19 novembre 2018

Invasioni linguistiche e democrazia

di Alessio Giordano

Più di un secolo fa, nel 1905, William Stead scriveva nella rivista The Review of Reviews:

«Vi è almeno una possibilità che l’inglese, il francese, il tedesco, lo spagnolo o il russo possano essere adottati come lingua seconda, ma chi sognerebbe mai di trovare qualcuno che adotterà l’irlandese, il gallese, il fiammingo, il basco o il bulgaro?»

Se escludiamo i mediatori o coloro che coltivano interessi linguistici, queste lingue sono limitate ai soli madrelingua; risulta evidente che tra le circa settemila lingue parlate oggi nel mondo non tutte hanno la stessa "importanza". In una possibile classifica delle lingue più "utili" l’italiano non spicca certo in vetta; esso viene infatti ampiamente superato dalle cosiddette lingue transglottiche o transglossiche:

Sono queste le lingue che, come fu proposto da Claude Truchot nel 1990, diciamo transglossiche: lingue internazionali naturalizzatesi come seconda prima lingua, talora in parte perfino nativizzata, in aree linguistiche diverse da quella inizialmente nativa e tutte dotate di grande prestigio (Mioni, in Atti del IV Congresso di studi dell’Associazione italiana di linguistica applicata, 2005).
Altre lingue, tra cui spicca anche l’italiano, sono quelle che, pur non conoscendo la stessa diffusione, possono comunque vantare un gran numero di parlanti: bengali, giapponese, tedesco, urdu, hindi, ecc. [Enciclopedia Treccani]

Qual è, dunque, il ruolo di queste lingue maggioritarie all’interno del quadro politico-economico del mondo attuale? Possono lingue transglossiche e minoranze linguistiche coesistere senza che le prime finiscano per sopraffare le seconde?

Questo articolo non vuole offrire una risposta decisiva al lettore, ma introdurlo al problema della diversità linguistica e a quanto essa rappresenti una problematica ancora poco considerata dalla comunità scientifica.

 

Nell'affrontare questo problema è importante tenere in considerazione il fatto che ogni lingua è oggi contrassegnata da una incisiva gravità politica, che trova le sue radici sul finire dell’Età Moderna, manifestatasi da duecento anni a questa parte, quando i popoli iniziarono ad affrancarsi dall’essere "proprietà privata" dei monarchi, scambiati con trattati o conquistati in guerra, privi di mezzi di comunicazione di massa o istruzione pubblica obbligatoria. Come fa notare Andrea Chiti-Batelli in Glottofagia ed etnolisi (2008), le popolazioni «risentivano certo della buona o cattiva amministrazione di questa o quella potenza di cui di volta in volta erano in balia, ma praticamente non avvertivano se tale amministrazione era di questa o di quella lingua».

 

Ciò a cui stiamo assistendo oggi è invece una contaminazione linguistica, dunque etnica, di proporzioni mai registrate nella storia dell’umanità. Coloro che nella contaminazione linguistica hanno visto qualcosa di ben diverso dall’arricchimento interculturale, hanno rivolto le loro critiche verso l’inglese, una di quelle lingue che, più di altre, rappresenta una minaccia per la “democrazia linguistica” (n.d.r. corrente di pensiero che vorrebbe, a fondamento di una politica democratica, la parità dei diritti anche nella comunicazione). Nei confronti dell’inglese sono state sollevate molte polemiche da parte dei fautori della cosiddetta "democrazia linguistica" – come, ad esempio, l'Associazione Nitobe per la Giustizia e Democrazia Linguistica e l'Associazione mondiale Esperanta Radikala Asocio – i quali vorrebbero, a fondamento di una politica democratica, la parità dei diritti anche nella comunicazione. Si tratta di una parità che l’inglese, in quanto lingua etnica, evidentemente non soddisfa, in forza di un principio ben riassunto da Chiti-Batelli, secondo cui «qualsiasi lingua viva è disadatta a fungere da lingua internazionale per ragioni politiche, ancor prima che per ragioni linguistiche».

 

Una tale affermazione trova il suo senso per due motivi: anzitutto, una lingua etnica penalizza gravemente chi non è madrelingua, i quali vengono subito avvertiti come stranieri e immediatamente posti in una condizione di inferiorità. A questo riguardo, incisive sono le parole di Pierre Janton (Esperanto. Language, Literature and Community), docente di lingua e letteratura inglese all’Università di Clermont Ferrand:

«Non parliamo dunque di uguaglianza se gli scienziati che non parlano inglese devono dedicare allo studio di questa lingua un tempo che gli scienziati di lingua inglese investono direttamente nella ricerca. Il tempo così perduto dai primi costituisce una delle ragioni del vantaggio che hanno i secondi, in un’epoca in cui la ricerca deve avanzare rapidamente se vuol restare competitiva e indipendente».

In secondo luogo, vi è il processo etnoliticoEtnolisi è un termine utilizzato da Michel Rimet in Contacts. Interférences ethniques et culturelles (1970) e indica il destino cui vanno incontro quelle realtà linguistiche e culturali minoritarie che sono minacciate dal valore esclusivo e incompatibile di una lingua transglossica a carattere etnico. In relazione a questa tematica  Paolo Freire , in Pedagogía del oprimido (1975), ha parlato di «invasione culturale delle lingue», sostenendo che tale invasione è «la penetrazione degl’invasori nel contesto degl’invasi, con imposizione a questi ultimi di un’altra visione del mondo e conseguente arresto della loro creatività».

Sebbene si possa discutere sulla veridicità di tale affermazione, questa "invasione" in qualche modo è stata avvertita come un fenomeno concreto e per affrontarla molti Stati hanno riformato la propria didattica, cercando di tutelare le dimensioni etnico-linguistiche minoritarie (G. Poggeschi, 2010; D.E. Tosi, 2017).

 

Tullio De Mauro, in Scuola e linguaggio (1975), faceva notare che il rinnovamento dell’educazione linguistica è impossibile senza l’appoggio di grandi forze politiche; ma proprio quelle stesse forze politiche ora sembrano non curarsi degli esiti a cui stanno portando le attuali normative in materia di glottodidattica. Le vie adottate dalle politiche linguistiche in materia di apprendimento e insegnamento delle lingue straniere, almeno in Italia, lasciano intendere una netta preferenza per l’inglese, secondo quanto si evince anche dai dati Istat (2015), i quali riportano che il 60,1% della popolazione a partire dai sei anni conosce una lingua straniera, e che per il 48,1% di questi si tratta proprio dell’inglese, mentre per il 29,5% è il francese e per l’11,1% è lo spagnolo.

Sempre riguardo alla situazione italiana, le politiche linguistiche concernenti l’inglese e l’accoglienza di questo da parte dell’ambiente intellettuale sono state varie e correlate, secondo Tosi, alla gratificazione che deriva dall’utilizzo di lemmi stranieri e alla effettiva versatilità della lingua, nonché all’apparente «semplicità della grammatica».  

D'altro canto, non sono mai mancate le critiche, talvolta anche molto dure, all’inglese, come quella di Richard Schulz in Warum das Englische nicht Welthilfssprache sein kann (1981) dove, dopo aver analizzato linguisticamente alcune parole, si trova scritto:

«[È] appena esagerato affermare […] che la scrittura inglese corrisponde più agl’ideogrammi cinesi che non a una razionale applicazione del sistema alfabetico che abbiamo ereditato dai Fenici. Inoltre, chi impara l’inglese deve in realtà imparare due lingue, una scritta e una orale, aventi fra loro una connessione assai scarsa (e che solo faticosamente può essere appresa), [insieme coi] dodici suoni per le vocali semplici, più otto suoni per i dittonghi […]. Ciascuno di questi venti suoni è espresso, ortograficamente, nei modi più diversi a seconda dei casi».

Ovviamente, al mondo esistono lingue che, per il parlante europeo, presentano delle difficoltà ben più grandi di quelle offerte dall’inglese; tuttavia, questa lingua ha subìto le angherie di quanti in lei hanno visto il simbolo di un imperialismo economico e culturale da combattere, pericolo che però è a ben vedere rappresentato non solo dall’inglese, ma da tutte le altre grandi lingue parlate nel mondo.

 

Abbiamo mostrato nel precedente articolo sulla questione linguistica nel Daghestan che la lingua sembra essere una delle forze che con più pervasività infrange i confini di un popolo, provocando non pochi problemi; Renato Corsetti, in un suo intervento pubblico intitolato La lingua come strumento politico (1975), afferma che si parla di oppressione linguistica «ogni volta che a un gruppo viene imposto l’uso della lingua di un altro gruppo, cioè di una lingua diversa dalla sua lingua materna». La questione è poco chiara; tale presunta oppressione sarebbe incoraggiata dalla convinzione che le lingue transglottiche siano semplici mezzi per entrare in contatto con la cultura mondiale. Esse sarebbero quindi uno strumento utile, un aiuto che i paesi più sviluppati forniscono a quelle culture in qualche modo "bloccate" nella loro lingua materna.

 

Questo in parte è vero, ma non si deve dimenticare che la lingua, prima ancora di essere un codice di comunicazione, è un veicolo di istanze culturali. In Democrazia linguistica (1990), Sebastiano Vecchio ricorda una dichiarazione di Pierre Encrevé: «In quanto linguista difenderò una lingua anche se è parlata solo da cinquecento persone, perché queste non potrebbero esprimersi altro che in quella lingua». Occorre davvero, tuttavia, essere o dichiararsi linguisti per difendere e tutelare un diritto umano come la diversità linguistica? Ovviamente no; ma certamente, più di tante altre discipline, fa notare giustamente Giorgio Cardona in Linguistica e politica (1976), se si parla di essere neutrali, la linguistica «non lo è stata mai, né lo poteva». Questo avviene per il fatto che l’oggetto di studio con cui questa disciplina ha a confrontarsi è innanzitutto un fatto sociale.

 

La questione cruciale è: la coesistenza delle lingue può insieme essere pacifica e culturalmente neutrale?

È sicuramente possibile. Forse la soluzione a questo problema potrebbe essere una lingua che sappia tener conto positivamente delle diversità, rispondendo efficacemente alle istanze provenienti da tutti i livelli sociali oggi presenti. Esiste ad oggi una lingua che rispetta questi prerequisiti? Viene da pensare alle lingue pianificate, come ad esempio l’Esperanto. L’Esperanto (lett. colui che spera), creato da Ludwig Lejzer Zamenhof alla fine dell’800, è ad oggi «l’unica lingua pianificata ad aver raggiunto un uso relativamente ampio; si stimano tra i cinque e i quindici milioni le persone che l'hanno studiata» (traduzione dell’autore dall’inglese. M. Byram, Routledge Encyclopedia of Language Teaching and Learning). Come espresso da Claude Piron in La bona lingvo, l’Esperanto ha un forte indice di agglutinazione, ma presenta tratti morfosintattici propri delle lingue isolanti, pur presentando una base lessicale di origine europea: le principali famiglie linguistiche coinvolte nella composizione lessicale sono infatti quella romanza, quella germanica e quella slava, con diversi termini prelevati anche dal greco e dal latino. Nella prefazione di Tullio De Mauro al Manuale di Esperanto scritto dal famoso storico della lingua italiana Bruno Migliorini si trova scritto:

«Una comune lingua senza base etnica può essere (come già è tra gli esperantisti) una chiave facilitante, transglottica, dei sempre più necessari rapporti tra culture. E, in molti casi (redazione di testi e codificazioni di rilievo internazionale), potrebbe assumere una importante funzione di riferimento giuridicamente primario e nazionalmente neutro».

Sempre De Mauro, che in altri luoghi affronta il problema della giustizia linguistica, così termina un articolo contenuto in L’educazione linguistica democratica (2018):

«Sì, rispettare la diversità linguistica è davvero rispettare un diritto umano. Quella diversità non ha a che fare solo con la libera scelta di costumi e usanze. Essa è corradicale alla capacità di produrre e controllare variazioni e differenziazioni, alla capacità, in definitiva, di storia cui la specie deve la sua origine, la sua natura più profonda, le sue possibilità di degna sopravvivenza […]. Soltanto l’effettiva tutela di questo diritto, nei suoi diversi aspetti, apre le porte, nelle complesse società del mondo contemporaneo, all’effettiva partecipazione di tutti alla gestione paritaria della vita pubblica».

 

 

Per saperne di più:

In aggiunta ai testi già citati, per ciò che concerne le questioni di politica e giustizia linguistica sentiamo di consigliare il testo, fresco di stampa, edito da diversi autori, Language Policy and Linguistic Justice. Economic, Philosophical and Sociolinguistic Approaches, Springer, Berlin 2018. Oltre a questo consigliamo Lingua e politica. Imperialismo, identità nazionali e politiche linguistiche in Asia, Africa, America latina, Officina Edizioni, Roma 1976, a cura di Renato Corsetti, che raccoglie contributi, tra i tanti, anche di Bausani e Cardona.

Inoltre, da decenni Andrea Chiti-Batelli si impegna scrivendo libri e organizzando interventi contro l’imperialismo linguistico avvertito in ambito europeo. Le sue opere, pur rimanendo degli imprescindibili strumenti per la loro ricchezza bibliografica, sono però marcate da una forte impronta ideologica di stampo federalista; segnaliamo la lettura, tra tutte, di Glottofagia ed etnolisi. Per la salvaguardia dell’identità linguistica e culturale dell’Europa, Cedam, Padova 2008. Un altro testo generale e rigoroso che ripercorre la storia dei diritti linguistici soffermandosi su fattispecie attuali, è quello di Giovanni Poggeschi, I diritti linguistici. Un’analisi comparata, Carocci, Roma 2010 e di Dario Elia Tosi, Diritto alla lingua in Europa, Giappichelli, Torino 2017.

Per quanto riguarda le citazioni degli autori dei testi in lingua straniera, la traduzione della citazione di Pierre Janton è tratta da Glottofagia ed etnolosi di A. Chiti-Batelli e quella di Richard Schulz da Una lingua per l'Europa: aspetti culturali e condizioni politiche di Andrea Chiti Batelli.

 

Immagine di Gabriel Sollmann presente su Unsplash

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