20 settembre 2019

“Degenerazione”. Il caso del medico-letterato che anticipò la questione dell'arte degenerata

di Domenico Cerrato

Una società cui appartenessero i capi ed i maestri del popolo, professori, letterati, deputati, giudici, impiegati altolocati, avrebbe la forza di esercitare un irresistibile ostracismo contro la pornografia. La «Società per l'educazione morale» dovrebbe imprendere l'esame delle produzioni artistiche e letterarie in merito alla loro moralità. La sua costituzione ci garantirebbe che l'esame non sarebbe fatto su concetti meschini, leziosi o da baciapile. I suoi membri sarebbero/colti e avrebbero gusto a sufficienza per distinguere la nessuna scrupolosità di un artista moralmente sano, dalla bassa speculazione di un ruffiano che scrive. Se una società esame simile, cui appunto per questa sua attività accederebbero i migliori uomini del popolo, dopo aver fatto un serio, e, conscia della sua grave responsabilità, dicesse di un individuo: «è un delinquente!», e di un'opera: «è un'onta per il nostro paese!», uomo ed opera sarebbero annientati.

Il passo citato è tratto da una traduzione di un’opera originale scritta in tedesco. L’autore, fiero rappresentante della cultura linguistica teutonica, acceso attivista politico e convinto promotore della censura in campo artistico, è vissuto a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo e morto nella prima metà del Novecento. Espressioni riferite al mondo dell’arte come «opere moralmente sane», «ostracismo contro la pornografia», «onta per il nostro paese», «annientare uomo ed opera» rimandano, nel sentire comune, a un determinato (e terribile) momento politico della storia della Germania. L’opera in questione non è però, a differenza di quanto possiamo immaginare, il Mein Kampf di Adolf Hitler, ma il saggio Degenerazione dell’ebreo e leader sionista Max Nordau.

 

Pubblicato per la prima volta nel 1892, trentadue anni prima dell’opera che condensò il pensiero nazionalsocialista, il saggio Entartung (titolo originale di Degenerazione) risente fortemente del clima culturale nel quale è stato scritto. Positivismo, darwinismo sociale, scienza e pseudoscienza contribuiscono alla realizzazione di un testo ambizioso quanto, ai nostri occhi, bizzarro. Prima di tutto per via del genere: Degenerazione consiste infatti in un’estesissima e poliedrica indagine clinica sull'arte europea sette-ottocentesca, nella quale Nordau, seguace delle teorie di Cesare Lombroso, concentra i propri sforzi sulla ricerca di un presunto “morbo degenerativo” e individua nelle disfunzioni psichiche degli autori il terreno fertile su cui si sono sviluppate le maggiori correnti artistiche, letterarie e musicali del secolo e mezzo che lo hanno preceduto.

 

L’eterogeneità dei temi trattati nell’opera è senza dubbio da ascriversi alla più facile commistione dei saperi specialistici nel periodo di fine Ottocento. L’esperimento di Entartung, però, risente molto anche della curiosità del proprio autore. Chi è Max Nordau? Attivista sionista, medico, giornalista, romanziere, sociologo, epigono di Lombroso. Si tratta di un’intelligenza poliedrica e interessata ai più svariati ambiti della cultura, ma che deve fare i conti con le contraddizioni della propria identità. Nordau, al secolo Simon Maximilian Südfeld, nasce nel 1849 a Pest, nell’Ungheria dell’Impero Austroungarico, in una famiglia ebraica di cultura tedesca. L’utilizzo di un nome sostitutivo corrisponde a una precisa scelta identitaria maturata durante la prima adolescenza; in seguito alla progressiva magiarizzazione della cultura statale ungherese, suo padre, insegnante di tedesco, è costretto ad abbandonare il proprio ruolo. Il giovane Simon ripudia, per reazione, la cultura ungherese, così come la fede ebraica, adottando lo pseudonimo che manterrà tutta vita, segno di un’aconfessionale assimilazione alla cultura tedesca. L’abbandono dell’ebraismo, in favore di una visione materialistica e positivista del mondo, è del resto in linea con quella di una nuova generazione di giovani ebrei, pronti a ripudiare la superstizione e ad accogliere a pieno quello scetticismo che è cifra dell’età moderna. Una volta laureatosi in medicina, Nordau abbandona l’Ungheria grazie ai risparmi guadagnati come redattore e si trasferisce a Parigi, dando vita alla propria avventura apolide. È in Francia che l’autore sviluppa i due rami della propria parabola intellettuale. Da una parte ottiene un dottorato e inizia ad esercitare la professione di medico, venendo a contatto con i malati psichiatrici e sviluppando il proprio interesse per le teorie della fisiognomica, allora endemiche; dall’altro, in seguito all’Affaire Dreyfus e a episodi antisemiti subiti in prima persona, matura una coscienza identitaria che lo porterà a diventare, insieme a Theodor Herzl, uno dei massimi leader del nascente movimento sionista. È all’interno del primo ambito, quello medico-psichiatrico, che cresce in Nordau l’attenzione scientifica nei confronti del morbo degenerativo. Ma cosa si intende, esattamente, per degenerazione?

 

L’idea di degenerazione ricorre più volte nel corso del pensiero della cultura occidentale e assume, a seconda dei contesti, valore politico, filosofico, letterario, biologico, medico. Il concetto, al di là della specifica manifestazione lemmatica, è presente già nel mondo antico: Erodoto, Platone e Aristotele ne trattano ad esempio in relazione alla teoria dell’anaciclosi, ovvero la teoria dell'evoluzione ciclica dei regimi politici dovuta al naturale degradarsi di tutte le cose. In latino il sostantivo degeneratio indica nel linguaggio tecnico una mutazione, in peggio, di una specie vegetale o animale ed è quindi usato per indicare, anche in ambito morale, ciò che è ignobile perché lontano dalla propria origine. Per quanto riguarda il lessico clinico, degeneratio viene sancito come tecnicismo europeo nel Seicento all’interno del Lexicon Medicon realizzato dal medico messinese Bartolomeo Castelli, un lemmario volto alla chiarificazione delle secolari stratificazioni lessicali avvenute proprio in ambito medico: di nuovo, il termine indica un allontanamento dall’origine e una trasformazione in qualcosa di peggiore.

 

Anche il concetto di un allontanamento malevolo da un’origine pura ha plasmato lungo i secoli il pensiero occidentale. Nella Genesi Adamo ed Eva, macchiatisi del peccato originale, sono cacciati dal paradiso terrestre e costretti a una vita di fatica e dolore. Parimenti, l’agognata età dell’oro celebrata nella letteratura pagana presuppone un allontanamento dell’uomo da una condizione iniziale felice e armoniosa con gli altri individui e la natura. La teorizzazione definitiva in ambito filosofico di questa mutazione antropologica – dal positivo al negativo – avviene nel Settecento ad opera di Jean-Jacques Rousseau, che nel Discorso sull'origine e i fondamenti dell'ineguaglianza tra gli uomini postula uno stato di natura in cui gli uomini vivevano «liberi, sani, buoni, felici». Anche in ambito scientifico, nel corso del Sei e Settecento, la degenerazione indica un allontanamento biologico da un tipo standard originario; se nella monumentale Storia naturale di Buffon questa non ha valore negativo, essendo attribuita a un necessario adattamento ambientale, nelle opere degli scienziati posteriori inizia ad assumere il senso di devianza dall’originale perfetto. Nel 1859, però, con la pubblicazione de L’origine delle specie, Charles Darwin rivoluziona la storia della biologia e inverte il paradigma della mutazione. Secondo il meccanismo della selezione naturale, infatti, la trasformazione delle specie animali e vegetali è dovuta alla più agevolata trasmissione genetica da parte degli individui che si adattano meglio all’ambiente in cui vivono. La mutazione, quando dà vita a caratteri ereditari positivi, diviene il primo tassello dell’evoluzione.

 

Il clima filosofico e scientifico in cui si forma Nordau è fortemente condizionato dalla rivoluzione darwinista. Se l’uomo, al pari delle altre specie, non si allontana da un’originaria perfezione, allora vi può tendere sempre di più. Le correnti di pensiero che ricadono sotto la denominazione di “darwinismo sociale” applicano all’ambito sociale, sottraendoli al loro contesto naturalistico, i concetti di selezione naturale e lotta per la sopravvivenza. Darwinismo sociale e biologico influenzano così anche gli studi psichiatrici di fine Ottocento. Cesare Lombroso, padre dell’antropologia criminale, sostenitore della fisiognomica e ispiratore di Nordau, è tra i maggiori studiosi del cosiddetto atavismo, il fenomeno biologico attraverso il quale tratti primitivi appartenenti a stati evolutivi precedenti si manifesterebbero in individui odierni. La degenerazione è dunque per Nordau una mutazione negativa, il ritorno di caratteri involuti tipici di uno stato biologico-sociale passato e, perciò, inadatto all’umanità intesa come specie e organizzazione sociale contemporanea. Come riconoscere questa deviazione? La fisiognomica e la frenologia ottocentesche individuano uno stretto rapporto tra i caratteri psicologico-morali di una persona (e dunque le sue azioni) e il suo aspetto fisico. Nordau, però, si spinge oltre. Per il medico ungherese è infatti possibile scorgere il male anche all’interno dell’espressione artistica:

I degenerati non sono sempre delinquenti, prostitute, anarchici o pazzi dichiarati. Talvolta sono scrittori ed artisti. Questi però esaminati rivelano gli stessi caratteri morali e fisici caratteristici di quella famiglia antropologica che soddisfa i suoi insani istinti col coltello dell’assassino e colla cartuccia del dinamitardo, invece che colla penna o col pennello.

Decenni prima della nascita della critica psicanalitica, Nordau legge le opere d’arte attraverso il filtro clinico, allo scopo di individuare i disturbi piscologici degli autori. Tra i degenerati di Entartung troviamo i maggiori artisti dell’Ottocento europeo. La pittura dei preraffaeliti inglesi è considerata patologica in quanto condizionata dall’impulso incontrollato a dipingere particolari e sovraccaricare la rappresentazione di elementi secondari, indice dell’incapacità degli autori di utilizzare in modo virtuoso la propria attenzione. Lo stesso, trasposto nella dimensione letteraria, avviene per il prolisso romanzo russo, caratterizzato dalla mancanza di gerarchia di attenzione che è evidenziata dalla sovrabbondanza di informazioni; Tolstoj, in particolare, con il suo panteismo misticheggiante (che si ripercuote in una scrittura in cui «non si risolve a recidere le migliaia di legami che avvincono un uomo, un fatto, un pensiero a tutto lo svolgimento sociale») e la sua predilezione per gli strati più ignoranti e meno abbienti della società, è preso come esempio di una mentalità deviata e irrazionale. Neanche la musica sfugge alla critica di Nordau: a Wagner, apprezzato da Hitler ma spregiato dal nostro autore anche per via del suo antisemitismo, è diagnosticata una grave forma di misticismo; inoltre, la sua idea di Gesamtkunstwerk (opera d’arte totale), concepita come sintesi ultima di ogni manifestazione artistica, sarebbe contraria ai principi evolutivi per i quali tutte le arti, al pari delle specie viventi, si sono sviluppate secondo una propria logica specialistica. La seconda parte dell’opera è dedicata ai degenerati egotisti, affetti da una patologica esaltazione di sé, dotati di un eccesso di sensibilità ma sprovvisti di reciprocità emotiva: tra questi troviamo Charles Baudelaire, Oscar Wilde, Henrik Ibsen e, naturalmente, Friedrich Nietzsche. L’ultima vittima illustre di Nordau è Émile Zola: il realismo letterario di questi non sarebbe dovuto a una fedele indagine della realtà, bensì alla perversa e soprattutto compiaciuta rappresentazione delle nefandezze umane.

 

1999, Berlino. Presso i Musei Nazionali si tiene una mostra sulle maggiori tendenze artistiche del ventesimo secolo. Nella sala dedicata all’arte degenerata viene allestita la proiezione di un video del Führer che inaugura la prima mostra dedicata all’entartete Kunst, in occasione della quale, nel 1937, furono radunate ed esposte al pubblico ludibrio e disprezzo le opere degenerate secondo i parametri nazisti; non lontano dalla proiezione si trovano due vetrine in cui sono collocate, una accanto all’altra, la prima edizione di Degenerazione e quella del Mein Kampf, a sottolineare il passaggio concettuale tra le due opere. Nonostante nessuno studio abbia dimostrato con certezza i debiti diretti di Hitler nei confronti di Entartung, non si può certo negare la stretta analogia, relativamente all'opinione sull'arte, tra i due testi. È vero anche, però, che la ferocia mostrata da Nordau nei confronti della minaccia della degenerazione è di per sé un paradosso. L’autore è infatti conscio che questa, secondo i principi darwiniani, alimenta caratteri inadatti alla società contemporanea ed è dunque impossibile che si propaghi a livello genetico, tramite discendenza, tra la popolazione europea.

 

Propagazione genetica della degenerazione e adattamento sociale sono i due binari che guidano la ricerca di Nordau. Se la prima, al centro dell’attenzione di scienze e pseudoscienze di un secolo fa, è stata ormai accantonata, non possiamo dire lo stesso del secondo tema. Guardando oltre la patina lombrosiana che ricopre Entartung, infatti, ritroviamo una serie di fenomeni psico-comportamentali (quali il nervosismo, la sovraeccitazione, l’eccesso di stimoli e informazioni) o sociali eminentemente moderni e per nulla indifferenti alla (allora) nascente sociologia – per citare due opere cruciali pubblicate anch’esse nell’ultimo decennio dell’Ottocento: Il suicidio di Émile Durkheim e La metropoli e la vita dello spirito di Georg Simmel. Ma c’è dell’altro. L’ultimo paragrafo di Entartung, intitolato “Il secolo ventesimo”, assume i toni dell’apocalisse di un profeta reazionario: Nordau immagina un futuro in cui uomini e donne vestiranno look androgini, lobby parlamentari approveranno la legalità dei matrimoni omosessuali e alcuni individui, impazziti, scenderanno nelle pubbliche strade armati e intenti a compiere stragi tra i passanti. Se alcune predizioni di Nordau, al di là della sua personale interpretazione morale, hanno trovato riscontro nella realtà, è giusto allora non sottovalutare in toto le intuizioni dell’autore. Diversi problemi sollevati da Entartung, privati dell’impianto lombrosiano, continuano a stimolare il dibattito intellettuale: alcuni tra gli ultimi casi editoriali della saggistica italiana ne danno prova.

 

In Teoria della classe disagiata (Minimum Fax, 2017), Raffaele Alberto Ventura descrive come i figli della classe media contemporanea, in preda a velleità artistico-culturali, stiano prosciugando i patrimoni accumulati dalle proprie famiglie in una metaforica guerra di logoramento, alla ricerca di beni posizionali di tipo culturali che garantiscano loro il giusto riconoscimento e continuando a rinviare la scelta di una stabilità economica e familiare. Riconoscimento e imitazione, paradigmi centrali per la riflessione dell’autore e mutuati dalla teoria del desiderio mimetico di René Girard, sono anche i binari attraverso i quali, secondo Nordau, le correnti artistiche degenerate si propagano all’interno della società. Nella “Premessa” al suo saggio Ventura cita l’esperimento del duca Jean des Esseintes, protagonista del romanzo Controcorrente di Huysmans, il quale decide di introdurre il giovane e povero Auguste Langlois ai piaceri della lussuria, salvo in seguito privarlo di questi, in modo tale da generare un assassino. Il passo, citato anche da Nordau in Entartung, delinea il meccanismo di creazione di un individuo antisociale. Se i disagiati di Ventura non sono i degenerati di Nordau, è però vero che entrambe le categorie sono accomunate dalla frustrazione e da un malsano rapporto tra immaginazione e desiderio (da un lato) e percezione della realtà sociale (dall’altro); disagiati e degenerati rifiutano la normalità di un’esistenza media, preferendo rintanarsi nelle proprie fantasticherie vaghe e difficilmente realizzabili. Ai primi forse il medico ungherese avrebbe attribuito gli stessi vizi con cui in Entartung dipinge i poeti simbolisti: «la vanità senza limiti e l’opinione esagerata dei propri meriti, la forte emotività, il pensiero confuso e incoerente, il vaniloquio […], l’inattitudine completa al lavoro serio e produttivo». Anche il tema della censura è quanto mai attuale. Non si può asserire che in Teoria della classe disagiata Ventura lodi il sistema di regolamentazione culturale sovietico, tuttavia a quest’ultimo è riconosciuta la capacità di arginare la proliferazione di aspiranti artisti. Una prospettiva completamente ribaltata anima invece Censura subito!!! (2019) del provocatorio musicista statunitense Ian Svenonius, tradotto e pubblicato in Italia da Nero/NOT a quattro anni di distanza dall’originale. Nella sua raccolta, Svenosius proclama l’assoluta necessità della censura, al contrario di Nordau non per impedire il proliferare delle opere degenerate, quanto proprio per attribuire reale valore insurrezionale ad opere altrimenti assimilate nella società capitalista.

 

Ha dunque senso rileggere Degenerazione oggi? Sì, anche solo per il suo valore all'interno della storia della letteratura. Compilando la propria lista nera, Nordau ha realizzato un anti-canone in grado di delineare le grandi correnti artistiche del Romanticismo e del Decadentismo europeo, fornendo ai letterati del Novecento il modello degli autori degenerati, dannati e al contempo, proprio per questo, consacrati.

 

 

Per saperne di più:

L'ultima edizione della traduzione italiana di Degenerazione risale al 1923. Attualmente l'opera integrale non è in commercio. Nel 2009 Piano B Edizioni ha pubblicato un compendio (comprendente la prima e l'ultima parte del volume originario).

Saggi utili a un approfondimento dell'argomento sono:

Gabriella Pelloni, Tra razza, medicina ed estetica. Il concetto di degenerazione nella critica culturale della fin de siècle, Unipress, Padova 2008.

Renzo Villa, La critica antropologica: orizzonti e modelli di lettura alla fine del XIX secolo, in A. Burgio (a cura di), Nel nome della razza. Il razzismo nella storia d’Italia, 1870-1945, il Mulino, 1999.

 

Immagine originale: Neanderthal man face isolated on black. Crediti: Andrea IzzottiShutterstock.com

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