19 febbraio 2020

A tu per tu con la Natura: Il Dialogo leopardiano tra filosofia e immaginazione

Dopo un viaggio estenuante attraverso tutti i continenti della Terra, alla ricerca di un luogo favorevole alla vita tranquilla, un Islandese si ritrova a fare un sorprendente incontro nel mezzo del deserto africano: una statua vivente di donna dalle dimensioni enormi, seduta a terra, che l’uomo scopre essere la stessa Natura dalla quale andava fuggendo da tutta la vita.

Vide da lontano un busto grandissimo; che da principio immaginò dovere essere di pietra, e a somiglianza degli ermi colossali veduti da lui, molti anni prima, nell'isola di Pasqua. Ma fattosi più da vicino, trovò che era una forma smisurata di donna seduta in terra, col busto ritto, appoggiato il dosso e il gomito a una montagna; e non finta ma viva; di volto mezzo tra bello e terribile, di occhi e di capelli nerissimi; la quale guardavalo fissamente; e stata così un buono spazio senza parlare, all'ultimo gli disse.
Natura: Chi sei? che cerchi in questi luoghi dove la tua specie era incognita?
Islandese: Sono un povero Islandese, che vo fuggendo la Natura; e fuggitala quasi tutto il tempo della mia vita per cento parti della terra, la fuggo adesso per questa.
Natura: Così fugge lo scoiattolo dal serpente a sonaglio, finché gli cade in gola da se medesimo. Io sono quella che tu fuggi.
Islandese: La Natura?
Natura: Non altri.

 

L’Operetta leopardiana del Dialogo della Natura e di un Islandese realizza in modo meravigliosamente poetico un concetto filosofico di enorme portata, che anticipa un punto di svolta concettuale nella riflessione filosofico-esistenziale dell’autore: un confronto diretto fra l’uomo e il cosmo, inscenato nel dialogo fra uno specifico rappresentante del genere umano e la grandiosa Natura, nella sua forma sacra e maestosa di statua colossale. Il richiamo evidente per la situazione è quello di un confronto diretto fra un essere mortale e la divinità, la cui fonte si può far risalire, passando attraverso i dialoghi e i trattatelli filosofici sette-ottocenteschi con cui Leopardi sicuramente aveva avuto contatti, direttamente al modello di Luciano.

 

Nel caso dell’Operetta, l’uomo che si confronta con il divino ha precise connotazioni dovute alla provenienza geografica, in quanto si tratta di un Islandese. Il ritratto dell’abitante dell’Islanda, agli occhi di un europeo, veniva fornito da numerosi trattati scientifici e pseudo-scientifici, da lettere e racconti di viaggio, da trattati storici e geografici, che evocavano immediatamente i paesaggi sterili e ostili del paese nordico e conformavano le caratteristiche fisiche e intellettuali delle popolazioni sulla base di criteri geografici. Alla figura dell’Islandese, in particolare, erano affidati i connotati di eccellente vigore fisico e una grande capacità di resistenza alle nemiche forze naturali, quanto anche, d’altro canto, di un limitato sviluppo intellettuale causato direttamente dai rigori del clima. La scelta di Leopardi potrebbe essere ricaduta sull’Islandese per una serie di precise motivazioni tanto letterarie quanto ideologiche: non solo per le migliori caratteristiche fisico-morali con cui il ritratto di questa figura veniva dipinto agli occhi degli europei rispetto a quella del Lappone (che invece, per lo stesso motivo geografico, era ritenuto vittima di un mancato sviluppo intellettuale e dunque simbolo di imbecillità) e non solamente perché in generale esso costituiva la figura-simbolo dell’adattamento della specie umana ai più disparati contesti naturali, anche in un ambiente ad essa emblematicamente ostile come quello delle terre ghiacciate del Nord. A ben guardare, l’Islandese potrebbe infatti esprimere un’antitesi a questa stessa connotazione dell’Islandese affermata delle fonti settecentesche e al loro peso a livello immaginativo e culturale, conferendo all’interno del Dialogo della Natura e di un Islandese una posizione ideologicamente forte  ad un personaggio così defilato e dalle caratteristiche culturalmente pregiudicate agli occhi del lettore europeo, che si fa qui portavoce di un pensiero riguardante l’intera umanità (e, in particolare, della stessa posizione filosofica sostenuta dall’autore). Per Leopardi, infatti, il primato del genere umano sul mondo viene inteso solo alla luce di un pessimismo radicale, in quanto alla specie umana è riconosciuto il triste privilegio dell’infelicità, proprio perché l’uomo ha un maggiore desiderio di piacere e un maggiore amor di sé rispetto alle altre specie animali. L’Islandese, dunque, si fa qui portavoce dell’intero genere umano, dei suoi desideri sistematicamente infranti e della sua inevitabile, privilegiata infelicità, a causa della quale è chiamata la stessa Natura, la sua interlocutrice.

 

La figura della Natura viene immediatamente fatta risalire, tramite la citazione dello stesso Leopardi, ad alcuni possibili riferimenti iconografici e letterari in cui si rappresenta una figura umana dalle proporzioni enormi che si staglia di fronte a un osservatore. Il primo tra questi è il Canto V dell’opera Os Lusíades (I Lusiadi) di Luís de Camões (1572), epopea mitica dedicata al navigatore portoghese Vasco da Gama, il quale, durante la circumnavigazione dell’Africa, vede avanzare verso di sé quello che dapprima era stato un gigante, poi trasformato dagli dei nello stesso sperone roccioso del Capo africano. Un secondo riferimento, anche questo frutto di un rimando dello stesso Leopardi, è quello al Voyage autour du monde di Jean-François La Pérouse, che offre una veduta archeologica (anche attraverso alcune tavole illustrate) delle enormi teste femminili dell’Isola di Pasqua, su cui egli era sbarcato nell’autunno del 1785. Un’altra possibile fonte letteraria per la rappresentazione dell’immagine della Natura in un contesto esotico è quella della personificazione dell’Africa ad opera di Curzio Rufo, la quale gli appare come una figura femminile dalle proporzioni sovraumane e di incredibile bellezza. La personificazione dell’Africa, coerente con il testo leopardiano, viene ripresa anche all’interno dell’Iconologia di Cesare Ripa, nell’edizione senese del 1613 posseduta da Leopardi, in cui essa appare come una donna seminuda dalla carnagione scura, che regge in mano una cornucopia e presenta attorno a sé alcuni animali, fra i quali un leone accovacciato (animale che comparirà anche nel finale dell’Operetta). Secondo la proposta di Fedi, inoltre, ad aver costituito un possibile e diretto riferimento iconografico sarebbero state anche alcune rappresentazioni delle province africane all’interno dell’iconografia numismatica, ed in particolare i Dialogues upon the Usefulness of Ancien Medals di Joseph Addison (Londra, 1726). La rilevanza di questi riferimenti, oltre al ricorrere del riferimento all’Africa, si nota anche per quanto riguarda la posizione stante della figura di donna, semisdraiata e con un braccio sollevato, che ricorre frequentemente nelle rappresentazioni realizzate sul rovescio delle monete di età romana e che sembra avvicinarsi in modo convincente alla raffigurazione leopardiana della Natura. La postura in questione era in effetti piuttosto usuale all’interno dell’iconografia classica e, allo stesso modo, in quella neoclassica, e tuttavia i caratteri antropomorfi della donna di calma superiorità, di potenza occulta e feroce, nonché la sua posizione semisdraiata con il gomito poggiante su una montagna, sembrerebbero risalire ad una figura femminile archetipica, ma farebbero pensare anche ad una connotazione inerente al concetto di sublime settecentesco, in quanto essa unisce sul suo volto «il bello e il terribile».

 

Questa rappresentazione figurativa della Natura, vera e propria “immagine” posta in apertura ad una delle operette di maggiore portata concettuale e filosofica, è la rappresentazione di grande impatto immaginativo e figurativo di uno dei maggiori temi che vengono investiti della riflessione leopardiana, in una simbiosi fra elemento concettuale, che si traveste di immagine, e nucleo figurativo e sentimentale che, a sua volta, ingloba l’elemento filosofico. L’elemento immaginativo della situazione e del sublime ritratto della Natura è quindi contenuto, ma allo stesso tempo contenente, nel ragionamento affidato a questa Operetta, del confronto diretto fra i due protagonisti e del fronteggiarsi di due incompatibili finalità: «il fine della natura generale e quello della umana, il fine dell’esistenza universale e quello dell’esistenza umana o per meglio dire il fine naturale dell’uomo e quello della sua esistenza» (Zibaldone, 4128).

 

Il povero Islandese, infatti, dopo aver viaggiato «per cento parti della terra» alla ricerca di un luogo in cui poter essere felice e vivere pacificamente, conclude che questa condizione è assolutamente irrealizzabile, poiché ovunque l’essere umano appare perseguitato, aggredito, oppresso dalla Natura, in tutte le sue forme: dal clima ostile agli animali feroci, dalle malattie alla vecchiaia, fino alla morte. Con lucidità sofferta, l’Islandese formula una vera e propria accusa verso la maestosa Natura, identificando la profonda contraddizione di una figura che da un lato dona la vita e, al contempo, la rende un inferno di sofferenza senza scampo per i suoi stessi figli. La Natura è quindi, per l’Islandese, la vera nemica degli esseri umani:

Islandese: In fine, io non mi ricordo aver passato un giorno solo della vita senza qualche pena; laddove io non posso numerare quelli che ho consumati senza pure un'ombra di godimento: mi avveggo che tanto ci è destinato e necessario il patire, quanto il non godere; tanto impossibile il viver quieto in qual si sia modo, quanto il vivere inquieto senza miseria: e mi risolvo a conchiudere che tu sei nemica scoperta degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le opere tue; che ora c'insidii ora ci minacci ora ci assalti ora ci pungi ora ci percuoti ora ci laceri, e sempre o ci offendi o ci perseguiti; e che, per costume e per instituto, sei carnefice della tua propria famiglia, de' tuoi figliuoli e, per dir così, del tuo sangue e delle tue viscere. Per tanto rimango privo di ogni speranza: avendo compreso che gli uomini finiscono di perseguitare chiunque li fugge o si occulta con volontà vera di fuggirli o di occultarsi; ma che tu, per niuna cagione, non lasci mai d'incalzarci, finché ci opprimi. 

Questo contenuto filosofico è rappresentato dalla consapevolezza leopardiana dell’incompatibilità del mondo naturale con la felicità dell’uomo. Se la presenza dei mali esterni, che determinano l’infelicità umana, era comunque presente all’interno di tutto il pensiero del recanatese, quello che ora viene puntualizzato è «la loro sistematicità nell’ordine delle cose naturali» (come osservato da Blasucci), rilevata dall’elenco di sventure pronunciato dall’Islandese. Per la prima volta si sviscera in termini espliciti la contraddizione insita nel sistema naturale, facendo così assumere a quest’ultimo connotati di crudeltà e indifferenza assoluti. Si svela, con la voce dell’Islandese, la contraddizione consistente nel «veder che il male è nell’ordine, che esso ordine non potrebbe star senza il male» (Zibaldone, 4511), un sistema in cui si pone a fondamento dell’ordine cosmico la stessa infelicità dei viventi, in virtù del fatto che il dolore è necessario al meccanico applicarsi delle leggi naturali di produzione e distruzione. Secondo le osservazioni di Blasucci, l’approdo del ragionamento è dunque il passaggio da una visione «sensistico-esistenziale a una considerazione cosmico-materialistica dell’infelicità» che si estende di necessità a tutte le creature. Così risponde alle accuse la bella e terribile Natura:

Natura: Tu mostri non aver posto mente che la vita di quest'universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera, che ciascheduna serve continuamente all'altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l'una o l'altra di loro, verrebbe parimente in dissoluzione. Per tanto risulterebbe in suo danno se fosse in lui cosa alcuna libera da patimento.

L’Operetta esprime dunque un contenuto dalla grande portata filosofico-esistenziale, attraverso il quale si compie un radicale superamento della visione illuministica del mondo e del sistema naturale: un pensiero che, tuttavia, è affidato ad una costruzione intimamente poetica, immaginifica, letteraria, non ad un vero e proprio trattato filosofico o ad un pensiero dello Zibaldone. Le Operette morali costituiscono in effetti un genere letterario peculiare, per la capacità di contenere al loro interno alcune nuove riflessioni dell’autore nell’ambito di un pensiero esistenziale e materialista: osservazioni che vengono adattate a una prosa costituita per nuclei propri e in grado di dominare le spinte contrastanti fra riflessione filosofica ed elemento poetico. É lo stesso Leopardi ad insistere sulla necessità di giudicare la propria opera dall’insieme, in modo sistematico, e a porre l’accento sulla volontà di delineare un percorso unitario considerando ciascuna Operetta non solo in sé, bensì come tassello di un insieme organico, e sulla consapevolezza del contenuto del proprio libro, «di argomento profondo e tutto filosofico e metafisico». Anche i motivi più sinceramente filosofici avvicinati nello Zibaldone appaiono qui rivestiti di elementi mitici, poetici, iconografici, che li rendono più vicini al polo “poetico”: e le stesse riflessioni qui raggiunte nelle Operette saranno poi il centro tanto delle riflessioni leopardiane nello Zibaldone, quanto elemento fondante della successiva produzione poetica leopardiana. Le parole dell’Islandese, che smascherano l’inganno della Natura, riecheggiano più tardi anche nella poesia A Silvia:

O natura, o natura, /  perché non rendi poi /  quel che prometti allor? perché di tanto /  inganni i figli tuoi?

Nell’operazione letteraria di Leopardi si fondono speculazione filosofica e densità sentimentale, “entusiasmo della ragione” e “facoltà immaginativa”, lucido sguardo sulla realtà e onesta scoperta dell’arido vero, ma anche abilità letteraria e sfumatura poetica. La simbiosi fra elemento filosofico ed elemento poetico, fra polo analitico e polo sentimentale, è centrale nelle Operette morali, a sottolineare come le opere più densamente filosofiche siano anche le più intimamente poetiche. La matrice comune fra questi due poli è proprio l’immaginazione: una facoltà eminentemente poetica perché in grado di suscitare immagini, “figure”, “favole”, ma al fine filosofico e analitico di comprendere del reale, proprio in virtù dell’essenza stessa del mondo, di ordine autenticamente poetico. L’immaginazione è la chiave per unire ragione e sentimento, è la facoltà principe tanto della poesia quanto della filosofia, proprio in quanto permette di fondere insieme queste contraddizioni: è dunque l’immaginazione, quella capacità di illusione, che è al tempo stesso causa ed effetto delle Operette. Sono proprio le “figure” che travestono la verità, le “favole” che rappresentano il vero, attraverso il libero flusso dell’immaginazione poetica, che Leopardi ha recuperato in prosa nelle sue Operette: in questa opera dai molteplici linguaggi si dà voce a quella «intima tensione ad un’opera filosofica e poetica insieme» in cui emergono il densissimo fondo filosofico, di quella «filosofia dolorosa, ma vera», e il necessario complementare elemento poetico di immaginazione. Tutto questo si pone alla base di una rappresentazione intensamente filosofica e, al contempo, straordinariamente immaginifica come quella del Dialogo della Natura e di un Islandese.

 

Per saperne di più:

Le Operette morali si possono leggere nella recente edizione a cura di L. Melosi, Milano, Rizzoli, 2008. Alcuni contributi critici di rilievo, fra i molti prodotti, sono quello di Luigi Blasucci, Leopardi e i segnali dell’infinito, Bologna, Il Mulino, 1985, quello di Walter Binni, Lettura delle Operette morali, Genova, Marietti, 1987, di Nicoletta Fabio, L’«entusiasmo della ragione». Studio sulle “Operette Morali”, Firenze, Le Lettere, 1995 e infine di Emilio Russo, Ridere del mondo. La lezione di Leopardi, Bologna, Il Mulino, 2017. Sui riferimenti figurativi dell’autore, si può vedere il saggio di Francesca Fedi, Mausolei di sabbia. Sulla cultura figurativa di Leopardi, Lucca, Pacini Fazzi, 1997.

 

 

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