3 gennaio 2020

«Lasciateci parlare!» Il dialetto tra caos, tabù, pregiudizi e parole proibite

di Rebecca Bardi

Il rapporto tra lingua, società e storia, tra sincronia e diacronia, tra rigidità e mobilità delle strutture linguistiche, tra lingua scritta e lingua parlata, lo scarto tra italiano e dialetto non sono solo un denso impasto di concetti astratti, spesso confinati ai testi di linguistica o di filologia. Essi individuano, invece, un inizio e una fine con soggetti ben concreti: chi parla.

 

In un libro recentissimo, Il caos e l’ordine. Le lingue romanze nella storia della cultura europea (Torino, Einaudi, 2019), Lorenzo Tomasin imposta il proprio discorso di linguistica romanza, di storia della linguistica e di epistemologia attorno a un concetto cui fa perno tutta la cultura europea in senso lato: la profonda relazione tra la storia e i testi letterari che la attraversano. Fin dalla prima frase del primo capitolo: «Questo libro parla di lingua e di storia […]» [p. 3], come non pensare a quell’illuminante primo paragrafo della voce Filologia di Gianfranco Contini per l’Enciclopedia del Novecento (1977), intitolato proprio La filologia nella storia della cultura? Il rapporto insolubile tra filologia e storia, e tra filologia e strutturalismo, conduce le fila del discorso all’enunciazione di un «problema esistenziale» che è la ricostruzione del nostro passato:

 

Per un lato essa [la filologia] è ricostruzione o costruzione di un ‘passato’ e sancisce, anzi introduce, una distanza tra l’osservatore e l’oggetto; per l’altro verso, conforme alla sentenza crociana che ogni storia sia storia contemporanea, essa ripropone o propone la ‘presenza’ dell’oggetto. La filologia moderna vive, non di necessità inconsciamente, questo problematismo esistenziale. [p. 10]

 

Dalle parole come sempre non semplici − eppure geniali di Contini −, si possono estrapolare tre concetti fondamentali: 1) per mezzo della disciplina filologica il passato si può «ricostruire» ma anche «costruire», nel senso che leggere un testo significa interpretarlo, e interpretarlo significa renderlo attuale; 2) tra un lettore («l’osservatore») e il testo («l’oggetto») c’è una «distanza», una differenza cronologica, spaziale e culturale che va affrontata con ottica storiografica; 3) per Croce, ogni micro-storia ha un impatto ben visibile nel presente, vicino o lontano che sia.

 

Tenendo a mente questi concetti, si capisce bene come nel libro di Tomasin la storicità delle lingue e la necessità che la storia implichi sempre una qualche forma d’interpretazione siano nuova fiamma ai carboni, già di per sé ardenti, di una questione di lunga durata. Senza la storia a farle da sfondo, la lingua apparirebbe piatta, senza vita, e verrebbero a sfocarsi le due componenti che costituiscono la sua complessità e la sua bellezza: la struttura e il caos. Ce lo dice già il titolo del libro di Tomasin: all’interno di una lingua c’è una parte che potremmo immaginare come un’impalcatura rigida, dall’ordinata fissità, e quella è la fonologia − cioè il livello astratto di realizzazione dei suoni −; e c’è una parte che potremmo immaginare come organismo dall’incredibile mobilità, con viva presa nella realtà, che è il lessico.

 

Se andassimo a ricercare sul Vocabolario Treccani quali sono i significati di «lessico» troveremmo una voce di vocabolario strutturata in questo modo:

Dizionario, vocabolario, come opera che registra alfabeticamente le parole di una lingua dando di ciascuna la spiegazione. Il complesso dei vocaboli e delle locuzioni che costituiscono una lingua, o una parte di essa, o la lingua di uno scrittore, di una scuola, o di un qualsiasi parlante […]. La parte dello studio di una lingua che riguarda i vocaboli (nella loro origine, formazione, uso, significato, ecc.), correntemente detta «lessicologia».

Come si evince dal secondo significato di questa voce, opportunamente scorciata, e dalla definizione che si trova in qualunque manuale di linguistica italiana, il lessico è l’insieme delle parole di una lingua o «di una parte di essa» che muta a seconda del contesto storico e dei parlanti.

 

Tuttavia, è storicamente veritiero affermare che proprio questo «caos» e questa mobilità del lessico − soprattutto dialettale, occorre precisare, che possiede come si sa di notevoli specializzazioni tematiche − hanno causato non pochi scompensi a livello sociale: una conseguenza, ben tangibile ancora oggi, è il pregiudizio per cui al dialetto appartengono per la maggior parte parole sconce e inappropriate, giudicate troppo “sanguigne” e che come tali devono essere soppresse. Parole proibite, insomma. Proibite anche per un motivo molto semplice: la comprensione immediata, sia per orale sia per iscritto. A questo meccanismo è andata incontro anche la cosiddetta «letteratura dialettale riflessa», in cui rientrano ancora molti testi “sommersi” di cui non si conosce né il significato, né, più spesso, l’esistenza. Il termine fu coniato per la prima volta da Francesco Lorenzo Pullè (1850-1934), garibaldino della prima ora e glottologo, nei Testi Antichi Modenesi dal secolo XIV alla metà del secolo XVII editi nella collana Scelta di curiosità letterarie inedite o rare dal sec. XII al XVII, diretta da Giosuè Carducci: l’aggettivo «riflessa» voleva far riferimento all’uso deliberato che gli scrittori antichi facevano del dialetto. Dopo di lui, fu Benedetto Croce ad approntare un nuovo affondo nella questione: il saggio La letteratura dialettale riflessa. La sua origine nel Seicento e il suo ufficio storico, scritto nel 1921 ma poi confluito in una raccolta di pagine scelte allestita vicino alla morte, affrontava con un avvio «socraticamente polemico» − per dirla con Contini in Varianti e altra linguistica. Una raccolta di saggi (1938-1968), Torino, Einaudi, 1970 − la nascita della letteratura dialettale riflessa, che è da collocarsi visceralmente all’origine della nostra letteratura. La costellazione di testi in dialetto, frammisti all’italiano, come abbiamo già accennato è enorme − un esempio celebre tra gli studiosi è la tenzone tri-dialettale di Nicolò de’ Rossi − e pongono tutti un problema reale di non banale soluzione: il “doppio” pregiudizio secondo cui il dialetto sia deprecabile non solo in quanto vi si dicono cose “sporche”, ma anche perché nella (in)consapevolezza di un parlante esistano settori “ideali” che si possono dire solo in dialetto. Dalla parte della difesa del dialetto si è schierato anche Carlo Emilio Gadda nella Battaglia delle rane e dei topi, contenuta all’interno del saggio Divagazioni e garbuglio (Adelphi, 2019), dove lo scrittore polemizzava fortemente contro la tendenza alla censura dell’italiano verso turpiloquio e dialetto.

 

Un problema, questo, che si sono posti molti scrittori in dialetto dei nostri giorni: nell’area dialettale settentrionale, non si può non ricordare Raffaello Baldini (1924-2005), poeta in santarcangiolese tra i più grandi emblemi della letteratura nazionale contemporanea che così si esprimeva a proposito del suo personale “sentire” il dialetto nell’ultima intervista di Ennio Cavalli:

 

Il dialetto ha dei confini, cioè certe cose non ha le parole per dirle, ma il fatto è che anche nella testa di coloro che parlano in dialetto ci sono dei confini, cioè certe cose non le pensano, quindi non hanno bisogno di parole per esprimere quello che non pensano, è un piccolo mondo autonomo che è andato avanti, in questa autonomia, a lungo, fino a quando non sono cominciate ad arrivare delle cose da fuori... Mi ricordo, quando ero bambino, il racconto di un fortunoso atterraggio di un dirigibile, credo nei primi anni dieci, o nei primi anni venti, un atterraggio di fortuna, però non tragico, insomma, di un dirigibile. La cosa fu anche piuttosto spettacolare. Nella valle dell’Uso penso che fosse atterrato, e allora la parola dirigibile, che era una parola nuova, di un oggetto nuovo, fu tradotta in dialetto «e’ dirigebil». Così, anche quando arrivò la motocicletta, fu tradotta in dialetto «e’ mutóur», cioè il motore, perché la parte più sconvolgente di questa cosa nuova era il motore. Era una cosa che correva senza essere trascinata né da un cavallo né da un somaro. Poi però le cose che vengono fuori sono sempre cresciute, si sono moltiplicate, sono diventate tante tante tante, e a un certo punto il dialetto si è accorto che non era solo difficile, non era solo impossibile, ma era ormai ridicolo tradurre in dialetto tutto. E come fai a tradurre in dialetto le ‘cellule staminali’, come fai a tradurre in dialetto la ‘musica elettronica’? Ecco, allora il dialetto ospita l’italiano, ospita cioè tutte queste cose nuove che vengono da lontano, che vengono da fuori...

 

Il dialetto ospita l’italiano. Si confronta con parole irricevibili e con un’esigenza comunicativa enorme. Le poesie di Baldini ne sono un perfetto esempio, raccontando di situazioni quotidiane (la stazione, il treno, la nebbia, la neve) e di gente comune. Talvolta, per esigenze di altrettanta mobilità, il dialetto diventa una cosa ancora diversa: un impasto ibrido di dialetto e italiano che è funzionale alla lettura da parte di neofiti della lingua in questione. Andrea Camilleri (1925-2019) ce ne offre uno spaccato tramite la sua vasta produzione di sceneggiatore, giallista e romanziere storico: il dialetto del Commissario Montalbano non è certo completamente identificabile con quello che si sente oggi in Sicilia, e uno dei motivi può per semplicità ascriversi alla combinazione di due necessità: la prima, quella di “forzare” i limiti del dialetto per esigenze letterarie; la seconda, quella di rendere il testo accessibile ai non-dialettofoni tramite un’osmosi di sentimento della collettività.

 

«Nenè, ma se tu scrivi così chi ti capisce?»
«Leonà, io accussì sento di poter scrivere!»

 

 Lo scambio di battute tra Andrea Camilleri (Nenè) e Leonardo Sciascia, pur citato a memoria e quindi per forza di cose imperfetto, potrebbe essere la degna conclusione del nostro discorso: il sentimento è sempre il ponte di tramite tra scrittore e lettore.

 

 

Per saperne di più:

Gianfranco Contini, Filologia, a cura di Lino Leonardi, Bologna, Il Mulino, 2014.

Lorenzo Tomasin, Il caos e l’ordine. Le lingue romanze nella storia della cultura europea, 2019.

 

 

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