14 febbraio 2020

Una natura di sangue. Giovanni Pascoli come non lo avete mai letto (prima parte)

I Poemi Conviviali sono forse la raccolta più raffinata di tutta la poesia pascoliana. La dialettica tra il carattere poetico della favola e il mistero come “nuovo quotidiano” tramite un’interpretazione in fondo pessimistica del mondo donano alla poesia di Giovanni Pascoli una lingua inusitata e potente nella sua secchezza, che i più non si aspetterebbero dopo aver letto Il castagno, Digitale purpurea o La mia sera: il languore e il tono ossessivamente lamentoso non pertengono ai Conviviali.

 

La chiave per leggere i Conviviali senza il soggettivismo e i “fantasmi” che genera la mitologia classica è l’ottica del mito come struttura archetipica della tecnica narrativa − in tedesco, Ringkomposition − e quindi come narrazione delle origini. Basta scorrere l’indice, che consta di undici componimenti singoli e di sei cicli composti da un numero variabile di microtesti, per rendersene conto: non solo la grecità classica di Solon, del Cieco di Chio e del Sonno di Odisseo, ma anche l’esotismo dell’oriente di Alexandros e di Gog e Magog sono terreno fertile per le radici dell’umanità.

 

Certo è una raccolta che presupponeva un pubblico colto: più che ai carmina convivialia della poesia arcaica latina, volevano essere un omaggio ai lettori e ai frequentatori della rivista Il Convito dell’amico Adolfo De Bosis, che appunto ospitò per prima alcuni di questi componimenti. Pascoli voleva alzare il tiro dopo i Poemetti del 1897 con un linguaggio rinnovato e adeguato alla lenta musicalità dei camei descrittivi della poesia greca, per creare un testo ricchissimo d’intertestualità dove elementi formali stranianti si abbinano a immagini di comune memoria: così, dal germe dell’ambizione, videro la luce i Poemi Conviviali. Lungi da noi il parlare di un testo “perfetto” − concetto per altro sempre relativo in letteratura − nel senso vulgato del termine; preferiamo intendere “perfetto” in senso etimologico, cioè “finito”, ‘portato a compimento’, perché davvero si tratta di un macrotesto assemblato e curato − si oserebbe dire cesellato − fin nei minimi particolari.

 

E per particolari vogliamo qui ragionare, a partire dal breve ciclo che occupa una delle posizioni centrali della raccolta, i Poemi di Ate: costituito da tre sezioni, Ate, L’etera e La madre, apparve per la prima volta a stampa su Vita italiana il 10 ottobre 1896 prima di confluire nei Conviviali con poche varianti formali.

 

Il filo conduttore tra le sezioni risiede nella follia cui vanno incontro i protagonisti per aver commesso ciascuno un crimine diverso, ma parimenti abominevole. La «Ate» da cui i Poemi prendono il nome era in effetti la divinità greca della colpa e dell’errore che la tradizione omerica indicava come figlia di Zeus: l’omonimo sostantivo, ἄτη, -ης (àtē, -ēs), “accecamento della mente”, “follia” e, per estensione, anche “colpa” e “sventura”, deriva dal verbo ἀάω (aàō) che alla diatesi attiva ha come significati “ingannare”, “sconvolgere”, mentre alla diatesi media quelli di “smarrirsi”, “essere accecato”. La personificazione di tali sentimenti ha come prima attestazione letteraria Iliade ix, 657, dove il vecchio precettore Fenice esorta Achille a non cadere dalla parte del torto nel rifiutare i messaggeri e i doni profferti da Agamennone come risarcimento per la scelta di Briseide, pena lo sperimentare lo sdegno di Ate e delle sue sorelle, le Litài (λιταί, “preghiere”), che la seguono con passo malfermo. Nota anche ad Esiodo (Teogonia, 230) che la voleva figlia dell’Anarchia (Δυσνομία, dusnomìa), a sua volta creatura di Eris (Ἔρις), dea della discordia, Ate assumerà forti caratteri demonici nelle tragedie di Eschilo (Agamennone, vv. 1227-30; Coefore, vv. 382-83; I sette contro Tebe, vv. 956-58; Prometeo legato, vv. 1072-73; I Persiani, vv. 97-100) e di Sofocle (Aiace, vv. 362-63 e v. 848; Antigone, v. 533), quali il passo zoppicante e la foga nell’inseguire chi non rispetta le preghiere (Agamennone, vv.1432-33 e Coefore, v. 383).

 

Il doppio binario della poesia del poeta, quello del modello illustre in greco e quello della creazione personale in italiano, ci viene restituito «nello specchio delle sue carte» grazie alla teca digitale messa a punto dalla collaborazione tra la Scuola Normale Superiore e la Fondazione Pascoli.

 

Il primo dei Poemi dedicati alla dea dell’errore, costituito da quattro lasse di diseguale ampiezza di endecasillabi sciolti, è intitolato appunto Ate e ha come protagonista l’omicida Mecisteo di Gorgo: in fuga dalla propria città, prende la via della campagna dei «campi glauchi d’orzo» (v. 3), che con la distanza si fa sempre più insalubre e inabitabile:

 

Presto e campi di glauco orzo e canori
olmi lasciava, e nella folta macchia,              10
nido di gazze, s’immergea correndo,
pallido ansante, e gli vuotava il cuore
la fuga, e gli scavava il gorgozzule,
e dentro dentro gli pungea l’orecchia.
Poi che un tumulto non udì né grida             15
più d’inseguenti, egli sostò. La sete
gli ardea le vene, ed ei bramava ancora
tuffare in una viva acqua corrente
la mano impura di purpureo sangue.

 

Nel folto di un campo paludoso, Mecisteo si lava le mani dal sangue e fa per bere allo stagno su cui si è fermato, rigoglioso di ninfee e di rose palustre dal caratteristico colore giallo. Lì l’omicida spera di trovare riparo dalla giustizia umana, salvo poi scontrarsi con quella della propria coscienza:

 

Una rana cantava non lontana,                     20
che lo guidò. Qua, qua, cantava, è l’acqua:
bruna acqua, acqua che fiori apre di gialle
rose palustri e candide ninfee.
Ora egli udì la rauca cantatrice                     25
della fontana, Mecisteo di Gorgo,
e seguì l’orma querula e si vide
a un verde stagno che fioría di gialle
rose palustri e candide ninfee.
Come egli giunse, la canora rana
tacque, e lo stagno gorgogliò d’un tonfo.      30
Or egli prima nello stagno immerse
le mani e a lungo stropicciò la rea
con la non rea: di tutte e due già monde
del pari, fece una rotonda coppa,
e la soppose al píspino. Né bevve.               35
L’acqua era nera come morte, e rossi
come saette uscite dalla piaga
erano i giunchi, e livide, di tabe,
le rose accanto alla ninfee di sangue.

 

Ecco che assistiamo, come ebbe a dire Nava, a una «sinistra metamorfosi della natura»: l’acqua che Mecisteo vorrebbe bere è in realtà un’acqua stagnante, densa di melma, che è «nera come morte» fra le sue mani; le rose si fanno nerastre e le ninfee, da bianche, si tingono del colore vermiglio del sangue sciacquato dalle sue mani; i giunchi escono dallo stagno come lame da un corpo offeso. Tutta la natura circostante diventa solidale con il senso di corruzione dell’anima che ha generato l’omicidio. Un brano, questo, non esente da risvolti antropologici. Sono anzi molto puntuali i rimandi alla gestualità rituale: la mano che diventa «impura» per il sangue versato, nel senso sacrale del termine; il bisogno di lavarla giungendola con l’altra «pura», senza il quale non è possibile bere − impossibile non pensare al celebre cameo shakespeariano di Lady Macbeth in Macbeth, I, v −; l’acqua come simbolo del rito di purificazione. Ma il lavacro delle mani non va a buon fine per via dell’acqua stagnante, inadatta al rito, e si conclude con la trasfigurazione della flora palustre in un marciume sanguinolento.

 

Mecisteo è inorridito da questa visione e non riesce a sostenerla:

 

E Mecisteo fuggì dal nero gorgo                   40
chiazzato dalle rose ampie del sangue;
fuggì lontano. Or quando già l’ardente
foga dei piedi temperava, un tratto
sentì da tergo un calpestío discorde:
due passi, uno era forte, uno non era           45
che dell’altra la súbita eco breve:
onde il suo capo inorridì di punte
e il cuore gli si profondò, pensando
che già non fosse il disugual cadere
di goccie rosse dentro l’acque nere,             50
né la lontana torbida querela
di quella rana, ma pensando in cuore
ch’era Ate, Ate la vecchia, Ate la zoppa,
che dietro le fiutate orme veniva.
Né riguardò, ma più veloce i passi
stese, e gli orecchi inebriò di vento.              55

 

Nella fuga, Mecisteo compie il primo passo verso la follia cui induce Ate: ha un’allucinazione uditiva. Nel passo claudicante che sente dietro di sé crede di sentire il gocciolio breve e irregolare del sangue nello stagno.

 

L’endecasillabo ternario al v. 53 condensa la concezione pascoliana della punizione della colpa: Ate non è una divinità baciata dal dono dell’immortalità, ma una vecchia zoppa che come un’implacabile cacciatrice, quasi animalesca, fiuta le tracce del sangue corrotto. Secondo Nava, è possibile una sovrapposizione sulla dea greca della «Poena» oraziana (Carmina, iii, 2, vv. 31-32: raro antecedentem scelestum | deseruit pede Poena claudo), che così Pascoli commentava nella sua antologia di testi classici Lyra (1895): «è zoppa, e perciò ritarda; ma infine raggiunge il malvagio, perché è perseverante» (p. 228).

 

Il campo ormai è un bosco, e il bosco diventa a poco a poco una spianata brulla di rocce appuntite. Per seminare Ate, Mecisteo è costretto a saltare di roccia in roccia come uno stambecco, incalzato da un’ulteriore allucinazione uditiva: avverte ovattati negli orecchi gli urli con cui accompagna ogni salto come se fossero di un altro. Nemmeno questo stratagemma fa perdere terreno ad Ate:

 

Ma trito e secco gli venía da tergo
sempre lo stesso calpestio discorde,
misto a uno scabro anelito; […]
[…]
era Ate, Ate la zoppa, Ate la vecchia,
che lo inseguiva con stridente lena,              65
veloce, infaticabile. E già fuori
correa da bosco, sopra acute roccie;
e d’una in altra egli balzava, pari                  70
allo stambecco, e a ogni lancio udiva
l’urlo e lo sforzo d’un simile lancio,
poi dietro sé picchierellare il passo
eterno con la súbita eco breve.

 

La conclusione, emblema della caduta morale di Mecisteo, ha il sapore amaramente giusto di un contrappasso dantesco:

 

Fin che giunse al burrone, alto, infinito,
tale che all’orlo non giungea lo stroscio
d’una fiumana che muggiva al fondo.
Allor si volse a lottar con Ate,                        75
il buono al pugno Mecisteo di Gorgo;
volsesi, e scricchiolar fece le braccia
protese, l’aria flagellando, e il destro piede
più indietro ritraeva…e cadde.
Cadde, e precipitando, Ate vide egli             80
che all’orlo estremo di tra i caprifichi
mostrò le rughe della fronte, e rise.

 

Dai campi alla palude, dalla palude al bosco, dal bosco al burrone: questi gli scenari che accompagnano la fuga e la caduta di Mecisteo di Gorgo. Come risulterà evidente al lettore non solo dei Conviviali ma anche delle altre raccolte, il mondo floreale gioca un ruolo non poco rilevante nell’universo poetico pascoliano: l’orzo dal colore chiaro, «glauco» e gli «olmi canori» accompagnano la prima tappa della fuga, in cui il pentimento potrebbe ancora avere luogo; le «candide ninfee», le «gialle rose palustri» e i giunchi aguzzi segnano la seconda tappa, in cui il rito di purificazione mancato porta all’ostilità da parte del mondo circostante; i selvaggi caprifichi sono l’ultimo dettaglio che Pascoli dà dell’orlo del burrone, e segnano la netta separazione dalla società umana, di cui la dolcezza delle piante domestiche è un simbolo.

 

[Leggi la seconda parte

 

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