10 ottobre 2019

Lo strano caso dei composti aplologici tra riflessione filosofica e analisi morfologica. Un viaggio attraverso Carroll e Deleuze (parte seconda)

di Alessio Giordano

[leggi la prima parte]

 

Le parole-bauli, nel modo in cui Carroll le utilizza e Deleuze le analizza, prendono forma attraverso espedienti morfologici (in questo caso dell’inglese) raramente giustificabili e, talvolta, incomprensibili. Ma tra le altre lingue del mondo si offrono esempi meno forzati e più spontanei di formazioni di questo tipo.

 

La capacità di produrre e comprendere questi nuovi lessemi si fonda sull’ipotesi che i parlanti dispongano di un sistema di regole applicabili a livello di morfologia derivazionale, chiamate regole di formazione dei lessemi (Anna Maria Thornton) o regole di formazione di parola (Sergio Scalise). Altri studiosi come Joan Lea Bybee, tuttavia, hanno invece posto l’accento non tanto su una competenza innata del parlante, quanto sull’abilità nell’utilizzo di modelli già presenti nella lingua madre, applicati per via analogica a diversi lessemi (ad esempio la creazione del neologismo petaloso , dal lessema “petalo”, a cui è stato aggiunto il suffisso “-oso”, tipico delle forme aggettivali in italiano). Senza entrare nel dettaglio del dibattito, basti dire che la possibilità di unire, sciogliere e convertire morfemi tra loro è nota già dai primi dell’Ottocento. Lo notava, peraltro, Karl Wilhelm von Humboldt , in Sulla differenza della struttura linguistica dell'uomo e sulla sua influenza sullo sviluppo spirituale del genere umano [ Über die Verschiedenheit des menschlichen Sprachbaues und ihren Einfluss auf die geistige Entwicklung des Menschengeschlechts ] (1836), mostrando forme di ciò che lui definiva neozelandese e che noi chiameremmo oggi lingua māori ; in questa lingua – sostiene Humboldt a partire dalla consultazione del celebre Grammar and Vocabulary of the Language of New Zealand compilato da Samuel Lee e Thomas Kendall nel 1820 – si possono notare lessemi come mutu , “fine”, che si può scomporre nei morfemi mu , “POST.ultimo”, e tu , “stare”. Altro esempio di questo tipo è pono , “verità”, che deriverebbe da po , “notte”, e noa “liberare” e “sciogliere”.

 

Una menzione a sé merita invece la parola marama , che ora analizzeremo meglio; si può dire, citando Humboldt, che «i suoni più semplici hanno significati sommamente generali quali ‘movimento’, ‘spazio’, ecc. come ci si può convincere confrontando gli articoli del dizionario dedicati ai suoni vocalici». Trova il suo senso, dunque, anche il primo lemma del suddetto dizionario, “ a ”, di cui si legge: «[it] signifies universal existence, animation, action, power, light, possession cet. also the present existence, animation, power, light cet. of a being or thing». Ora, il lessema marama presenta una situazione morfologica interessante: possiede il morfema ra , che significa “forza”, “salute” e “sole”, e il morfema ma , “chiaro”, “bianco”. La parola mara , da sola, ha il senso di “luogo illuminato dal sole” e “persona che sta di fronte a chi parla”, probabilmente a causa del rilucere del viso. Tuttavia, se al lessema mara si aggiunge nuovamente il morfema ma , dando luogo alla forma composita marama , allora essa acquista i significati di “luce” e di “luna”, nel senso di “luogo bianco che sta di fronte al sole ed è illuminato dal sole, la cui luce riflette”.

 

Il caso del māori, interessante per le sue implicazioni morfosemantiche, mostra tuttavia la tipica situazione di una lingua naturale in cui tali costruzioni trovano il loro senso per mezzo del vasto uso e del consenso che riscuote dai parlanti, per i quali è del tutto normale utilizzare forme come marama ; così non è, invece, per i parlanti inglesi o italiani, i quali, nonostante alcune situazioni giustificate dalla morfologia derivazionale, non comprenderebbero lessemi come frumious ( fumioso ) a meno che questi non siano inseriti in un contesto tanto singolare quanto bizzarro, che è quello appunto costruito da Lewis Carroll. In frumious , infatti, come anche in snark , l’unione dei morfemi radicali (“fuming” e  “furious” nel primo caso, “shark” e “snake” nel secondo) è testimonianza di un evento singolare; in inglese, infatti, così come utilizzando le parole “good” e “look” possiamo creare la forma composta good-looking , “di bell’aspetto”, potremmo anche dar vita al composto snake-shark , e da qui contrarlo in una forma * sn’ark . Non sarebbe così strano, dunque, dal momento che formazioni di questo tipo le rinveniamo anche in altre lingue del mondo, come il cinese, che presenta la forma hǎokàn ( 好看 ), “good-looking” dove hǎo significa “good” e kàn “look”. Anche in ebraico moderno riscontriamo la forma tov-mar’e (טוֹב מַרְאָה), “di bell’aspetto”, che è composto sempre da tov , “good” e mar’e , “look”.

 

In ognuno di questi casi, come anche nell’inglese * sn’ark , v’è la compresenza di due morfemi (o lessemi) precisi. In Carroll, invece, assistiamo alla formazione di neologismi non riconducibili etimologicamente agli elementi che li compongono. Ne è un esempio snark (e non * sn’ark ), che vuole indicare un concetto unico, innovativo, non riconducibile alle due parti da cui è formato. Lo stesso, in un certo qual modo, vale per fumioso , laddove l’italiano ci concederebbe la possibilità di creare la forma * furio-fumoso , composto da “furioso” e “fumoso”, che resterebbe però inevitabilmente, ancora una volta, legata ai due morfemi che la compongono. No: Carroll vuole mostrare che queste due strane forme resistono alla riconduzione verso i significati originari dai quali scaturiscono, rimandando ad una ulteriorità di senso che non è colta dalla composizione dei morfemi, ma dalla formazione creativa di una nuova unità , che il lettore però riuscirà in qualche modo a desumere a partire da alcuni aiuti forniti dallo stesso autore.

 

Ulteriori esempi di questo tipo di creazione vengono dall’italiano, dal cinese e dell’esperanto: l’italiano ferrovia , ad esempio, si compone delle parole “ferro” e “via”, ma non si limita ad essere una via di ferro , è qualcosa di più. In esperanto, allo stesso modo,  abbiamo la forma fervojo , “ferrovia”, composta da “fero” e “vojo” ma, anche in questo caso, non è una fera vojo , “via di ferro”; in cinese, infine, troviamo la forma tiělù ( 铁路 ), “ferrovia”, composta da tiě , “ferro” e , “via”. Le parole-bauli fanno emergere, dunque, nuove relazioni di significato, che la morfologia derivativa da sola non saprebbe creare. Esse sono espressione non tanto di regole che operano a livello morfologico, quanto di espedienti semantici che stravolgono la morfologia , forzando le regole e i modelli derivazionali, per creare nuove parole. È necessario, dunque, approcciarsi allo studio di queste strutture analizzando nel dettaglio le occasioni morfologiche che si rinvengono tra le lingue nel mondo e la dimensione più profonda, ludica e creativa , alla base di queste formazioni linguistiche, che potrebbero ancora offrire delle cifre significative allo studio dell’origine del linguaggio.

 

 

Per saperne di più:

I testi in riferimento alle teorie linguistiche sono: Bybee, J.L. (1995), Regular Morphology and the Lexicon , in: “Language and Cognitive Processes”, 10/5: 425-455; Dardano, M. (2009), Costruire parole. La morfologia derivativa dell’italiano , Bologna, il Mulino; Matthews, P.H. (1974), Morphology. An Introduction to the Theory of Word-Structure , London, Cambridge University Press; Mel'čuk, I.A. (2006), Aspects of the Theory of Morphology , Berlin, Mouton de Gruyter; Scalise, S. (1994), Morfologia , Bologna, il Mulino; Thornton, A.M. (2005), Morfologia , Roma, Carocci.

 

Immagine: Wonderland hand drawn seamless pattern. Vector vintage monochrome illustration for tale Alice in Wonderland. Crediti: Kate_gr / Shutterstock

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