui passa i controlli di sicurezza, infatti, l’individuo in un certo senso abdica alla sua personalità e si definisce solo come passeggero; il suo unico scopo è aspettare di imbarcarsi. L’anonimato che caratterizza l’ambiente circostante riflette la sua condizione interiore. Il sentirsi nessuno, secondo Augé, può essere liberatorio (tutte le preoccupazioni, per il momento, non ci riguardano più); ma è innanzitutto profondamente alienante. Normalmente questo curioso stato temporaneo non ci affligge più di tanto, perché l’imbarco si risolve in poche ore al massimo; ma come reagirebbe un individuo bloccato in un aeroporto per un lungo periodo di tempo?

 

A questa domanda tenta di rispondere The Terminal, uno dei gioielli nascosti della filmografia di Spielberg. In questo film (peraltro basato sulla storia vera dell’iraniano Mehran Karimi Nasseri) Viktor Narovski, cittadino di una fantomatica ex-repubblica sovietica (interpretato da Tom Hanks), atterra nell’aeroporto di New York senza sapere che nel suo paese natale c’è stato un colpo di stato a seguito del quale il suo passaporto non è più riconosciuto dal governo statunitense. Di conseguenza, legalmente non può entrare negli Stati Uniti né essere rimpatriato e pertanto si trova bloccato nel terminal dell’aeroporto finché la situazione non sia chiarita; in parte per l’ostilità del capo della sicurezza, ma soprattutto per ostinazione personale, resterà in questa situazione per vari mesi.

La condizione di Viktor è anomala perché si trova costretto a vivere in un non-luogo, che, come abbiamo visto, è pensato per una funzione precisa e di breve durata, e dunque totalmente inospitale (a peggiorare le cose, Viktor è uno straniero che non conosce minimamente l’inglese). Come reagisce Viktor a una situazione tanto invivibile? Innanzitutto, con una strategia di appropriazione dello spazio.

 

Quando pernottiamo in un albergo, difficilmente ci sentiamo a casa, perché si tratta di un ambiente che ci è estraneo; d’altra parte, dal momento che sappiamo che il nostro soggiorno sarà breve, non ci viene in mente, per esempio, di spostare i mobili nel modo che ci sarebbe più congeniale, o di riparare piccoli guasti che non ci danno fastidio. Ma più sentiamo che un luogo “ci appartiene” (per esempio perché sappiamo che ci fermeremo a lungo, o perché ci siamo legati affettivamente) più siamo propensi a modificarlo, curandolo e “personalizzandolo”, per esempio riarredandolo o semplicemente appendendo qualche foto. Io ho vissuto sei anni in un collegio, e al momento di andarmene la mia camera e i luoghi comuni che frequentavo più spesso erano addobbati ai limiti della legalità e del buon gusto; viceversa, quelli tra i miei colleghi che rincasavano spesso e vedevano la stanza solo come un “appoggio” l’hanno lasciata esattamente come l’avevano trovata.

 

Quando Viktor deve passare la prima notte nel terminal, la prima cosa che fa è smontare dei sedili per potersi sdraiare più comodamente: in altre parole, modifica lo spazio in base alle sue esigenze – comincia ad appropriarsene. Più avanti, arriva ad unirsi agli operai che stanno ristrutturando uno dei gates e progetta lui stesso una fontana. Parallelamente, mentre acquisisce dimestichezza con la lingua e con gli usi americani, stringe amicizia con alcuni dipendenti dell’aeroporto e addirittura intraprende una relazione sentimentale con una hostess. Il risultato è che quello che era solo un anonimo non-luogo è diventato – almeno per lui – un luogo a tutti gli effetti.

 

La teoria dei non-luoghi di Augé è stata in effetti criticata da altri studiosi perché in linea di principio qualsiasi luogo, per quanto asettico, può assumere un significato particolare per un gruppo di individui (per esempio, dei ragazzini che scelgono un centro commerciale come punto di incontro). D’altra parte, anche per gli aeroporti si registra negli ultimi anni una tendenza ad uscire dall’anonimato, che si riflette nell’arredamento: in molti casi i terminal espongono opere d’arte o riproduzioni, solitamente legate alla città in cui si trovano, oltre a un gran numero di immagini, slogan e altro materiale turistico (l’anno scorso mi è capitato di atterrare a Bruxelles-Zaventem: al centro del terminal campeggia una gigantesca scultura raffigurante un razzo apparso nel famoso fumetto belga Tin Tin) ; in questo modo l’aeroporto si auto-attribuisce una funzione che va al di là della logistica, rappresentandosi come una sorta di “porta” del sito di arrivo. Un’altra iniziativa interessante, che ha preso piede in numerosi terminal anche italiani, è quella di collocare un pianoforte a disposizione dei passeggeri in attesa di imbarcarsi, che così evadono dal loro ruolo di puri utenti per diventare musicisti e ascoltatori, hanno l’occasione di relazionarsi gli uni con gli altri e vivono un’esperienza memorabile (quanto memorabile, ovviamente, dipende dal pianista).

 

In verità, lo stesso Augé riconosce che luoghi e non-luoghi non sono due alternative mutuamente esclusive, ma piuttosto i due poli estremi della fruizione dello spazio. Qualsiasi ambiente che frequentiamo ha la potenzialità di essere sia un luogo che un non-luogo; in gran parte sta a noi scegliere se attraversarlo meccanicamente, omologandoci alla funzione per cui è stato progettato, oppure se viverlo in maniera autonoma, guardandolo con un occhio personale, appropriandocene, interessandoci ai nostri compagni di viaggio. In questo senso, fermarsi a scattare una foto, raccogliere una carta da terra, sorridere a uno sconosciuto – scusate la banalità – possono essere gesti autenticamente anticonformisti. 

 

 

Per saperne di più

Per la teoria dei non-luoghi il fondamentale libro di Augé, tradotto in Italia la prima volta nel 2005, è appena uscito in una nuova edizione (Marc Augé, Nonluoghi, Milano, Elèuthera, 2018); per una visione più generale dei problemi relativi agli studi su mobilità e geografia umana è invece disponibile per ora solo in inglese Peter Adey, Mobility, Londra-New York, Routledge 2010 (per quanto riguarda gli aeroporti si veda in particolare il capitolo 4).

 

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