6 gennaio 2020

La ricostruzione del mondo indoeuropeo: potenzialità e limiti dell'archeolinguistica

di Christian Allasino

 

L’archeolinguistica è la branca della linguistica comparativa che ha come obiettivo la ricostruzione della cultura di un popolo preistorico attraverso una via puramente linguistica. Ufficialmente, essa nacque con il nome di paleontologia linguistica con la pubblicazione dei due volumi de Les origines indo-européennes ou les Aryas primitifs a opera del linguista svizzero Adolphe Pictet nel 1863.

 

In realtà, tralasciando le prime sperimentazioni di Jacob Grimm, il primo a servirsi di questo metodo era stato il filologo Karl Otfried Müller, che nel 1828 in un volume sulla civiltà etrusca aveva individuato un elemento italico “aborigeno” e uno esterno. Il tentativo si era rivelato fallimentare, ma già nel 1845 il comparativista Adalbert Kuhn ne aveva ripreso il metodo in un articolo intitolato Zur ältesten Geschichte der indogermanischen Völker (Sulla più antica storia dei popoli indoeuropei). Avendo a disposizione ampie sezioni del lessico indoeuropeo, Kuhn poté trarre le seguenti conclusioni sulla civiltà indoeuropea: esisteva una struttura familiare, come testimoniato dai numerosi termini di parentela; la società aveva una struttura verticistica con un sovrano (*rēgs, sanscrito raṭ, irlandese antico , gallico rix, latino rēx) a capo di un popolo (*h1leudhos) suddiviso in tribù (*teutā); esisteva una religione con un *dyḗus pǝtḗr (sanscrito dyauṣpitá, greco Ζευϛ πατήρ, latino Iūppiter, umbro Iupater, illirico Δειπάτυρος) a capo di un vero e proprio pantheon e si praticavano l’allevamento e l’agricoltura, come dimostrato dai termini per gli animali domestici e per operazioni agrarie come l’aratura. Pertanto, emergeva il quadro di una civiltà patriarcale, contadina, tradizionalista, profondamente religiosa e dedita alle operazioni belliche. Lo stesso metodo era stato usato da E. J. Crawford per ricostruire la preistoria dei popoli polinesiani.

 

Pictet si rese conto che il metodo archeolinguistico poteva rivelarsi fondamentale nell’individuazione dell’Urheimat indoeuropea, ossia della patria ancestrale. Ancora influenzato dal pansanscritismo, ovvero dalla tendenza a far discendere tutto dal sanscrito, lingua che allora era la più anticamente attestata, egli ricostruì flora e fauna della Battriana, un'antica regione in parte corrispondente con l'attuale Afghanistan.

 

Successivamente, anche l’antropologo austriaco Karl Penka si servì di argomentazioni archeolinguistiche, in particolare il caso del mare e quello del faggio, questa volta per collocare l’Urheimat in Scandinavia. Penka notò che gli indoeuropei avevano una parola per dire “mare”, ovvero *mori (presente nel latino mare, in irlandese antico muir, nel toponimo Aremorica, nel gotico marei, nel lituano mãre e pamãre, nello slavo po-morije e nel toponimo Pomerania) e ne trasse la conclusione che nel loro habitat esistesse il mare. Allo stesso modo, Penka ricostruì la parola *bhāgos (latino fagus, gallico bāgos e tedesco Buche) e, prendendo in considerazione l’area di diffusione del faggio, escluse a sud la Turchia e le parti più meridionali di Spagna e Grecia e a nord i Paesi baltici, mentre la Scandinavia meridionale sembrava il luogo ideale. Inoltre, secondo Penka, il popolo indoeuropeo era sedentario (nella lingua ricostruita sono presenti termini che indicano case, villaggi e cittadelle fortificate), contadino e autonomo, ovvero non soggetto a invasioni di altri popoli, teoria ripresa nel 1922 da Giles.

 

In realtà, nessuno degli argomenti di Penka può essere considerato valido oggi. In effetti, la parola *mori è presente solo in Europa e non è da escludere che potesse indicare qualunque corso d’acqua, come dimostrato dall’ittita marmara (“palude”) e dal nome di alcuni fiumi come il Marassanta e la Morava. Analogamente, per quanto riguarda il faggio, il greco φαγός (“rovere”), il russo buz (“sambuco”) e il curdo būz (“rovere”) dimostrano che in altre lingue il termine può assumere anche altri significati. Secondo Penka, il significato originario era quello di faggio e si sarebbe perso nelle regioni dove quest’albero non cresce, tuttavia si potrebbe capovolgere il ragionamento, affermando che un termine che indicava genericamente “albero” avrebbe assunto in celtico, germanico e latino il significato specifico di “faggio”. D’altra parte, pare che il termine *bhāgos sia da ricondurre alla radice *bhag- (“mangiare”), forse per via del frutto della faggiola: prima di assumere il significato specifico di “faggio”, è possibile che esso si riferisse a qualunque albero dai frutti commestibili. Infine, nel 1926 l’archeologo australiano Vere Gordon Childe, allievo di Arthur Evans, nel volume The Aryans dimostrò con criteri archeolinguistici che, mentre l’allevamento era un fenomeno che riguardava tutti i popoli indoeuropei, l’agricoltura era stata praticata soltanto da quelli europei.

 

Nel 1957 grazie a Crossland venne meno anche l’ultimo degli argomenti dei “nordicisti”, quello del salmone. Infatti, il termine *laksos era sì presente nelle lingue germaniche (tedesco Lachs, inglese antico leax) e baltiche (lituano lašiša) col significato di “salmone”, ma anche in tocario (laks) col significato di “pesce” e nelle lingue dell’India (lakṣás) col significato di “centomila”, come dimostrato da Thieme nel 1953. I nordicisti persistevano nell’affermare che il significato originario era quello di “salmone”, così Crossland dimostrò che era stata scoperta la presenza di salmoni a meno di 100 km dal Mar Nero, fornendo un punto di partenza per la teoria kurganica dell’archeologa lituana Marija Gimbutas, tuttora dominante.

 

Questi esempi dimostrano quanto sia complesso ricostruire il significato originario delle parole indoeuropee e di conseguenza quanto siano relative le conseguenze che alcuni linguisti traggono a partire dal lessico. Proprio questa è la principale delle critiche rivolte all’archeolinguistica, la cosiddetta deriva semantica, più precisamente l’impossibilità di determinare il significato storico di una parola a causa della variazione nel tempo e nello spazio. A partire dagli anni Settanta, l’archeolinguistica è stata rimessa totalmente in discussione.

 

Nel 1980 i linguisti Gamkrelidze e Ivanov si fecero promotori della reazione a questo atteggiamento, suggerendo come patria ancestrale un territorio montuoso con querce e roveri, laghi, fiumi impetuosi, cielo nuvoloso, frequenti tormente e bufere, con clima piovoso e con forti nevicate, ma anche con estati caldissime e con una fauna che comprendeva anche la pantera, il leone, l’elefante e la scimmia, presumibilmente l’Asia Minore. Tuttavia, Diakonov ha dimostrato che tutti i nomi di questi animali esotici sono prestiti dalle lingue semitiche.

 

In realtà, gli errori di Gamkrelidze e Ivanov, esattamente come i precedenti di Penka, Giles e Pictet, erano dovuti ad assenza di metodo nel secondo caso, e a un’applicazione non rigorosa di esso nel primo. In effetti, giocano spesso un ruolo fondamentale elementi extralinguistici, in particolare nazionalistici: Pictet subì l’influenza del dogma secolare ex Oriente lux e del pansanscritismo allora dominante; Penka era austriaco e credeva nel razzismo scientifico, quindi aveva la tendenza ad attribuire ai popoli germanici un primato su tutti gli altri popoli indoeuropei; Gamkrelidze è georgiano, quindi tende a collocare l’Urheimat vicino alla propria terra natia. Secondariamente, Penka prendeva in considerazione non l’intero inventario lessematico indoeuropeo, ma singole parole, incorrendo nel problema della deriva semantica. Inoltre (è il caso di *mori e della fauna esotica di Gamkrelidze e Ivanov), spesso si scelgono parole che sono attestate esclusivamente in determinate aree geografiche e in determinate sottofamiglie linguistiche, senza prendere in considerazione il criterio delle aree laterali, ovvero la seconda delle norme areali attribuite al linguista Bartoli. Altre volte, si attribuisce un significato troppo specifico ad un termine più probabilmente generico, o, viceversa, un significato troppo generico ad un termine specifico, oppure non si considera la possibilità che le parole prese in considerazione siano prestiti da altre lingue. Anche l’idea secondo la quale la presenza di un lessema in una determinata area linguistica implica la presenza del relativo oggetto è venuta meno. 

 

Due esempi molto noti di interpretazioni superficiali sono quello degli aryas e quello del latino hostis. Sin dalla prima manifestazione letteraria indiana, il Rigveda, l’endoetnonimo degli indiani è aryās. Anche i persiani davano a sé stessi questo nome, dei nobili si diceva che fossero ariya-cica (“di origine ariana”) e il nonno di Dario si chiamava Ariyaramna. La radice si può trovare anche nel moderno nome della Persia, ovvero Iran. Ai primordi della linguistica, data l’esistenza di antroponimi quali Ariomanno tra i celti e Ariovisto tra i germani e una certa somiglianza fonetica con l’irlandese Ériu, si pensava che questo fosse il nome originario del popolo indoeuropeo. In realtà, Pokorny dimostrò che il termine irlandese Ériu, come il gallese Ywerddon (latino Hibernia), deriva dalla parola composta *epi-weryo(n), che significa “l’isola”, mentre il nome Ariovisto apparteneva al celebre condottiero svevo che fu a stretto contatto con i sequani e gli edui, che sottomise all’epoca di Cesare. Pertanto, la sola conclusione che si può trarre è che in indoeuropeo esisteva un aggettivo *aryo col significato di “signore” che fu adottato come etnonimo dai popoli dell’India, del Pakistan, dell’Afghanistan e della Persia. Tuttavia, l’aspetto più sorprendente è che Szemerényi ha messo in relazione questo aggettivo con l’ugaritico ary-, che significa “parente, membro della famiglia, compagno”, a sua volta derivato dall’egiziano ἰri, che significa “compagno”: per ironia della sorte, il termine scelto per indicare la purezza della razza potrebbe essere di origine semitica. Si potrebbe quasi affermare che una delle peggiori atrocità che l’essere umano abbia mai concepito, l’Olocausto, scoppiò a causa di una cattiva interpretazione linguistica!

 

Riguardo alla parola indoeuropea *ghostis, invece, alcuni fanno notare che essa significa allo stesso tempo “ospite” (gotico gasts, slavo antico gostĭ) e “straniero, nemico” (latino hostis) e considerano questo elemento una prova del carattere chiuso del clan e della sua diffidenza verso ciò che è estraneo. In realtà, questa parola è attestata solo in Europa ed il secondo significato compare solo in latino.

 

Riguardo alla religione, tralasciando il già citato *dyḗus pǝtḗr, si può dire ben poco e l’era dell’ottimismo duméziliano può dirsi tramontata, visto che viene messa in discussione anche l’idea della tripartizione del mondo indoeuropeo. Pertanto, si è resa necessaria la nascita di una nuova disciplina, la religione comparata, che tuttavia è rifiutata da alcuni linguisti in quanto fondata sui significati, e non sui significanti, come la linguistica al suo esordio.

 

Parallelamente, si è resa necessaria anche la comparazione dei testi letterari delle singole lingue, ora considerati comune eredità indoeuropea. Infatti, se si considerassero soltanto i lessemi si ricostruirebbe la figura del *rēgs senza conoscerne le modalità di elezione, le funzioni, la durata dell’incarico ed il suo rapporto con il sacro, mentre grazie ai testi indiani, celtici, greci e latini possiamo ricostruire la figura di un re-sacrificatore, rimasta anche nell’Atene repubblicana nella figura dell’ἄρχων βασιλεύς.

 

Grazie a queste altre due discipline, si possono fare alcune considerazioni importanti. Innanzitutto, nel mondo indoeuropeo quando viene fondata una città, prima di installare solennemente i focolari e di sistemare l’altare, occorre consacrare il terreno tracciando un solco con l’aratro, lasciando liberi soltanto tre punti a ovest, a nord e a est per le porte. Questo elemento è presente nella leggenda di Romolo e Remo, ma anche nella tradizione indiana. Un altro elemento presente nel mondo indoeuropeo è quello del fuoco (il greco ἑστὶα κοινή, l’indiano Agnis, che quando non riceverà più nessun agnihotra causerà la fine del mondo e la sua rinascita, ma anche l’elemento del culto zoroastriano, simbolo vivente e in qualche modo soprannaturale dell’eterna forza divina, e il focolare domestico lituano).

 

La seconda considerazione è di tipo numerico. Siccome due dei numeri ricostruiti (*kwettwor e *penkwe) presentano la congiunzione enclitica *kwe, si è ipotizzato che inizialmente il sistema numerico fosse su base tre, successivamente su base cinque e solo in un’ultima fase su base dieci, come del resto accade abbastanza spesso presso i popoli primitivi che non hanno bisogno di grandi numeri nella vita quotidiana. Se si accettano le teorie duméziliane, il tre è un numero fondamentale: presso il popolo indoeuropeo le strutture ternarie governavano tutto l’universo, comprese le funzioni dell’attività umana, suddivise in giuridico-magica o suprema (l’autorità del *reks), marziale e produttiva. In India ciò risulta particolarmente evidente: la società si divide in brāhmanā, ksatriya e vaisya e tre sono le congiunzioni del mondo (mattina, mezzogiorno e sera), i mondi (terra, aria e cielo), le tappe della vita (infanzia, età adulta e vecchiaia), i destini dopo la morte (inferno, reincarnazione e paradiso) e le fasi del ragionamento (tesi, antitesi e sintesi). Per reintegrare l’armonia universale, si applica la regola del “tre più uno”, che permette di aggiungere le divinità femminili, gli śudra, la notte divinizzata, l’aldilà, il destino post mortem, il turīya (sollievo, liberazione) e l’esempio. Anche nello sviluppo della religione indoeuropea, pare si possano individuare tre stadi: uno di collettività divine indifferenziate, uno di semplificazione trinitaria (basti pensare alla Triade capitolina e alla Trimurti) e uno di politeismo caratterizzato, talvolta dominato, da un dio supremo, *dyḗus pətḗr.

 

Secondo Francisco Villar, la ricostruzione di Dumézil sarebbe troppo ottimistica proprio perché troppo “pansanscritista”, oltre che fondata più sui significati che sui significanti. La religione indoeuropea riflette la Weltanschauung di un popolo pastorale e guerriero con divinità esclusivamente maschili e ammette il sacrificio umano, attestato nei Rgveda, nel sacrificio di Ifigenia e nell’uccisione di dodici troiani nel XVIII libro dell’Iliade, nelle colonie ioniche dell’Asia Minore fino al VI secolo a.C., nel sacrificio di due galli e di due greci a Roma nel 228 e nel 216 (ma Plutarco afferma che i sacrifici umani furono di più, sotto copertura del segreto di stato), presso i Germani e i Celti, presso i Balti (ultima attestazione nel 1325, ad opera del re Lokietek) e presso i Persiani (Amestri, moglie di Serse fece seppellire vivi quattordici nobili ragazzi persiani). La religione indoeuropea non è concepibile senza la ferma credenza nell’esistenza di un aldilà. La radice indoeuropea *vel significa “morte”, ma anche “regno dei morti” e “cadavere sul campo di battaglia”. Essa è presente nel termine Valhalla.

 

Da una lettura comparata dei testi si evince che l’uomo indoeuropeo detesta il disordine, il caos, l’anarchia, l’infinito e tutto ciò che compromette il fragile equilibrio di forze antagoniste. Tipica del mondo indoeuropeo è la suddivisione binaria che contrappone bianco e nero, chiaro e scuro, il cielo luminoso e l’oltretomba oscuro. La gloria è il principale valore indoeuropeo (basti pensare alla “civiltà della vergogna” omerica o alle strofe 76 e 77 degli Hávamál nell’Edda poetica). Il sarcasmo, la satira e lo scherno sono considerati intollerabili, in particolare presso i Celti. Tuttavia, il crimine inespiabile per eccellenza è lo spergiuro o il falso giuramento: nel mito esso provoca il cataclisma finale. Del resto, il patto è rappresentato da divinità fondamentali come Mitra e Tyr e la verità è il valore supremo. Presso gli Indoeuropei, il destino è considerato deus otiosus et omnipotens ed è rappresentato come albero del mondo, axis mundi et universalis columna come disse Adamo di Breme dell’Yggdrasill scandinavo, cui anche gli dei devono sottostare. Un topos del mondo indoeuropeo è quello di ritenersi originari di terre paradisiache come le Isole Fortunate, rese celebri dall’epodo XVI di Orazio, Atlantide, Shambhala, Agarthi, Thule ed Iperborea (da alcuni identificate con l’Islanda), Eldorado e il regno del Prete Giovanni.

 

Altre conclusioni importanti si possono trarre sul ruolo della guerra, sul sistema onomastico, sul ruolo della famiglia e sull’economia. Tuttavia, l’aspetto più sorprendente riguarda la letteratura: sono state ricostruite formule come “gloria imperitura”, “nera terra”, “dèi dispensatori di beni”, “con animo vigoroso”, “il nome famoso”, “l’ampia terra”, “lupo grigio”, “pastore del popolo”, “latte della notte” (la notte e l’aurora nella letteratura vedica sono concepite come vacche che danno latte), “il vestito splendente”, “dei immortali”, “il sole che veglia su dèi e uomini”, “il cielo che vede lontano”, “l’aurora che illumina gli immortali”, “i cani agili”, “il veloce messaggero”, “la donna dal bel vestito”, “i veloci cavalli”, “cavalli dalle criniere dorate”, “il carro dalle belle ruote”, “il fuoco inestinguibile”, “la pioggia del cielo”, “la notte benevola”, “la notte immortale”, “bipedi e quadrupedi”, “artigiani della parola”,…

 

Recentemente, studiosi come Giovanni Semerano, Mario Alinei, Francesco Benozzo, Xaverio Ballester, Franco Cavazza e Gabriele Benozzo hanno cercato di negare totalmente il valore dell’indoeuropeistica attraverso la teoria della continuità paleolitica, secondo la quale tutte le lingue parlate oggi discenderebbero da un’unica lingua paleolitica. Questa teoria, come già le parentele fantalinguistiche tra etrusco, ungherese e turco proposte da Alinei, è rigettata quasi unanimemente dagli studiosi. Anche le teorie chomskyane sembrano portare alla conclusione paradossale che esiste un’unica lingua universale, quella della sintassi. In realtà, il linguista Dan Everett ha dimostrato che la lingua del popolo amazzone dei Pirahã, parlata da circa 340 persone, non presenta alcuna sintassi. Un’altra tendenza diffusasi è quella di attribuire troppa importanza all’ittita e alle lingue anatoliche in generale, come in passato era successo con il sanscrito.

 

In conclusione, se associata ad un rigido criterio metodologico e ad altre discipline come la letteratura e la religione comparate, l’archeologia e gli studi genetici di Cavalli Sforza, Menozzi e Piazza, l’archeolinguistica può tuttora fornire preziose informazioni sulla civiltà indoeuropea e rappresenta ancora oggi una delle principali prove a sostegno della teoria kurganica di Marija Gimbutas. La sfida principale dell’indoeuropeistica consiste proprio nel trovare una teoria compatibile con tutte queste materie.

 

Per saperne di più:

Beowulf, Einaudi, Torino 2005

Gaetano Berruto e Massimo Cerruti, La linguistica. Un corso introduttivo, UTET, Torino 2019

Alain De Benoîst, Indo-européens: à la recherche du foyer d’origine,  «Nouvelle École», 49, 1997

Xavier Delamarre, Le vocabulaire indo-européen. Lexique étymologique thématique, Librairie d’Amérique et d’Orient, Parigi 1984

Eric Robertson Dodds, I Greci e l’irrazionale, Rizzoli, Milano 2008

Edda poetica. Carmi norreni, Sansoni, Firenze 1951

Franco Fanciullo, Introduzione alla linguistica storica, il Mulino, Bologna 2007

Romano Lazzeroni (a cura di), Linguistica storica, Carocci, Roma 2018

Andrea Moro, La razza e la lingua. Sei lezioni sul razzismo, La nave di Teseo, Milano 2019

Julien Reis (a cura di), Trattato di antropologia del sacro. Volume 2: L’uomo indoeuropeo e il sacro, Jaca Book-Massimo, Milano 1991

Snorri Sturluson, Edda, Adelphi, Milano 1975

Oswald Szemerényi, Introduzione alla linguistica indeuropea, Unicopli, Milano 1985

Francisco Villar, Gli indoeuropei e le origini dell’Europa, il Mulino, Bologna 2018

 

 

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