3 dicembre 2018

Confini linguistici e confini geografici. Conoscere — o, meglio, riconoscere — il luogo dove viviamo

Migdol Bavel. Così in ebraico viene chiamata la torre di Babele, simbolo, secondo la tradizione veterotestamentaria, della tremenda confusione linguistica imposta da Dio agli uomini che lo avevano superbamente sfidato con la sua costruzione. Incapacità di comunicare, di scambiare pareri, ordini e istruzioni: queste le conseguenze del parlare ciascuno una lingua diversa. In effetti, chi non ha mai provato la stessa sensazione di impotenza venendo a trovarsi in un Paese con una lingua totalmente diversa dalla propria, vuoi per alfabeto, vuoi per lessico, vuoi per sintassi? La padronanza della lingua nativa è alla base della realizzazione personale e collettiva, perché permette di confrontarsi con gli altri: per questo la punizione divina della torre di Babele è metafora moderna per una situazione di caos assoluto, totale, derivante dalla perdita di comprensione e di immedesimazione nell’altro.

 

Tutte le lingue segnano immancabilmente confini più o meno netti non solo tra Paesi, ma anche all’interno dello stesso territorio; un caso con pochi eguali in Europa è l’Italia, dove si accavallano una moltitudine di lingue, di dialetti, di parlate regionali e di minoranze linguistiche molto diverse tra loro: dai dialetti alto-italiani (piemontese, lombardo, ligure, emiliano-romagnolo e trentino occidentale), toscani, mediani (i dialetti umbri e laziali, ad esclusione di Roma, che rappresenta un caso a sé), meridionali continentali (Calabria, Puglia e Abruzzo), meridionali estremi (di Sicilia, Calabria e Salento), fino ad arrivare alle varietà alloglotte di confine come il franco-provenzale, il ladino, il tedesco, lo sloveno e il friulano, e alle minoranze linguistiche storiche, come l’albanese, oggi parlato da circa 80.000 persone in una cinquantina di comuni sparsi tra Abruzzo e Sicilia, il croato, parlato da due migliaia di persone in aree ristrette del Molise, e il greco, impiegato da 10.000 persone in alcuni comuni del Salento.

 

La frammentazione linguistica della nostra Penisola è cosa antica: per rendersene conto, basti pensare che ciascuno dei dialetti sopra menzionati è “fratello” l’uno dell’altro, in quanto derivante dal latino parlato, loro “padre” comune, al tempo dei grandi mutamenti linguistici subìti da quest’ultimo a seguito della caduta dell’Impero Romano d’Occidente nel 476 d. C. Il sostrato etnico pre-latino ha ovviamente influito non poco sulla nascita dei vari dialetti. In definitiva, si può affermare che la differenza all’orecchio che possiamo apprezzare oggi viaggiando per l’Italia è d ovuta in primis al lega me a filo doppio tra storia e conformazione del territorio.

 

A ben guardare, però, i confini amministrativi odierni frutto dell’Unità d’Italia rispettano solo in qualche caso gli storici confini linguistici e non rendono giustizia alla loro complessità: non a caso, la moderna classificazione dialettale, nata con l’articolo L’Italia dialettale di Graziadio Isaia Ascoli del 1882-85, teneva conto non solo della sinergia tra storia e geografia, ma anche e soprattutto dei fenomeni linguistici loro proprii.

 

«L’impressione di polverizzazione in un altissimo numero di varietà» di cui parla Massimo Palermo nel suo manuale di Linguistica italiana,  cui siamo indotti dall’osservazione di differenze tra i singoli dialetti, non impedisce tuttavia di individuare nel territorio italiano aree dialettali di maggior estensione: in alcuni casi, infatti, i confini linguistici possono coincidere con i confini geografici. La linea La Spezia-Rimini, ad esempio, che separa i dialetti settentrionali da quelli centro-meridionali, corre in un tratto in corrispondenza dell’Appennino tosco-emiliano; così anche la linea Roma-Ancona, che separa i dialetti mediani da quelli meridionali, coincide nella zona laziale e in parte in quella umbra con il corso del Tevere.

 

Questa forte differenziazione linguistica individuabile è studiata dalla geolinguistica tramite appositi strumenti detti «atlanti linguistici». In quanto individuabile punto per punto, questa discrepanza può essere rappresentata tramite delle linee immaginarie, chiamate «isoglosse», che separano porzioni di territorio in cui uno stesso tratto linguistico si presenta in forme diverse.  Negli atlanti linguistici vengono rappresentati aspetti della variazione lessicale, morfologica e sintattica dei dialetti italiani.

 

Le lingue e i dialetti accomunano territori, dunque, e le persone che ci vivono; ma nella nostra Penisola esistono anche lingue create appositamente per sortire l’effetto opposto, vale a dire per non farsi capire: sono innumerevoli gli esempi di gerghi e di lingue speciali (le lingue cioè legate al mondo della burocrazia e dell’azienda), entrambe tipologie d’italiano contemporaneo caratterizzate da un lessico specifico e utilizzate in determinate situazioni da particolari gruppi di persone. La differenza sostanziale tra le due tipologie risiede nel fatto che il gergo è dotato di un valore identitario, la lingua speciale no. I gerghi, caratterizzati da voluta cripticità e mascheramento della lingua tramite procedimenti fono-morfologici, sono associati in particolare a due ambienti sociali: il mondo della malavita e quello dei mestieri tradizionali, spesso itineranti.

 

In quest’ultimo caso, molto particolare è l’«arivaresco», lingua “artificiale” degli stagnini ambulanti di Vico Pancellorum, comune dell’alta Val di Lima in provincia di Lucca, in Toscana: una lingua modellata su suoni e grammatica italiane ma con parole inventate, proprio per non rendere comprensibile la comunicazione agli estranei del gruppo: una lingua viva ancora oggi, e nata, pare, da esigenze commerciali e finanziarie.

 

 

Per saperne di più:

Michele Loporcaro, Profilo linguistico dei dialetti italiani, Bari, Laterza, 2017; Massimo Palermo, Linguistica italiana, Bologna, Il Mulino, 2015; Roberta Cella, Storia dell’italiano, Bologna, Il Mulino, 2015.

 

Immagine di corredo: Jan Micker, La Torre di Babele (1650). Immagine di pubblico dominio (https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Jan_Micker_-_The_Tower_of_Babel_2.jpg?uselang=it), fonte fotografica: http://www.artnet.com/artists/jan-christiansz-micker/.

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