24 febbraio 2020

Alice Munro tra natura e letteratura

«La strada è a nord della casa; a est c’è un grande campo aperto; a sud il fiume, con una piana e un argine scosceso; a ovest, davanti alla casa, una bellissima veduta del paesaggio circostante». Il 10 luglio 1931, in una casa a mattoni nella cittadina di Wingham, Ontario, nasce la scrittrice Alice Munro, primogenita di Anne e Robert Laidlaw. Il paese e il paesaggio d’origine, insieme alla casa d’infanzia, costituiscono gli scenari privilegiati dall’autrice per l’ambientazione dei suoi racconti. La potenza della scrittura si manifesta nel descrivere tutto ciò che le è, e le è stato, vicino fisicamente; mentre ripensa a un particolare luogo, anche se appartiene ormai al ricordo e alla memoria, Alice ne coglie le singolarità.  L’abitazione dove è nata e cresciuta, ad esempio, è l'ambientazione privilegiata dall'autrice, descritta in ogni singola parte nel racconto A casa. Munro tratteggia un quadro domestico partendo dai più piccoli particolari, dalle assi del soffitto alla carta da parati.

 

Allora ci pensavo come a un posto che avrei potuto non vedere mai più e il ricordo mi commuoveva molto. Vagavo mentalmente per le sue stanze. Sono tutti vani piccoli e, come succede nelle vecchie fattorie, non progettati per sfruttare l’esterno ma, al contrario, per ignorarlo il più possibile […] vedevo anche il soffitto della cucina, fatto di strette assi scanalate, tutte nere di fumo, e l’infisso della finestra mangiucchiato da un cane che era rimasto chiuso dentro prima che io venissi al mondo. Sulla carta da parati si riconoscevano le chiazze pallide di un camino difettoso, e mia madre ridipingeva il linoleum ogni anno in primavera, finché ci riuscì. Sceglieva sempre colori scuri – marrone, verde, blu –, poi con una spugna lo decorava a macchie gialle o rosso vivo.  

Il focalizzarsi sui dettagli è finalizzato alla circoscrizione dell’ambiente, dello spazio domestico che ricorda all’autrice un mondo familiare. È proprio dietro questa attenzione alle minuzie che si celano le azioni e le vite dei personaggi, dietro ogni sfumatura di colore sulla parete si nasconde un «finché riuscì» di sua madre, affetta dalla malattia.

 

Il legame inscindibile dell’autrice con le sue origini si evidenzia in maniera esemplare nel secondo racconto del “trittico di Munro”, Fra poco, che costituisce il sequel di Fatalità, di cui si è parlato nel precedente articolo. La protagonista delle vicende è sempre Juliet, ormai adulta: ha venticinque anni, vive a Whale Bay con Eric e da lui ha avuto una figlia, Penelope Porteous. Fra poco inizia raccontando un viaggio compiuto da Juliet nel 1969, quando ritorna con sua figlia nella città dove era nata e cresciuta, in Ontario. Una località molto simile a Wingham, il cui nome però non verrà mai rivelato nel corso della narrazione.

 

Nel passaggio dalla costa occidentale a quella orientale del Canada la protagonista riscopre il calore della sua terra: «i finestrini erano ancora abbassati; il vento caldo riempiva la macchina. Era piena estate: una stagione che, secondo Juliet, non arrivava mai sulla costa occidentale». Anche l’ambiente floristico è diverso, la fitta giungla del nord, fatta di boschi intricati e poderosi arbusti, è sostituita da una vegetazione più ordinata e in armonia con lo spazio circostante, «le latifoglie si curvavano in fondo ai prati scavando grotte d’ombra nero-azzurra, mentre le messi e i campi davanti a loro, sotto il sole a picco, alternavano l’oro al verde. Giovani piante di rigoglioso grano e orzo e granturco e fagioli – da far male agli occhi». Quando Juliet ritorna in questi luoghi sconfinati ricorda la sua adolescenza vissuta all’aperto, immersa nella natura, a contatto con la bellezza così primigenia e incontaminata della terra: «si fermarono in un paesino costruito su un’unica strada in una valle stretta. Dalle pareti dei versanti spuntavano massi di roccia fresca: era il solo posto per chilometri e chilometri dove fossero visibili rocce di quelle dimensioni».

 

Il paesaggio bucolico della campagna le si para davanti agli occhi, ne può percepire gli odori, i profumi, quell’aroma naturale che non era riuscita a dimenticare durante la sua vita in città: «i finestrini davanti erano abbassati e Juliet sentiva l’odore del fieno appena tagliato e imballato – nessuno faceva più i covoni di fieno ormai. Svettava tuttora qualche olmo isolato: autentiche rarità». In una lettera ad Eric aveva scritto: «qui il caldo è stupefacente in confronto alla costa occidentale. Anche quando piove». Un Canada idillico nelle sue sfumature, ma arcaico, nel riflesso della tradizione.

 

Juliet ritrova sé stessa nel paesaggio, ma non nella mentalità della sua città, ancora restia ai cambi di vedute, profondamente conservatrice e diffidente delle novità. Ritornare nel paese della sua infanzia significa per Juliet incontrare la sua famiglia, i suoi genitori, Sara e Sam, e far conoscere loro la nipote Penelope, nata al di fuori del matrimonio. «L’accoglienza che la sua vecchia terra riserva a Juliet e alla bambina nata fuori dal matrimonio è quella che ci si può aspettare da una cittadina rurale e bigotta», afferma la studiosa Marisa Caramella.

 

I genitori vanno a prenderla alla stazione del paese vicino per evitare i commenti; il padre ha dovuto lasciare il lavoro a scuola per via della scelta laica e anticonformista della figlia; il farmacista, vecchio compagno di scuola di Juliet, le fa qualche avance, seppur velata, e commisera la scelta obbligata del padre […] i genitori hanno staccato dalla parete il poster di un quadro di Chagall da lei mandato in regalo perché “troppo moderno”, imbarazzante […] e, dulcis in fundo, il pastore che viene a trovare la madre a casa sfida Juliet sulla scelta che ha fatto di non battezzare la figlia e di volerla far crescere “da pagana”. 

 

Juliet non comprende la sua famiglia, che sa adeguarsi agli stereotipi della gente comune, alle loro “false credenze”: «Tu non capisci» tenta di spiegare al padre. «Non ti rendi conto di quanto sia stupido tutto questo, e di come faccia schifo il posto in cui vivi, dove la gente dice cose del genere, e di come se raccontassi la vicenda alle persone che conosco io non mi crederebbero». 

Il duplice rapporto con l’ambiente, positivo verso il paesaggio, e conflittuale nei confronti della società, si ritrova anche nella biografia dell’autrice. Quando nel 1956 Munro trasloca con la sua famiglia nella West Vancouver, in un quartiere più benestante e facoltoso, ha difficoltà ad ambientarsi nella nuova casa. Alice accetta con fatica le case sempre più sfarzose e borghesi che il marito acquista per lei, conosce infatti le condizioni economiche della sua famiglia d’origine e il senso di colpa per averla abbandonata la divora nel profondo dell’animo: «Cresciuta in povertà, non era a suo agio nel livello di benessere e nel materialismo sfrontato degli anni Cinquanta […] Era quello che voleva mio padre, non lei. Come poteva vivere in relativo lusso, mentre suo padre lottava per sopravvivere come guardiano notturno in una fonderia a Wingham, dopo il fallimento dell’allevamento di volpi e visoni?» scrive la figlia Sheila.

                                                                                                                      

La casa a West Vancouver rispecchiava la personalità di mio padre, i suoi gusti, il suo interesse per la musica e l’arte… Mia madre era diversa. La ricordo intenta a scavare nel terriccio con un grosso cucchiaio d’argento in modo discontinuo, o a controllare che i nasturzi che aveva piantato stessero crescendo. Non aveva preso possesso della casa, come mio padre. 

 

«Le città del nostro passato mostrano come il fatto dell’abitare sia un problema complesso» spiega Philippe Daverio, un problema «che non può essere il prodotto di un piano stabilito univocamente, ma che si costruisce con l’azione quotidiana di ogni individuo e di ogni cittadino. Azioni non sempre motivate esclusivamente da problemi di ordine pratico, ma spesso anche spirituale e simbolico». Come Anne e Robert Laidlaw non riuscirono a comprendere la partenza di Alice da Wingham, così nel racconto Fra poco i genitori di Juliet, Sara e Sam, non capiscono le motivazioni della loro figlia. «Purtroppo, tua madre e io non viviamo dove stai tu» le ricorda il padre irremovibile: «È qui che abitiamo». Un'affermazione definitiva, che condensa il triplice rapporto che lega la famiglia, la protagonista Juliet e l'autrice con la natura e l'ambiente: un legame indissolubile con il luogo dove si è vissuto, che spesso influenza e determina le scelte più importanti della vita.

Juliet decide a tal punto di abbandonare l’Ontario e ripartire per l’Ovest.

La storia si conclude con un finale tipicamente incerto, «una conclusione inaspettata, quasi incongrua», la definisce Caramella.

 

Juliet ritornerà dalla sua famiglia profondamente cambiata pochi mesi dopo, per il funerale della madre Sara: «pensò che allora doveva essersi verificato un cambiamento del quale poi si era dimenticata. Un cambiamento che riguardava l’idea di casa» spiega Munro. «“Casa” non era a Whale Bay, con Eric, ma dove era stata prima per tutta la vita. Perché sono le cose che succedono a casa, quelle che cerchi di proteggere, meglio che puoi, più a lungo che puoi».

 

Per saperne di più

Si consiglia la lettura dell’antologia: Alice Munro, Racconti, Milano, Mondadori, 2013; e dell’introduzione all’opera a cura di Marisa Caramella. Per approfondire le vicende biografiche di Alice Munro si propone il testo di Sheila Munro, Lives of Mothers and Daughters. Growing Up with Alice Munro, Toronto, McClelland&Stewart, 2001. Sul rapporto tra natura e letteratura si suggeriscono i contributi di Flavio Caroli, Philippe Daverio e Sebastiano Vassalli, riuniti nell’opera Le anime del paesaggio, Milano, Interlinea, 2013.

 
 
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