27 luglio 2020

Libertà di scrivere, libertà di appassionarsi: nascita di letterature?

 

Non si sa mai davvero se una penna è innocente, diceva il Devlin di Ashes to ashes di Harold Pinter . In fondo, non si sa niente delle mani che l’hanno tenuta, di che cosa ha scritto, di chi erano i suoi genitori. Quello che è non lo deve a se stessa, ma ad altri. Per distaccarsi il più possibile dall’immagine della penna fortemente umanizzata di Pinter, converrebbe ricordare che la penna è solo uno strumento e che è soggetta − per dir così − a una particolare forma di schiavitù: è condannata a scrivere quello che vuole l’uomo, l’essere pensante per eccellenza. L’uomo è libero di scegliere, la penna no. Insomma, siamo portati a pensare che capacità di pensiero equivalga a libertà di scelta.

 

Tuttavia, secoli di dibattito sulla libertà umana ci hanno insegnato che esistono varie sfumature di complessità.

 

Una di queste prende in considerazione l’ipotesi che l’uomo non sia poi così distante da una penna: anche l’uomo è uno strumento su cui si esercitano dei vincoli necessitanti − l’ambiente in cui si vive, l’educazione dei genitori e più in generale della famiglia − che determinano ciò che siamo, tutto o in parte.

 

Ne consegue che l’atto dello scrivere in un preciso momento, in un preciso luogo e da parte di una persona con precise attitudini mentali produce un testo con determinate caratteristiche, alcune saranno visibili, altre invisibili ma pur sempre presenti. Non solo: questi modi di operare e di pensare influenzano anche la trasmissione del testo scritto.

 

Questo era senza dubbio più evidente tra IX e XI secolo, quando l’atteggiamento di uno scriba, cioè di uno scriptor per professione, era ben diverso da quello dell’auctor, cioè di colui che “inventava” il testo. Il primo avrà impresso meno forza sulla penna, a segno della lentezza e della misura che gli occorreva per copiare in modo fededegno: la sua scrittura sarà stata regolare, fatta per giustapposizione di tratti, posata; il secondo avrà impiegato molta più foga nello scrivere per seguire il flusso di pensiero: la sua scrittura sarà stata una cosiddetta «minuta», rapida e dall’inchiostrazione pesante.

 

Un esempio figurativo di questo divario è l’avorio conservato al Kunsthistorisches Museum di Vienna del X secolo che raffigura Gregorio Magno che scrive e, sotto di lui, tre scribi intenti a copiare le sue opere su codici o rotoli tenuti tra le ginocchia: Gregorio Magno tiene il codice con la sinistra; il suo volto è vicinissimo alla pagina; il piede sinistro è sollevato; il corpo è teso nello sforzo; sembra scrivere con grande rapidità. Gli scribi, invece, sono comodamente seduti con le gambe accavallate o incrociate e sembrano scrivere con agio e compostezza.

 

Ma cosa ha che vedere la libertà con la capacità scrittoria e con il suo progressivo affinarsi ed espandersi nel patrimonio letterario che conosciamo? Ebbene, di una sorta di “libertà di scrittura” si può parlare quando ci si accosta ai prodromi dello scrivere in volgare, cosa che sancì la nascita della letteratura italiana. Ma forse, più che di «libertà», occorrerà parlare di «diritto»; e, più precisamente, di “diritto alla scrittura”. 

Nell’Europa dell’Alto Medioevo non esisteva una prassi di scrittura unica cui uniformarsi. L’educazione di uno scriba irlandese era diversa da quella di uno scriba di area iberica perché ciascuno aveva il proprio modo di rapportarsi con la lingua dei testi, ossia il latino (quasi sempre), e molto spesso questo era imperfetto, approssimativo. Le differenze tra due libri di due aree geografiche diverse non si fermavano certo al tipo di scrittura, per quanto la felice espressione di Giorgio Cencetti «particolarismo grafico» sia calzante.

 

A questo periodo appartengono i primi testi documenti in volgare: il Giuramento di Strasburgo è dell’842, l’Indovinello veronese degli inizi del IX secolo, il Placito capuano del 960. Si tratta delle prime tracce scritte dell’esigenza di una comunicazione più immediata e comprensibile per chi non conosceva il latino, vicina al parlato.

 

Allo scrivere erano addetti i membri alfabeti della comunità: ne facevano parte i colti che sapevano leggere e scrivere correttamente il latino formale e i semi-colti − tra cui non era raro trovare anche degli ecclesiastici − cioè coloro i quali possedevano minime capacità dal punto di vista grafico, grammaticale e sintattico. Pur consapevoli della loro «inesperienza grafica», molti di loro erano familiari con lo scrivere libri, sinonimo allora di trascrivere testi.

 

Seguì un periodo particolarmente fervido di scrittura, che vide un vero e proprio alluvione di copie, tanto che Bernardo di Chiaravalle si lamentava della troppo rapida diffusione delle opere di Abelardo spesso per mano di sacerdotes idiotae affermando: «Libri volant».

 

Effettivamente, per riprendere l’espressione di Abelardo, nel XII secolo i libri “volavano”: si scrivevano libri in latino, greco, ebraico. Si commercializzavano come una qualunque merce secondo tariffe pubbliche, in base alle esigenze delle neonate università; si moltiplicavano anche grazie alla titanica impresa (che contraddistingue nei manuali odierni di storia l’età carolingia) di preservare il grande patrimonio documentario fino ad allora prodotto. Un archivista, un bibliotecario o un maestro, sia che fossero autori sia che fossero raccoglitori di testi, si facevano carico di trascriverli di propria mano, spesso in copia unica, per conservarli nell’archivio-biblioteca del monastero cui appartenevano: prese piede l’autografia integrale, che si conciliò senza mai soppiantare la dettatura; in tal modo, l’autore di un’opera ne diventava anche lo scriba.

 

Nei secoli questo “fervore di scrittura” subì una battuta d’arresto: il divario tra il sistema di scrittura autografico e quello per copia fu tanto profondo da portare ad una crisi del modo di produzione del libro. L’Italia si trovò arretrata e ancor più in difficoltà rispetto al resto d’Europa per via dell’irruzione prepotente del volgare nella cultura, pur trovando grande resistenza proprio nella scrittura: il volgare era una lingua esclusa dal processo di trasmissione dei testi perché quasi esclusivamente orale, che poteva trovarsi in forma scritta in documenti o, tutt’al più, in forme di scrittura occasionali. Il suo status cominciò a evolvere da lingua sussidiaria dal carattere privato a lingua dotata di ufficialità scritta grazie a un preciso intento di promozione culturale, anche se rudimentale: il volgare cominciò a farsi leggere, oltre che a farsi scrivere.

 

Una volta conquistato pieno diritto ad essere scritto, il volgare fu canonizzato in una “forma libro” condivisa e condivisibile: come spesso accade, al nuovo pubblico che per la prima volta scriveva e leggeva per passione occorreva un modello di “contenitore del testo” già conosciuto e apprezzato cui riferirsi. Uno dei massimi paleografi italiani, Armando Petrucci , affermava che «[la] forma-libro […] nella società europea (e non soltanto italiana) tardomedievale, proprio in connessione con l’industrializzazione del processo produttivo, aveva assunto una serie di valori fissi, fondamentali all’interno del sistema grafico-comunicativo; era infatti insieme valore economico di investimento e merce, simbolo di prestigio e strumento di studio; rappresentava nella sua stessa tipologia esteriore, la gerarchia della cultura e della stessa società; e ne convogliava l’intero patrimonio ideologico, permettendone la controllata distribuzione» [Armando Petrucci, La scrittura. Ideologia e rappresentazione, Torino, Einaudi, 1986, p. 136]. Tutto questo contribuiva a una legittimazione ideologica e sociale del volgare.

 

Eppure, il modello del libro per accattivare lettori e scrittori non era certo unico: nel XIII secolo, esistevano almeno due forme-libro: il tipo del libro cortese di lettura, piccoli, spesso riccamente miniati, e il tipo del “libro-registro”, grande e assemblato da figure non professionistiche. Proprio in questa situazione fortemente instabile esplose la letteratura poetica e prosastica volgare che, risentendo della coesistenza di tradizioni diverse e della pressione di un pubblico di alfabeti liberi di scrivere fuori da precise funzioni sociali e da costrizioni, compariva in un’infinità di forme e di particolarismi. Liberi di scrivere per se stessi, si scriveva in volgare.

 

La figura del «copista per passione» illustrata a suo tempo da Vittore Branca a proposito delle opere di Boccaccio a partire dal secolo successivo non poteva esistere senza questa forma di libertà di scrittura attribuita all’alfabeta di cultura volgare. Solo grazie alla volontà − e alla libertà − di costruire una cultura che avesse i mezzi per parlare a tutti, è nata la letteratura italiana.

 

 

Per saperne di più:

Per una panoramica della storia della scrittura si consiglia Armando Petrucci, Storia e geografia delle culture scritte (dal secolo XI al secolo XVIII), in Letteratura italiana. Storia e geografia, II, tomo 2, Torino, Einaudi, 1988, pp. 1193-1292.

 

 

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