17 febbraio 2020

Una natura di sangue. Giovanni Pascoli come non lo avete mai letto (seconda parte)

[Leggi la prima parte]

 

ΧΑΙΡΕ ΚΑΙ ΙΙΩ ΤΑΝΔΕ

Benvenuto, e bevi!

 

Con questo usuale saluto greco all’ospite, Pascoli porge all’amico De Bosis i suoi «canti da convito». Sotto il segno di questo inno all’Ellade, proseguiamo il nostro excursus all’interno delle sezioni dei Poemi di Ate.

 

Il secondo poema, costituito da sei lasse di diseguale ampiezza rispettivamente di 23, 33, 26, 31, 7 e 42 endecasillabi sciolti, è L’etèra: esso si presenta come un’ulteriore riprova della forza di Ate, pur non entrando mai in gioco la divinità in persona. Protagonista ne è Myrrhine «la molto cara», prostituta che si aggira da morta sotto forma di falena attorno al suo sarcofago. Lo sfondo naturale è azzerato dall’essenzialità del tempietto di marmo a lei eretto in mezzo ai campi, sul quale splende una lucerna. Sulla sua tomba sfilano amanti e conoscenti, ma l’attenzione della falena è rivolta su se stessa, su quel corpo così bello in vita che ha brama di vedere un’ultima volta, se non altro per placare l’inquietudine della morte: un corpo bianco e perfetto proteso tutta la notte al ricevere dentro di sé altri corpi, come la corolla di un fiore, che «si chiudea su l’alba/ avido ed aspro, senza più profumo» (vv. 16-17). Un corpo che, omaggiato con il rito funebre, è destinato comunque a incontrare l’oblio. Myrrhine osserva il corteo che se ne va dal tempietto:

 

L’anima, no. Rimase ancora, e vide
le luci e il canto dileguar lontano.
Era sfuggita al demone che insegna
le vie muffite all’anime dei morti;               60
gli era sfuggita: or non sapea, da sola,
trovar la strada; e stette ancora ai piedi
del suo sepolcro, al lume vacillante
della sua conscia lampada. E la notte
era al suo colmo, piena d’auree stelle;         65
quando sentì venire un passo, un pianto
venire acuto, e riconobbe Evèno.
Ché avea perduto il dolce sonno Evèno
da molti giorni, ed ora sapea che chiuso
era nell’arca, con la morta etèra.                 70
E singultendo disserrò la porta
del bel tempietto, e presa la lucerna,
entrò. Poi destro, con l’acuta spada,
tentò dell’arca il solido coperchio
e lo mosse, e con ambedue le mani,            75
puntellando i ginocchi, l’alzò. C’era
con lui non vista, alle sue spalle, e il lieve
stridio vaniva nell’anelito aspro
d’Evèno, un’ombra che voleva vedere
Myrrhine morta. E questa apparve; e quegli 80
lasciò d’un urlo ripiombare il marmo
sopra il suo sonno e l’amor suo, per sempre.
 

L’anima giunge quindi nell’«infinita opacità del vuoto» (v. 88) dove non esiste un’unica strada per il regno dei morti, ma ciascuno ha la sua per arrivarci: si tratta di un mondo speculare a quello dei vivi, con monti, strade e fiumi, ma i viandanti sono anime par suo. Myrrhine chiede indicazioni per la sua strada a diverse anime, senza ottenere risposta; si imbatte nell’anima dello stesso Evèno, che però non la riconosce e corre via lasciandola in un gomitolo di strade in cui si perde. Allora, è la colpa di Myrrhine a rivelarsi spontaneamente a lei:

 

 […] ansante, a un nuovo trivio incerto       125
sostò, l’etèra. E intese là bisbigli,
ma così tenui, come di pulcini
gementi nelle cavità dell’uovo.
Era un bisbiglio, quale già l’etèra
s’era ascoltata, con orror, dal fianco            130
venir su pio, sommessamente…quando
avea, di là, quel suo bel fior di carne,
senza una piega i petali. Ma ora
trasse al sussurro, Myrrhine l’etèra.
Cauta pestava l’erbe alte del prato             135
l’anima ignuda, e riguardava in terra,
tra gl’infecondi caprifichi, e vide.
Vide lì, tra gli asfòdeli e i narcissi,
starsene, informi tra la vita e il nulla,
ombre ancora più dell’ombra esili, i figli        140
suoi, che non volle. E nelle mani esangui
aveano i fiori delle ree cicute,
avean dell’empia segala le spighe,
per lor trastullo. E tra la morte ancora
erano e il nulla, presso il limitare.                 145

 

La natura in cui si sta muovendo Myrrhine è lo spettro del suo «io» più recondito: il delitto dell’aborto, simboleggiato dai feti che agitano le piante velenose inghiottite a tale scopo, si profila come la colpa che la donna deve espiare nell’aldilà. Per i greci, l’ asfodelo è il fiore infernale per eccellenza (Odissea xi, 539, 573), mentre il narciso è una varietà assai comune dall’odore particolarmente pungente, da cui il nome. La combinazione delle due varietà potrebbe non essere casuale: siccome i bulbi del narciso, al pari delle cicute e della segale cornuta, sono velenosi e all’asfodelo erano attribuite, per contro, proprietà anti-venefiche, la loro vicinanza potrebbe rappresentare che il gesto compiuto dalla donna è dalla difficile condanna. Da una parte, si è trattato di un omicidio di un essere umano non ancora pienamente formato; dall’altra, si è rivelato un mezzo per assicurarsi una forma di sopravvivenza. L’elemento naturale, ancora una volta molto legato al mondo floreale, è presente solo nell’anticamera dell’Ade, l’unico che ella poteva ancora sperimentare da morta: pur essendo il corpo di Myrrhine paragonato a un fiore, la falena resta una creatura che predilige il buio, momento in cui i fiori sono generalmente chiusi.

 

La via dell’Ade le viene mostrata, per paradosso, tramite i figli non nati paragonati nel loro muoversi ai piccoli di un rospo (la bodda) che trascinano gli arti inferiori («ranchi ranchi»):

 

E venne a loro Myrrhine; e gl’infanti
lattei, rugosi, lei vedendo, un grido
diedero, smorto e gracile, e gettando
i tristi fiori, corsero coi guizzi,                     150
via, delle gambe e delle lunghe braccia,
pendule e flosce; come nella strada
molle di pioggia, al risonar d’un passo,
fuggono ranchi ranchi i piccolini
di qualche bodda: tali i figli morti                155
avanti ancor di nascere, i cacciati
prima d’uscire a domandar pietà!
Ma la soglia di bronzo era lì presso,
della gran casa. E l’atrio ululò tetro
per le vigili cagne di sotterra.                    160
Pur vi guizzò, la turba infante, dentro,
rabbrividendo, e dietro lor la madre
nell’infinita oscurità s’immerse. 

 

Il terzo Poema di Ate, La madre, di sette lasse di endecasillabi sciolti di disuguale lunghezza, conclude la trilogia di Ate tra il platonico e il dantesco. Per la prima volta, il titolo pone l’accento non su colui che ha commesso il peccato ma su colei che l’ha subito: Glauco, percuotendo la madre, l’ha uccisa di crepacuore e ora sconta la sua colpa nell’Ade venendo sballottato da un vortice d’acqua impetuoso tra le pareti dell’antro, il cui unico rumore percepibile è lo scroscio delle onde e l’unica luce il luccichio delle pietre. Nessuna descrizione, nessun accenno all’ambiente circostante che esuli da queste caratteristiche: protagonista assoluto è il dramma dell’uomo, che vuole essere perdonato, e della madre ubriaca delle acque del Lete per mano del demone infernale. Ate è di fatto adombrata nell’antefatto del poema e non compare mai in prima persona.

 

Alla palude cui finalmente scende la madre impietosita è dedicato, per dir così, un breve cameo in una delle lasse centrali:

 

Oh! Non beveva che l’oblio del male,
la santa madre, e si levò piangendo,
e disse: «Io sento che il mio figlio piange.     95
Portami a lui!» Né il demone s’oppose;
ché cuor di madre è d’ogni Dio più forte.
E con lei scese, ed ella andò sotterra
sempre piangendo e giunse alla palude
Acherusìade. Ed ella errò tra l’alga                100
deforme, ed ella s’aggirò tra il fango,
sempre accorrendo ad ogni sbocco appena
sentia mugghiare una marea sotterra,
e il pianto venir su, dei morti,
sui neri fiumi, di sui i rossi fiumi.                    105
 

La palude Acherusia del Fedone (112-113), in cui le anime sostano per un tempo variabile per poi essere rispedite sulla terra sotto forma di animale, è dipinta con esili tratti: terra, fango, «scabre rocce» (v. 56); il solo elemento vegetale è l’«alga deforme» tra cui vaga la donna in cerca del figlio. I fiumi neri e rossi fanno riferimento rispettivamente l’Acheronte e il Piriflegetonte, il fiume di fuoco da cui secondo la tradizione platonica venivano travolti i «percotitori del padre e della madre».

 

L’ultima immagine che ci viene lasciata non è semplicisticamente quella di Glauco perdonato che ascende ai Campi Elisi, bensì quella del rinnovarsi delle reincarnazioni e quindi della fissità dei destini individuali. La colpa, così come la pena, di Glauco sono destinati a ripetersi all’infinito:

 

E Glauco ascese. E poi la madre e il figlio      121
vennero ancor dalla palude in terra,
l’una a soffrire, l’altro a far soffrire. 
 

Il trionfo di Ate può dirsi completo.

 

 

Per saperne di più:

Per l’ultima edizione commentata del testo: Giovanni Pascoli, Poemi conviviali, a cura di Giuseppe Nava, Torino, Einaudi, 2008.

Uno studio generale sui Conviviali consigliato è senz’altro quello di Francesca Sensini, Dall’antichità classica alla poesia simbolista: i «Poemi conviviali», Bologna, Pàtron, 2010.

Utile antologia pascoliana (che però non comprende i Poemi di Ate) è quella di Pier Vincenzo Mengaldo, Antologia pascoliana, Roma, Carocci, 2014.

Interessante è il già citato portale online Giovanni Pascoli nello specchio delle sue carte. L’archivio e la casa di Giovanni e Maria Pascoli a Castelvecchio [http://pascoli.archivi.beniculturali.it/], 2014. I video della presentazione presso la Scuola Normale Superiore di Pisa (parte prima e seconda, 23 gennaio 2014) sono visibili su youtube [https://www.youtube.com/watch?v=q-hsD-xvPS4]. Un suo ampliamento è stato presentato nella giornata di studi Le lettere segrete di Giovanni Pascoli tenutosi nella medesima sede il 17 maggio 2017 [https://www.youtube.com/watch?v=OLE0sNTx07c].

 

 
 
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