13 gennaio 2020

Le parole di Antigone nella riscrittura novecentesca di María Zambrano

di Camilla Tibaldo

L’Antigone di Sofocle mette in scena il dramma della vergine, Antigone, sospesa tra la necessità di rispettare la sacralità della legge divina che chiede di assecondare sepoltura ai cadaveri dei congiunti e la legge della città, che sancisce una condanna mortale per chi oserà seppellire il corpo di Polinice, morto nello scontro con il fratello, dopo aver portato guerra alla città. Antigone, nonostante il divieto del re Creonte, ricopre di terra il cadavere del fratello, pagando la propria scelta a prezzo della morte. La sua è una ribellione nei fatti e nelle parole che culmina in una morte riaffermata e scelta, che la accoglie, insieme allo sposo, Emone, dentro il sepolcro ove il volere di Creonte ha condotto a deporla ancor viva.

 

La Tomba di Antigone di Maria Zambrano, riscrittura novecentesca del testo classico, riannodando il filo della vicenda di Antigone proprio al termine del dramma sofocleo, sospende il momento del suicidio e offre a quella vergine, cresciuta dentro il conflitto tragico come una larva nel suo bozzolo, la dimensione del transito, uno spazio di attesa per la sua definitiva metamorfosi. Maria Zambrano riporta, dunque, Antigone nella tomba, né viva né morta, e le concede, così, nell’istantaneità della visione, il tempo per consumare il processo tragico nelle sue diverse dimensioni, oltrepassandone la componente unicamente distruttiva e conferendo a quell’interminabile lamento la possibilità di un inatteso riscatto nello spazio del dialogo e della parola.

 

«Discendere, discendere ancora più in basso fino a dove, ad accogliere il parto di una vergine, non siano più fertile terra e sole, luminoso sole, ma sterile roccia e tenebra». È con questa supplica, rivolta a quel «Sole dei morti» ancora assente e tardivo, che l’Antigone della Zambrano, allora, muove i suoi primi passi, emergendo, quando è ancora notte, da un’oscurità cui continua ad appartenere, ad essa legata a doppio filo nella persona e nella parola. Né viva né morta, adagiata nella sua culla di pietra, con «la gola secca, il cuore vuoto come un’anfora di sete», attende la risposta dell’aldilà. Ma il Sole dei morti non parla, come allora, in sua difesa, non avevano parlato gli dei, lontani nel loro silenzio, e a dare forma alla parola non può che essere il suo cuore, capace di «amechánon erãsthai», di amare l’impossibile.

 

Così La tomba di Antigone ci accompagna dentro quel «thermèn kardían», il cuore infuocato, che Sofocle aveva abbandonato nell’immagine di un cadavere inerte stretto al cadavere dello sposo mancato («E adesso giace morto su di lei morta/l’ha sposata finalmente ma l’ha sposata sottoterra»), attraverso un sussiego di incontri visionari, sogni che aprono uno spazio all’ombra onnipresente del passato. E del resto, come già preannunciava il prologo della tragedia, «i mali di Edipo ancora non hanno trovato fine», e così ricompaiono, nel testo della Zambrano, come lo sterile abbraccio in cui Antigone non cessa di chiedere di essere avvolta. Il motivo dell’isolamento che ripercorre tutta la tragedia, accomunando le sorti dei due protagonisti, Antigone e Creonte, sempre destinati a un’integrazione mancata all’interno della comunità cui vorrebbero appartenere, non viene risolto, bensì riaffermato anche in questa riscrittura, dove l’eroina, per la prima volta di fronte a sé stessa soltanto, reclama a gran voce l’inclusione in quel luogo, che è a tutti ugualmente patria e casa. Una soglia da attraversare per recarsi finalmente lì dove starà per sempre, come ci dice Sofocle, «ekeĩ gàr aieì keísomai», usando questo verbo (giacere), che, con il suo duplice spettro di significati, ci offre quasi visivamente tanto l’immagine dell’abbandono del corpo al gesto del coricarsi nell’eternità quanto quella di un corpo colto nell’atto di adagiarsi sul letto d’amore. E così talamo e tomba, sovrapponendosi, insieme si offrono come luogo di generazione a quell’Antigone, unita alla morte e ad essa eternamente fedele come una sposa al suo sposo.

 

«Quanto rumore nel silenzio, notte, quanta vita nella mia morte, quanto sangue ancora nelle mie vene, quanto calore in queste pietre», sembra gridare l’Antigone della Zambrano, rovesciando le parole dell’Antigone sofoclea, che lamentava di morire senza aver vissuto. La sua capacità generativa, il suo ruolo femminile, così lungamente rigettato nella vita terrena, sembra, infatti, riscattarsi nel dialogo dialettico con la morte. È qui soltanto, a tu per tu con quella tomba che le vuole essere camera nuziale («numpheĩon») e casa («oíkesis»), che, infatti, specchiandosi, non più nell’immagine della sorella «autádelphon», come in una femminilità sdoppiata, riscopre la sua identità, non come coappartenenza, ma come unicum individuale. Nella Tomba di Antigone si affaccia proprio il problema della definizione dell’intero, com’esito di un travagliato ma affermato rifiuto di vedersi frammentato o duplicato. Nel dramma sofocleo, Antigone è sempre due o uno soltanto per contrasto alla totalità, uno per differenza: o parte del gruppo delle sorelle infelici o l’haecceitas della vergine androgina che, sola e abbandonata, vuole sfidare il potere. La Zambrano, invece, rifiutando la dimensione della polis come tomba e della polis come prigione, la rovescia, portando la polis nella tomba. E, così, le mani che lavano e ricompongono i defunti della casa diventano le mani che ricostruiscono le trame del passato, riannodando il filo della propria stirpe e costruendo, alla fine, la tela di una coscienza universale, che si rivela nel momento stesso in cui riappare dagli abissi in cui era stata confinata e sepolta.

 

Prigioniera dalla nascita e ancora, apparentemente, prigioniera nella morte, diviene invece la liberatrice, colei che riesce a sentire il battito soffocato nelle viscere della terra e a purificarlo nella dimensione della parola. Come nella tragedia sofoclea Antigone rivendica la responsabilità delle proprie azioni, intimando alla sorella di non tacere le sue intenzioni ma, al contrario, di diffonderle nella città, anche alla sua morte si accompagna il dramma della parola inascoltata: la profezia di Tiresia, le parole di Ismene ed Emone, i tentativi di persuasione del coro della città; «la sfida di un linguaggio che raddoppia, nella performance verbale, l’oltraggio dell’azione» (D. Susanetti, commento a Antigone, Carocci, 2012). «Ci sono cose che dovrebbero restare nel fondo dell’anima» aveva detto Tiresia, intimando a Creonte di rivedere la sua condanna, forse presagendo, in quelle sue parole, il figlio che sarebbe stato generato da quell’esecuzione: la catena di morti innescata tra le mura della propria casa. Il figlio di Creonte, Emone, infatti, si uccide alla vista del cappio annodato con il velo della sposa, che abbraccia, nella sua morte, anche il gesto folle di un’altra sposa, Euridice. Così la famiglia di Creonte cade e la polis diventa, nel dramma sofocleo, la tomba di sé stessa, circondata dalla scia sanguinaria dei morti per amore, una lunga scia che rimane in attesa di un’ultima morte riparatrice, quella di Creonte («Arrivi, arrivi/ si mostri la più bella delle sorti/ che a me l’ultimo giorno porti»). Il protagonista finale della tragedia diviene, in ultima analisi, il tempo, il tempo del passato dominato dai crimini della stirpe, il tempo della parola inascoltata che non giunge mai alla sua fine, e il tempo del futuro, che sembra, al termine del dramma, non offrire alcuno spunto sul presente.

 

La dimensione temporale, però, torna anche ne La tomba di Antigone dove, se sembra in un primo momento ricalcare ossessivamente quell’alternarsi giorno-notte proprio del ritmo dell’epica, si risolve, invece, ben presto in una dilatazione all’infinito, un tempo simbolico nel suo ciclico riproporsi come tensione all’oscurità e incapacità di staccarsi dalla luce della vita. E proprio in questo spazio intermedio, che ospita l’eroina, dialogano visioni e risvegli, fantasmi che chiedono parola e poi si dileguano, abbandonandosi allo spazio dell’aldilà. Quell’Antigone sofoclea che ardeva per il cadavere freddo del fratello discende, allora, nella sua catabasi infernale, facendosi a sua volta «il sogno di un’ombra», e, sperimentando, da vergine, la dimensione della maternità. «L’ombra di mia madre è entrata dentro di me e io, vergine, ho provato il peso di essere madre. Mi toccherà andare di ombra in ombra, tutte percorrendole fino a giungere a te, luce intera». E noi lettori affianchiamo questo percorso di abbandono e riappropriazione, partecipando attivamente al  suo travaglio di patimenti e, infine, al concepimento di quella sentenza della parola, luce promessa che si annuncia e si rivela soltanto nell’attraversamento compiuto del passato, nell’abbandono collettivo al «letto della notte universale». Nella lotta tra luce e ombra, infatti, Antigone alla fine si fa aurora, entra nella tomba come se non si fosse mai incontrata prima nel riflesso mimetico dello specchio, si addentra nelle sue viscere, nelle viscere di un passato universale che ci appartiene e ci precede, e propone anche a noi, com’esito del suo sacrificio vivificante, la rivelazione pulsante della parola poetica

 

 

Per saperne di più:

Per approfondire, quanto al tema della visione consiglierei M. Zambrano, I beati, SE SRL, 2010; quanto alla vicenda di Antigone, J. Bollack, La mort d’Antigone. La tragédie de Créon, Presses Universitaires de France, 1999; infine, per un approfondimento del rapporto culto e irrazionalità nel mondo greco, E. Dodds, I Greci e l’irrazionale, BUR, 2009.

 

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