30 settembre 2019

Ridere dei paradossi. La volontà di onnipotenza che si cela nel comico

di Agnese Mecella

Nel quadro La Risata di Umberto Boccioni viene raffigurato il volto di una donna che ride, unico elemento integro in un orizzonte di figure e forme scomposte, sola immagine distinta in una realtà saltata in mille pezzi. Il dipinto futurista rappresenta un tema caro al Novecento e rispecchia alcune delle teorie sulla risata elaborate da filosofi e artisti dell’epoca. Durante il ventesimo secolo, infatti, molti intellettuali, tra cui Freud ne Il motto di Spirito (1905) e Bergson ne Le rire (1900), hanno trattato della risata nelle proprie opere, cercando di comprendere questo fenomeno tanto usuale nella nostra vita quotidiana quanto complesso, e interrogandosi sulle sue funzioni e le ragioni che lo provocano. 

Umberto Boccioni, La Risata, 1911, via Wikimedia Commons. This work is in the public domain in its country of origin and other countries and areas where the copyright term is the author's life plus 70 years or fewer.

Il quadro di Boccioni sembra ben rappresentare il nesso ambiguo che lega il riso alle regole degli uomini: regole che riguardano il vivere insieme, la moralità, il buon senso, il pudore, l’intelligenza, ovvero le regole morali e razionali. Ne La Risata, infatti, viene rappresentato un mondo demolito: tutto è frammentato e irrazionale. Il fenomeno della risata, infatti, si produce proprio lì dove le aspettative vengono disattese, dove avviene il paradossale, quello che non è secondo le regole e secondo l’opinione comune, ciò che è assurdo, bizzarro e contraddittorio. Essa si manifesta, in altre parole, quando vengono scomposte le forme in cui si sviluppano le nostre vite. L'intento principale di questo articolo è quello di identificare un legame tra la risata e la contraddizione delle regole, tra la risata e il paradosso.

 

Perché giocare con le regole fa ridere?

 

Nel saggio Il Comico i due autori, D’Angeli e Paduano, scrivono un’introduzione dal titolo Contro la morale, la ragione, la morte in cui, passati in rassegna numerosi testi comici letterari e teatrali, cercano di spiegare da cosa si origini la risata che provocano. La risata occorre lì dove vengono disattese regole della morale comune o della razionalità. I testi comici sono caratterizzati dalla presenza di personaggi viziosi, pazzi o stupidi, da giochi di parole e paradossi. Si ride del diverso, del vizioso o del debole per istituire una normalità ma, allo stesso tempo, attraverso lo sguardo del diverso si vanifica quella stessa normalità, mostrando l’inconsistenza e l’illusorietà di alcune costruzioni umane, morali e razionali. Molto spesso la risata svela l’ipocrisia della morale o l’inconsistenza della nostra fiducia nella possibilità di conoscere e dominare il mondo razionalmente. Il testo di D’Angeli e Paduano tratta in modo approfondito questo argomento, attraverso numerosi esempi e citazioni di opere famose come, per esempio, Don Chisciotte, La Coscienza di Zeno, I Viaggi di Gulliver Il Malato Immaginario di Molière. 

 

Per citare un episodio tratto dal romanzo di Svevo, Zeno Cosini, durante il corteggiamento di Ada, conta gli scalini per arrivare all’appartamento di lei, in un gioco di m’ama-non m’ama che dà sempre un risultato positivo:

Io andavo a quella casa arrivandovi dai miei sogni; contavo gli scalini che mi conducevano a quel primo piano dicendeomi che se erano dispari ciò avrebbe provato ch’essa m’amava ed erano sempre dispari essendovene quarantatré.

Il protagonista compie ritualmente un’azione priva di logica, razionale e irrazionale al tempo stesso. 

 

I due autori de Il Comico, inoltre, sostengono che dietro la contraddizione delle regole della morale e della ragione si nasconderebbe, però, qualcosa di più profondo, e cioè il desiderio di onnipotenza dell’essere umano, la  voglia di contraddire la regola principale della vita umana: la morte. 

...nella dimensione comica vi è una tendenza oscura o proclamata, resistente o prevalente, ad affermare un desiderio di onnipotenza.          

Le situazioni in cui ci si fa beffa delle regole morali e razionali sembrerebbero nascondere il tentativo da parte dell’uomo di raffigurarsi come libero e privo di costrizioni, immerso in una situazione simile a quella di un dio o di un infante, caratterizzata dall’assoluta libertà nei confronti di tutto ciò che imbriglia la nostra esistenza e al contempo le conferisce una forma. La risata cela la necessità di svincolarsi dalla ragione

recuperando l’arbitrio senza condizioni e senza confini che caratterizza la dimensione infantile, e acquistando la libertà che batte le strade del sogno, delle visioni e dei desideri, e di essi adotta le leggi, sottrae agli obblighi del reale e delle regole logiche che lo organizzano.

Anche una riflessione sulla tradizione del carnevale, legata alla risata, porta ad un ragionamento riguardante questa tematica. Durante il carnevale i ruoli sociali si ribaltano, le regole vengono sovvertite in modo paradossale e i partecipanti indossano una maschera. La risata ha qualcosa a che fare con la divinità e l’assenza di limiti, con l’immaginare una dimensione in cui l’uomo è immortale e può trasgredire la sua natura e le imposizioni della società senza farsi alcun male. Per Georges Bataille:

il riso equivale a una sorta di rivelazione di un luogo assoluto, alinguistico e aideologico, che funziona da contestazione radicale di qualunque sistema razionale o aggregazione sociale. 

Molti autori hanno collegato la risata ad una dimensione di libertà dalle regole umane e quindi ad una condizione di onnipotenza.

 

Se rido di qualcuno o di qualcosa me ne distacco e mi metto in una posizione di superiorità nei suoi confronti, come se ciò che lui è non mi riguardasse. Anche se rido di me stesso ho altrettanto bisogno di distaccarmi da me per poter ridere. L’uomo ride solo quando riesce ad avere una certa distanza dall’oggetto del proprio riso. C’è un’identificazione che è solo razionale, ma non emotiva, perchè il meccanismo consiste nel «tacere la sensibilità [...] esercitando solo l’intelligenza» (Bergson). Spesso ci fanno ridere situazioni in cui ci rispecchiamo ma, tuttavia, nel ridere, trattiamo noi stessi come dei personaggi comici, non identificandoci totalmente con noi stessi. Quello che ci accade non può farci male. Quando invece la tragedia si incarna non riusciamo più a ridere. Quando subentra la profonda coscienza dell’irreversibilità di un atto con tutte le sue reali e tragiche conseguenze sulla nostra vita ecco che la risata non è più possibile.  

 

È dunque possibile ridere anche di se stessi e delle proprie disgrazie quando e come se le proprie disgrazie non avessero delle reali conseguenze sulla propria vita, come se ci si sentisse degli dei immortali e onnipotenti. Quando ridiamo di noi stessi ci poniamo quindi, in realtà, al di sopra di noi stessi. Una situazione fa ridere quando rompe una regola senza apportare nessun danno irreversibile o dal momento in cui si allontana razionalmente la coscienza dal danno in questione.

 

Riprendendo la definizione aristotelica del ridicolo, esso è «un errore o una bruttura che non dà sofferenza né danno» (Paduano).

 

Il desiderio di immortalità e onnipotenza è ciò che si celerebbe dietro la risata originata/provocata da un paradosso, dalla contraddizione assurda di certe regole; contraddizione che non crea alcun danno per chi ride.

Anche Aldo Palazzeschi, poeta italiano del Novecento, ha dedicato molta attenzione al tema della risata, scrivendo in prima persona testi comici. ll Codice di Perelà è un testo comico in cui la risata viene provocata proprio da una serie di situazioni paradossali che si susseguono e diventano mano a mano più assurde. Innanzitutto, il protagonista della storia, Perelà, che dovrebbe essere l’eroe della vicenda, è un uomo di fumo, un personaggio inconsistente, senza personalità e piuttosto silenzioso e passivo. 

 

La presenza anomala di Perelà nel mondo permette di disvelare l’inconsistenza delle regole umane morali e razionali, guardandole in modo straniato. Il racconto, sviluppato interamente attraverso dei dialoghi, è volto a mostrare la nebulosità dei discorsi evidenziando come il linguaggio, che dovrebbe essere uno strumento di comunicazione, sia in realtà un costrutto spesso privo di significato e volto a non veicolare nessun contenuto. La risata provocata nel lettore del Codice va a colpire le radici dell’esistenza umana e ne disvela la mancanza di senso. Senza senso appaiono anche le credenze morali e religiose e razionali degli abitanti della città del re Torlindao.

 

Sebbene Perelà non abbia alcun merito se non quello di non  avere un corpo, è inizialmente stimato da tutti tanto che alcune personalità cittadine vogliono addirittura presentarsi direttamente per poter rendergli omaggio: 

Il signor Perelà sia fatto passare in sala di udienza, il gentiluomo di servizio introdurrà i primi venuti. 
Il grande pittore Crescenzio Pacchetto...
Illustrissimo signor Perelà permettetemi di presentarvi insieme ai più devoti ossequi i sentimenti della mia viva riconoscenza. L’onore che voi mi prodigate facendomi conoscere un uomo come voi è da me altamente considerato Sono sicuro che voi risponderete affermativamente alla proposta ch’io vengo per farvi.Io aspirerei ad essere il vostro primo ritrattista. Sono sicuro che voi sarete il modello del mio capolavoro, ho già molte idee in proposito, e alla prossima esposizione nessun ritrattista del mondo, potrà competere colla mia opera. Vi prego perciò caldamente di non concedere ad altro lo stesso privilegio.

Attraverso la presenza di Perelà nel mondo si evidenzia l’inconsistenza delle costruzioni umane: i personaggi vogliono piacere a Perelà ma Perelà non fa che ripetere la sua solita frase «io sono molto leggero»; e benché sia passivo nelle vicende, non avendo né meriti, né colpe, tuttavia gli uomini, nel loro gioco di costruzione e interpretazione della realtà, gli conferiscono prima gli uni e poi le altre. Attraverso la presenza di Perelà il lettore può rendersi conto dell’insensatezza delle regole umane, sociali, morali e razionali: il mondo viene fatto saltare in mille pezzi, esattamente come nel quadro di Boccioni, e la risata si origina proprio dal gusto di stare al di sopra delle dinamiche umane. 

 

Oltre alla risata provocata nel lettore ci sono anche dei personaggi interni alla vicenda che ridono e, a ridere più di tutti, è Alloro, maggiordomo del re che si dà fuoco forse per diventare anche lui un uomo di fumo, dio tra gli uomini, come Perelà: «sembrava invasato da un pensiero fisso che lo faceva ridere come un folle».

 

Il pensiero di Alloro è molto probabilmente quello dell’immortalità e della mancanza di definizioni, il sogno di un’esistenza libera dal corpo e dalla realtà del dolore. Tuttavia la realtà innegabile del corpo trasforma il sogno di Alloro in tragedia: il personaggio muore e Perelà, ritenuto colpevole, condannato all’ergastolo. Perelà però è fatto di fumo e fugge dalla prigione semplicemente librandosi nell’aria, perché ciò che egli è, un essere privo di definizioni, che non appartiene a questo mondo. Non è un caso che non sia mai Perelà a ridere ma il lettore, perché la risata non è degli uomini né degli dei. Solo l’uomo che sogna di essere un dio può ridere di gusto. 

 

 

Per saperne di più:

Letture di riferimento:

Concetta D'Angeli, Guido Gaduano, Il Comico, Bologna 1999, Il Mulino.

Mikhail Bakthin, L’opera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale [1965], Torino 1995, Einaudi.

Henri Bergson, Il riso. Saggio sul significato del comico [1900], tradotto da Federica Sossi, Milano, Feltrinelli.

A cura di Lanfranco Caretti Palazzeschi oggi. Atti del convegno. Firenze 6-8 novembre 1976, Milano 1978, il Saggiatore.

Fausto Curi  Epifanie della modernità, Bologna 2000, CLUEB e Perdita d’aureola, Torino 1977, Einaudi.

Raffaele Donnarumma, Palazzeschi e il Codice di Perelà. Narrare nell’avanguardia, in «Belfagor», 2004, IV,  pp. 446 - 458.       

Alberto Godioli, Laughter from Realism to Modernism. Misfits and Humorists in Pirandello, Svevo, Palazzeschi, and Gadda, Oxford 2015, Legenda.

Guido Guglielmi, L’udienza del poeta. Saggi su Palazzeschi e il futurismo, Torino 1979, Einaudi.

Marco Maarchi, La parabola di Perelà, in A. Palazzeschi, Il Codice di Perelà, 2008, cit. pp.V-XLVIII.

Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, tradotto da D. Ciampoli, Milano 1927, Monanni.

Aldo Palazzeschi, Il controdolore [1913], in Marinetti e il Futurismo, a cura di L.De Maria, Milano 2017, Mondadori e Il Codice di Perelà. Romanzo futurista [1911], a cura di M.Marchi, Milano 2001, Mondadori.

Piero Pieri Ritratto del saltimbanco da giovane. Palazzeschi 1905 - 1914, Bologna 1980, Casa Editrice Pàtron.

A cura di Emanuele Zinato, Modi di ridere. Forme spiritose e umoristiche della narrazione, Pisa 2015, Pacini Editore.

 

Immagine originale:  April Fool's Day / Laughing Out Loud Mouth - Vettoriale. Crediti: Melody A Shutterstock

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