26 febbraio 2018

L’identità secondo Leopardi

Mentre curiosavo in libreria, nella sezione classici, mi sono imbattuta nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'italiani, un lib retto di Leopardi, personaggio molto noto, nell’immaginario comune, come poeta sognatore e ben poco, invece, come prosatore attento alla realtà circostante. Mentre lo sfoglio, il libro mi colpisce immediatamente per le acute e più che mai veritiere argomentazioni su politica, società e morale e per la sua straordinaria attualità, considerando che fu scritto nel 1824 e pubblicato nel 1906.

 

Ci sono dei caratteri di base che definiscono l’“essere italiano” e che sono grossomodo gli stessi col passare degli anni: è sull’identità individuale, poi, che si fonda l’identità nazionale. Dall’altro lato, però, è anche vero che l’identità di una persona, così come l’identità di un popolo, è soggetta a mutare nel corso del tempo a seconda dei luoghi e delle circostanze. Questo è avvenuto a causa delle profonde trasformazioni che la modernità ha apportato – e apporta ancora oggi - non solo all’economia e alla cultura, ma anche alla mentalità, al carattere e alla moralità della società italiana. Leopardi è convinto che il progresso, reso possibile dai nuovi sviluppi del pensiero filosofico e scientifico, abbia portato alla perdita delle basi della morale e, di pari passo, al crollo delle illusioni. Secondo il poeta gli antichi, rispetto ai moderni erano meno infelici proprio perché credevano ancora nelle illusioni; egli osserva che gli italiani, per natura «mille volte più filosofi» degli altri popoli europei sono dovuti andare incontro all’amara consapevolezza del crollo delle illusioni e della vanità dell’esistenza. Di conseguenza è venuta meno la fede negli ideali su cui si è fondava l’identità individuale e collettiva in passato.

 

«Gloria non vedo» scrive Leopardi nella canzone All’Italia: difatti la gloria, che è la virtù classica per eccellenza, nei tempi moderni è scomparsa, sostituita dall’onore. L’eccessivo desiderio di gloria genera l’ambizione, perché per natura ognuno cerca il riconoscimento e la stima altrui per rafforzare la propria identità e, parallelamente, la propria posizione all’interno della società. Purtroppo, però, sembra che i valori che fondano l’identità comunitaria siano dettati dal compromesso e dalla convenienza, in quanto le leggi e le convenzioni sociali a cui, allora come oggi, l’italiano si adegua, non bastano a mascherare l’egoismo e le rivalità reciproche.

 

Leopardi lascia trapelare, nel Discorso,  una disillusa condanna ed al tempo stesso una pietosa empatia nei confronti dei propri connazionali, facendo una puntuale analisi etnologica dell’Italia e di altre nazioni europee (Francia e Germania in particolare) per individuare più nello specifico su cosa si basa la loro identità di popolo. Constatata l’«universale dissoluzione dei principii sociali» lo scrittore, allora ventiseienne, sottolinea come gli italiani, per indole, siano inclini di più rispetto agli altri europei ad indifferenza, egoismo, apatia, cinismo e misantropia. Secondo la sua interpretazione in chiave antropologica, ciò avviene a causa  dalla «mancanza di società»:

[…] perché nel presente, cioè in quello che è sottoposto agli occhi, non hanno luogo le illusioni, fuor delle quali non esiste l’importanza della vita. Or la vita degli italiani è appunto tale, senza prospettiva di miglior sorte futura, senza occupazione, senza scopo, e ristretta al solo presente. Ma lasciando questo e restringendoci alla sola mancanza di società, certo è che uno de’ grandissimi e principali mezzi che restano oggi agli uomini per non avvedersi affatto della nullità delle cose loro o per non sentirla, benché conoscendola, per non essere nella pratica persuasi della total frivolezza delle loro occupazioni qualunque e della totale indegnità della vita ad esser con fatiche e sollecitudini coltivata, studiata ed esercitata, uno, dico, de’ principali mezzi e forse il principale assolutamente, è la società.

L’italiano, quindi, per una connaturata «vivacità del carattere», incoraggiata dal clima favorevole, è indotto a dedicare il suo tempo a spettacoli, divertimenti mondani, passeggiate e feste sacre e profane, anteponendo i propri interessi al bene della collettività. La «mancanza di società» provoca un individualismo esasperato, accentuato dalle differenze e divisioni fra le varie città e regioni. Ai suoi tempi, come ai nostri, l’assenza di un centro unificatore in Italia incrementa, per non dire legittima, la tendenza ad agire ciascuno secondo il proprio arbitrio. Poiché – afferma Leopardi – l’animo e il modo di pensare dell’uomo si modellano sulla base dell’esempio altrui, è evidente che le cose dette sopra a proposito degli italiani influenzano assai la costruzione dell’identità, provocando conseguenze negative anche a livello sociale:

Nasce da quelle disposizioni la indifferenza profonda, radicata ed efficacissima verso se stessi e verso gli altri, che è la maggior peste de’ costumi, de’ caratteri, e della morale. […] la disposizione, dico, la più ragionevole è quella di un pieno e continuo cinismo d’animo, di pensiero, di carattere, di costumi, d’opinione, di parole e d’azioni. […] Gl’italiani ridono della vita: ne ridono assai più, e con più verità e persuasione intima di disprezzo e freddezza che non fa niun’altra nazione. Questo è ben naturale, perché la vita per loro val meno assai che per gli altri, e perché egli è certo che i caratteri più vivaci e caldi di natura, come è quello degl’Italiani, diventano i più freddi e apatici quando sono combattuti da circostanze superiori alle loro forze. Così negl’individui, così è nelle nazioni.

Questo cinismo, accompagnato da un riso sprezzante e amaro, porta l’individuo a ripiegarsi su se stesso anziché a favorire il contatto e la coesione con i cittadini della sua stessa comunità o nazione. Per cui egoismo e misantropia, definite dal poeta di Recanati «le maggiori pesti di questo secolo», avvelenano gli animi ed anche la quotidiana conversazione. Mentre conversare, negli altri paesi europei, contribuisce a rafforzare lo spirito nazionale ed il senso di comunità, in Italia, spesso e volentieri lo si fa più per offendere il prossimo e per innalzare se stessi.

 

L’identità sociale è data da quelle determinate caratteristiche che permettono di sancire l’appartenenza di un individuo  ad un determinato gruppo sociale: è il soggetto stesso a riconoscersi in una determinata comunità, rafforzando così il vincolo sociale. Per evitare di ricadere in pregiudizi e stereotipi, Leopardi ci ribadisce, nelle primissime pagine dell’opera, la necessità di conoscere gli altri popoli prima di elogiarli o disprezzarli. Difatti, ciò che caratterizza l’identità di un popolo sono quei «difetti e inconvenienti umani e sociali», fermo restando che occorre fare i dovuti distinguo e considerare il background storico di ogni singolo paese. Nonostante la rigidità  e la chiusura della sua famiglia, il poeta avrà occasione, nel corso della vita, di allontanarsi da Recanati e di conoscere altre città italiane, tra cui Milano, Bologna, Firenze e Pisa, assorbendone gli stimoli culturali. Dal punto di vista del panorama sociale, lo scrittore nota che i costumi ed i principi alla base della moralità sono meno corrotti nelle capitali e nelle grandi città rispetto ai piccoli centri. Egli ritorna a confrontare queste diverse realtà geografiche e sociali in un pensiero dello Zibaldone, dove ri badisce anche quanto il contesto sociale influenzi perfino il modo di conversare. In un’altra riflessione, sempre nello Zibaldone, Leopardi  afferma che le «circostanze fisiche, morali e intellettuali» determinano cambiamenti di carat tere in ogni uomo e che le diversità di principi e opinioni orientano, nel corso del tempo, l’identità delle varie nazioni.

 

Di eccezionale attualità sono, infine, le osservazioni conclusive del discorso, che dà spazio ad una verità «singolare e mostruosa», emersa dalle puntuale analisi condotta sull’Italia in relazione a Francia, Germania e Spagna:

E d’altra parte non farà meraviglia che i popoli settentrionali e massime i più settentrionali sieno oggi i più caldi di spirito, i più immaginosi in fatto, i più mobili e governabili dalle illusioni, i più sentimentali e di carattere e di spirito e di costumi, i più poeti nelle azioni e nella vita, e negli scritti e letterature. […]  Sembra che il tempo del settentrione sia venuto. Finora ha sempre brillato e potuto nel mondo il mezzogiorno. Ed esso era veramente fatto per brillare e prepotere in tempi quali furono gli antichi. E il settentrione viceversa è propriamente fatto per tenere il disopra ne’ tempi della natura de’ moderni.

Si dice chiaramente, quindi, che le nazioni del Nord, grazie all’immaginazione, hanno rafforzato la propria identità dando vita ad una fiorente produzione filosofica e letteraria, mentre le civiltà meridionali, ormai inaridite e disilluse, si sono arrese di fronte alla caduta delle illusioni degli antichi. Secondo Leopardi la superiorità del settentrione è destinata a durare ancora a lungo ma è pur vero che, con l’avanzare della civiltà e della modernità, molti equilibri dovranno ancora cambiare, andando a modificare nuovamente sia l’identità personale che quella collettiva.

 

 

Per saperne di più:

Per comprendere i temi qui trattati in un’ottica più attuale potrà essere utile leggere il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'italiani seguito dai pensieri d'un italiano d'oggi, edita da Bollati Boringhieri con il commento di Franco Cordero. Per approfondire in particolare il rapporto fra Leopardi e l’Italia è indicato il volume di Attilio Brilli, In viaggio con Leopardi, pubblicato dal Mulino, mentre Franco Musarra nel suo libro Leopardi in Europa (Franco Cesati editore) si sofferma sulle influenze che la cultura europea ebbe sullo scrittore di Recanati. Due contributi recenti sull’opera di Leopardi in generale sono, inoltre, Incursioni leopardiane. Nei dintorni della conversione letteraria di Cristian Genetelli, Antenore Editrice e Torna azzurro il sereno. Nuovi studi leopardiani, di Giorgio Cavallini, Bulzoni editore.

 

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