10 gennaio 2020

Ekphrasis canadesi. La descrizione in Alice Munro

di Valentina Pagnanini

Secondo la definizione dell’Enciclopedia Treccani, il termine descrizióne, dal lat. descriptio -onis, designa «l’atto del descrivere e le parole con cui si descrive». Si può «fare la descrizione di una regione», o «di un’opera d’arte»; essa può essere «fedele, efficace, pittoresca, realistica, vivace, fredda» e così via.

 

Prendendo in esame i racconti della scrittrice premio Nobel Alice Munro, si nota  come le descrizioni contenute al loro interno riescano ad essere fedeli, efficaci, pittoresche, realistiche, vivaci e fredde allo stesso tempo; l’autrice non si limita a descrivere un personaggio, una regione o un’opera d’arte, ma condensa nell’opera letteraria l’esistenza che racconta, attraverso il filtro descrittivo. Le descrizioni di Alice Munro reinterpretano in chiave contemporanea l’uso antico dell’Ekphrasis, ossia di «un discorso descrittivo che pone l'oggetto sotto gli occhi con efficacia», contraddistinto «dall’enàrgeia, la forza di rappresentazione visiva», che si palesa in Munro soprattutto nelle descrizioni di luoghi. Ambientazioni dai colori spenti, delle tonalità del grigio, si alternano a scenari dai toni caldi e accesi, descrizioni vivaci di paesaggi incontaminati, spesso ignoti alla presenza umana perché fuori dai sentieri più battuti, perlopiù luoghi della campagna e della provincia canadese. L’ambientazione dei racconti non si riduce così all’interno o all’esterno di un’abitazione, ma amplia i più consueti  confini domestici, si estende a spazi più reconditi e inaccessibili, a volte lontani e solitari, a volte vicini e familiari, arriva a comprendere una geografia di luoghi non comuni.

 

Località intime per l’autrice, i cui nomi si rivelano al lettore in una mattina di giugno del 2004, quando compaiono per la prima volta sulle pagine del New Yorker tre racconti: Fatalità, Fra poco e Silenzio. È il cosiddetto “trittico” di Alice Munro – che poi confluirà nella raccolta In fuga (2004) – dove si descrive «l’intero territorio del Canada, e l’intero territorio dell’immaginazione dell’artista» (M. Caramella, Storie «inventate dal vero». L’enigma Alice Munro, p. 46). La trilogia mostra al pubblico la straordinaria capacità dell’autrice canadese di narrare il rapporto simbiotico tra l’uomo e la natura, che si manifesta soprattutto nelle descrizioni paesaggistiche, le quali rievocano «ricordi lontani nel tempo, che ritornano con una chiarezza e una vivacità impossibili da ottenere prima, nell’età matura, quando la quotidianità e le necessità del vivere impediscono di analizzare troppo a fondo gli eventi del passato, quelli traumatici, ma anche quelli apparentemente innocui», come sottolineato dalla studiosa Marisa Caramella.

 

Ci soffermeremo ora sul primo racconto del trittico, Fatalità, che costituisce la prima tappa del percorso di crescita ed evoluzione, psicologica e intellettuale, della protagonista Juliet, presente in ciascuno dei tre racconti, la quale cerca di adattarsi ai luoghi in cui va ad abitare con modalità del tutto simili a quelle sperimentate dall’autrice nel corso della sua carriera, di cui si è parlato negli articoli precedenti (parte prima, parte seconda). Juliet ha ventun anni, una laurea in lettere classiche e una tesi di dottorato in svolgimento quando decide di accettare, per un semestre, l’incarico di insegnante di latino e greco alla Torrance House, un liceo privato femminile di Vancouver. Fatalità racconta il periodo successivo all’insegnamento di Juliet, che si avvia con la descrizione del viaggio della protagonista in autobus da Vancouver a Whale Bay.

 

Se da un punto di vista temporale i racconti di Munro si collocano solitamente nel presente, o comunque in un tempo ancora vivo nella memoria, la narrazione di Fatalità procede invece per analessi e prolessi: agli spostamenti spaziali della protagonista corrispondono sospensioni temporali, pause narratologiche che evidenziano l’ineluttabilità della sorte, la fatalità degli avvenimenti, il destino che si rivela nella casualità degli incontri.

 

L’incipit della narrazione è costituito da una lettera in cui si ritrovano riferimenti al clima e alla vegetazione del Canada. «Cara Juliet, che te ne pare del nostro clima sulla costa occidentale? Se pensi che a Vancouver piova tanto, raddoppia la dose e ti farai un’idea di quel che succede quassù». Per sei mesi Juliet aveva vissuto «in mezzo ai prati e ai giardini di Kerrisdale, con lo spettacolo delle montagne a settentrione visibili come un sipario ogni volta che il cielo si schiariva» e, prima di tornare alla quotidianità, voleva scoprire il clima del freddo nord. Così, Juliet prende il primo autobus da Vancouver diretto verso Horseshoe Bay e decide di raggiungere il suo amico di penna Eric Porteous, pescatore di gamberi, originario di Whale Bay. La fatalità caratterizza la narrazione che prende avvio da un tragitto in autobus, poi imbocca trame che conducono ad altre strade, più contorte e inesplorate, ma che permettono di ampliare lo spettro geografico degli spazi per arrivare alla destinazione successiva, che all’inizio del racconto sembra la più improbabile.

 

La storia di Juliet si dipana infatti in direzioni opposte, così come contrapposti sono i territori che vi corrispondono: da un lato la città di Vancouver, dal lato opposto Whale Bay, molo canadese a nord di Vancouver, sulla costa occidentale. Munro descrive con dovizia di particolari il passaggio repentino dall’ambiente urbano a quello rurale. «Come si fa in fretta – ancor prima di raggiungere Horseshoe Bay – a passare dalla grande città alla terra selvaggia» ammette Juliet, scorgendo dal finestrino la foresta pluviale. «Una vera foresta, non il bosco di un parco, ti inghiotte. E da quel momento: acqua e rocce, alberi bui, muschi». La folta vegetazione si estende fittissima nel paesaggio, sino a raggiungere le abitazioni, lontane dalle vie di comunicazione principali:

I paesi dove si ferma l’autobus non sono affatto centri organizzati. Certe volte raggruppano insieme grappoli di monotone villette, case popolari costruite da qualche impresa locale, ma per lo più le abitazioni assomigliano a quelle isolate nei boschi, ciascuna col suo cortile caotico, come se fossero state erette una accanto all’altra per puro caso. Niente strade lastricate, tranne la statale che taglia il paese, non un marciapiede. Non un edificio solido per ospitare l’ufficio postale o il municipio, non una bella teoria di negozi, pensati per attirare lo sguardo. Niente monumenti ai caduti, fontane pubbliche, giardini fioriti. Ogni tanto un hotel, che ha l’aria di essere soltanto un bar. Ogni tanto una scuola moderna, un ospedale: decorosi, ma bassi e insignificanti come capannoni industriali.

Un paesaggio completamente diverso rispetto a quello che appariva a Juliet, sei mesi prima, quando affacciandosi dal finestrino del vagone poteva scorgere il Canada rurale, il Canada degli spazi sconfinati in armonia con la natura, la tipica vegetazione della taiga:

Rocce, alberi, acqua, neve. Questi elementi, disposti in modi sempre nuovi, costituivano lo scenario esterno di un finestrino del treno, una mattina tra Natale e Capodanno. Le rocce erano grandi, talvolta sporgenti, talvolta lisce come massi levigati, grigio scuro o decisamente nere. Gli alberi erano per lo più sempreverdi: pini, abeti, cedri. Gli abeti – abeti neri – mostravano in cima certe crescite ad alberello, simili a miniature di sé stessi. I non sempreverdi erano spogli e scheletrici: potevano essere pioppi, larici oppure ontani. Alcuni avevano il tronco chiazzato. La neve alta incappucciava la sommità dei massi e foderava il lato degli alberi esposto al vento. Formava una bella coltre liscia sullo specchio di numerosi laghi gelati, di varie dimensioni. L’acqua era sgombra dal ghiaccio solo in qualche torrente stretto, scuro e impetuoso.

Il paesaggio descritto da Munro muta la sua conformazione, cambia chioma chilometro dopo chilometro ed è influenzato dalla temperatura: «meno di centocinquanta chilometri più avanti, il clima pareva essersi mitigato. I laghi erano solo orlati, non più coperti, di ghiaccio. L’acqua nera, i massi neri sotto un cielo di nuvole invernali riempivano l’aria di tetraggine».

 

Nel corso della narrazione un flashback permette di scoprire le motivazioni della partenza inaspettata di Juliet, ritornando a quando, sei mesi prima, aveva preso un treno e si era trasferita dalla sua città natale a Vancouver per insegnare. Nel viaggio di andata verso Vancouver in treno, Juliet aveva assistito al suicidio del suo vicino di carrozza e aveva incontrato “fatalmente” l’amico di penna Eric Porteous. Sarebbe questo il motivo della partenza di Juliet da Vancouver, dopo sei mesi, su un autobus diretto al nord, alla costa occidentale: rivedere quell’anonimo passeggero che l’aveva colpita allora.

 

Quando Juliet arriva finalmente alla costa occidentale, a Whale Bay, scopre però un paesaggio inaspettato, dalle proporzioni esagerate per la sua figura. «Gli alberi, troppo grandi, si ammassano l’uno sull’altro rinunciando a una personalità propria per confondersi semplicemente in una foresta. Le montagne sono spropositate e improbabili, mentre le isole a galla sulle acque del Georgia Strait risultano stucchevolmente pittoresche. Questa casa, coi suoi ampi locali, il soffitto spiovente e il legno grezzo, è spoglia e sgraziata». Dalle descrizioni emerge l’approccio conflittuale dell’autrice stessa con i luoghi narrati, la parola acquisisce un ulteriore valore connotativo nel momento in cui allude agli eventi biografici di Munro, alla crisi psicologica provocata dall’eccessiva vicinanza alla foresta pluviale di Vancouver, quando viveva in «uno strano stato d’ansia che le faceva temere di non riuscire più a respirare; non riusciva più a credere, letteralmente, che a un respiro potesse seguirne un altro», come scrive la figlia Sheila. Tuttavia, «il paesaggio occidentale, della frontiera canadese, continuerà a presentarsi nei suoi racconti, con sempre maggiore sicurezza», osserva Caramella, «come peraltro le descrizioni delle lunghe traversate da Est a Ovest e viceversa, creando, se si sommano gli episodi del genere nei vari racconti, il vero e proprio “romanzo” di un continente».

«Chi vorrebbe mai vivere in un posto dove si è costretti a dividere il territorio con animali feroci e ostili?» si chiede Munro nelle ultime pagine di Fatalità. Una domanda che Munro rivolge in primis a se stessa, e nel racconto a Juliet che, come l’autrice, alla fine accetta di spostarsi in un nuovo territorio, a Whale Bay, per restare accanto ad un uomo:

È così che succede. Ritiri ogni cosa per qualche tempo, e di tanto in tanto dai un’occhiata dentro l’armadio in cerca d’altro e allora te ne ricordi e ti dici: fra poco. Poi diventa un oggetto che è là, nell’armadio, e vi si affollano davanti e sopra altre cose, e finisci col non pensarci nemmeno più. Proprio a ciò che consideravi il tuo luminoso tesoro. Non ci pensi. Una perdita che in passato ritenevi insopportabile è diventata qualcosa che a stento ricordi. È così che succede […] Sono poche, pochissime, le persone che hanno un tesoro, perciò se ce l’hai devi tenertelo stretto. Non devi lasciarti imbrogliare e fartelo portare via.

Dopo aver attraversato l’intero continente per andare a insegnare nella British Columbia, Juliet incontra Eric Porteous mentre è intenta ad osservare il paesaggio da una carrozza panoramica: proprio come accade a Munro con John Metcalf, così la protagonista, (riprendendo la definizione di Beccaria dell’articolo precedente), dopo aver scoperto il paesaggio, scopre l’uomo, un passeggero che mesi dopo decide di seguire nella Whale Bay, senza pensare a ciò che avrebbe lasciato a Vancouver e rinunciando così alle sue prospettive future. I riferimenti geografici ai luoghi che hanno segnato la protagonista, Juliet, possono essere ritrovati nella biografia di Munro stessa. «Ciò che rende così evidente e straordinaria la crescita artistica di Munro è proprio la familiarità del suo materiale», afferma Jonathan Franzen. «L’uso che l’autrice fa di materiale autobiografico» sottolinea Caramella,  «le fasi della sua carriera, difficili da identificare con precisione ma contraddistinte da spostamenti geografici, i cambiamenti stilistici, i passaggi dal realismo all’uso dell’ipotetico, del possibile e dell’immaginario, sembrano indicare che la sua frase vada proprio interpellata alla lettera», in senso letterale, e figurato al tempo stesso. Munro descrive la storia e geografia del suo Canada, ma (più o meno inconsapevolmente) racconta soprattutto la storia della sua vita.

 

La storia di Juliet ed Eric non si conclude nel primo racconto, ma prosegue con i racconti Fra poco e Silenzio della trilogia. Attraverso l’uso delle descrizioni l’autrice introduce l’idea, che sarà poi ripresa nei due racconti successivi, che la realizzazione esistenziale passi attraverso l’esplorazione di luoghi ancora inesplorati, con i quali i personaggi si devono confrontare per assumere maggiore consapevolezza della propria identità. Nel 2016, nelle sale esce il film Julieta, diretto da Pedro Almodóvar e basato sulle vicende narrate in Fatalità, Fra poco e Silenzio, tre anni dopo la vittoria del Nobel di Alice Munro.

 

 

Per saperne di più:

Per la lettura del trittico si consiglia l’edizione seguente: Alice Munro, Racconti, Milano, Mondadori, 2013. Le informazioni biografiche sono tratte dalle opere di Sheila Munro, Lives of Mothers and Daughters. Growing Up with Alice Munro, Toronto, McClelland&Stewart, 2001; Catherine Sheldrick Ross, Alice Munro. A Double Life, Toronto, ECW Press, 1992; e Robert Thacker, Alice Munro – Writing Her Lives: A Biography, Toronto, McClelland&Stewart, 2005; Reading Alice Munro 1973-2013, Calgary, University of Calgary, 2016. Sul ruolo della descrizione nei racconti di Alice Munro si suggerisce la lettura dei contributi Commoventi dejà vu tessuti nei ricordi di Alice Munro e Una irrinunciabile intimità con i margini di Marisa Caramella, e la recensione di Jonathan Franzen: Alice Munro raccontata da Jonathan Franzen.

 

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