27 gennaio 2020

Parole dai monti. Breve introduzione alla letteratura osseta e a Kosta Chetagurov

Alessio Giordano

Tra i monti della catena caucasica si possono trovare circa una cinquantina di lingue diverse, ognuna con una letteratura più o meno sviluppata; Aldo Ferrari, in Quando il Caucaso incontrò la Russia. Cinque storie esemplari, riporta che «tra i popoli del Caucaso gli osseti costituiscono senza dubbio un unicum. Si tratta di una popolazione di lingua iranica, ultimo resto di quei nomadi che a partire dagli antichi Cimmeri e Sciti dominarono a lungo i territori compresi tra il Mar Caspio e il Mar Nero».

 

Ora, è curioso pensare che, nel 2010, in una collana di volumi rivolti alla storia della letteratura persiana e fortemente voluti dal Center for Iranian Studies della Columbia University e dalla Persian Heritage Foundation, sia stato pubblicato un testo dedicato alla letteratura orale delle lingue iraniche che comprende il curdo, il pashtō, il balochi, l’osseto, il farsi e il tagico. Ancora più curioso è che il capitolo sull’osseto, compilato dal compianto Fridrik Thordarson, dedichi alla letteratura propriamente orale solo l’ultimo paragrafo, che a buon motivo si rivolge alla tradizione nartica, di cui ora parleremo. Buona parte dello spazio dedicato alla lingua osseta, sebbene non sia ampio in generale, è comunque incentrato su opere poetiche, drammaturgiche e prosastiche, dunque di certo non orali.

 

La letteratura di questo popolo è di interesse notevole; molte delle opere maggiori presentate al pubblico sono il risultato di un confronto con un epos unico, eredità dell’antico patrimonio culturale indo-iranico, indagato da numerosi studiosi. La razza dei Narti, oggetto dell’epos, sarebbe, secondo la leggenda, una popolazione che ha abitato il Caucaso settentrionale in un’era non definita. G. Dumézil dedicò numerosi lavori alla tradizione nartica, e nella traduzione italiana, intitolata Il libro degli Eroi. Leggende sui Narti, la descrive come «un tesoro narrativo da mettere sullo stesso piano del Mahābhārata e del ciclo sulle origini di Roma, fra le testimonianze essenziali della civiltà indoeuropea».

 

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Osseto in abiti dell'800.

 

Fare riferimento alla letteratura degli osseti inserendola all’interno dell’iperonimo di letterature orali può quindi acquistare senso, considerando poi che anche lo stesso F. Thordarson, uno dei maggiori esperti di osseto, sia riuscito a compendiarla interamente in appena 9 pagine, comprendendo anche una introduzione all’etnia e allo sviluppo della scrittura. La recente storia della letteratura del popolo osseto è però certamente più complessa e variegata di quanto si vorrebbe supporre. In questo lavoro, vuole offrirsi al lettore italofono una prima e succinta esposizione dei principali testi letterari che questo popolo ha saputo offrire.

 

Gli osseti sono una popolazione iranica che abita attualmente la regione centrale dell’istmo euroasiatico, spartita tra la Ciscaucasica (Repubblica dell’Ossezia del Nord-Alania, territorio russo) e il Caucaso (Stato de facto indipendente dell’Ossezia del Sud, formalmente territorio georgiano occupato dalla Russia). La lingua osseta appartiene al ramo orientale delle lingue iraniche, ed è una diretta discendente dell’antica lingua degli sciti e dei sarmati; essa ha due varianti principali: l’iron (lingua letteraria codificata) e il digor (parlato nella parte occidentale del territorio, lingua molto conservativa e importante per le indagini storico-comparative).

 

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Gruppo di osseti durante i primi anni del ‘900.

 

Così come per molte delle popolazioni del Caucaso settentrionale, anche per gli osseti una tradizione letteraria che possa definirsi tale iniziò ad essere in seguito al contatto con la cultura russa. Tuttavia, nonostante la critica letteraria abbia indubbiamente rintracciato in gran parte della produzione letteraria del popolo osseto echi riconducibili alla tradizione russa, vi sono elementi di innovatività che chiedono ancora di essere seriamente indagati.

 

Il primo testo a stampa osseto fu il Catechismo di Gai Tak’aty [Гаи Такъаты], pubblicato a Mosca nel 1798 e composto in alfabeto cirillico; altre opere poco più tarde furono scritte da Ioane Ialghuzidze [იოანე იალღუზიძე] (1775-1830), utilizzando tuttavia un alfabeto georgiano, detto khutsuri [ⴞⴓⴚⴓⴐⴈ] o ecclesiastico, differente da quello secolare che oggi si usa in Georgia: il mkhedruli [მხედრული].

 

Fu solo nel 1844 che venne compilata la prima grammatica osseta, a cura dello studioso russo di origini scandinave A.J. Sjögren; egli mise inoltre a punto un nuovo sistema scrittorio, basato sull’alfabeto cirillico, che fu tuttavia ripreso e leggermente modificato da Vs.F. Miller (1848-1913), autore peraltro di un capitolo sull’osseto contenuto in Grundriß der iranischen Philologie di W. Geiger ed E. Kuhn del 1903 con il titolo Die Sprache der Osseten. Questo nuovo alfabeto venne utilizzato sino agli anni ’20 del Novecento, finché, nel 1923, fu sostituito dall’alfabeto latino; in Ossezia del Sud, invece, il mkhedruli fu utilizzato dal 1939 al 1954, quando venne proposto un nuovo alfabeto su base cirillica, in uso in Ossezia del Nord già dal 1938 e tuttora utilizzato in entrambi i territori.

 

Un caso di varianti ortografiche ossete è dato dalle diverse redazioni della poesia (it. “Io so”) di Kosta L. Chetagurov, autore che analizzeremo dopo, di cui riportiamo una strofa. Gli esempi sono tratti da On translating Kosta Chetagurov’s Iron fændyr (Ossetian harp) into Italian. Some observation, ad opera di V.S. Tomelleri e A. Giordano:

 

Зонын, æфсæрмæй кæудзыстут,
Бавæрдзыстут мын мæ мард,
«Рухсаг у, рухсаг, – зæгъдзыстут, –
Ницæмæн уал уыд дæ цард!»
[Cirillico moderno (1938-in corso)]
 
Zonyn, æfsærmæj kæudzystut,
Bavardzystut myn mæ mard,
«Ruxsag u, ruxsag, – zæhdzystut, –
Nicæamæn ual uyd dæ card!»
[Alfabeto latino (1923-1938)]
 
Зонѵн, – ӕфсӕрмӕј кӕўдзѵстут,
Бавӕрдзѵстут мѵн мӕ мард;
«Рухсаг у, рухсаг, – зӕҕдзѵстут, –
Ніцӕмӕн ўал уѵд дӕ цард!»
[Adattamento grafico dal cirillico prerivoluzionario secondo i canoni Sjögren-Miller (1844-1923)]
 

Utilizzando invece la grafia georgiana, il lettore potrà constatare la notevole differenza:

 
ზონჷნ, – ჽჶსჽრმჽჲ ქჽჳძჷსთუთ,
ბავარძჷსთუთ მჷნ მჽ მარდ;
«რუხსაგ უ, რუხსაგ – ზაღძჷსთუთ, – ნისჽმჽნ ჳალ უჷდ დჽ სარდ!»
[Alfabeto mkhedruli]
 
Ⴆⴍⴌⴧⴌ, – ⴭჶⴑⴭⴐⴋⴭⴢ ⴉⴭⴣⴛⴧⴑⴇⴓⴇ,
Ⴁⴀⴅⴀⴐⴛⴧⴑⴇⴓⴇ ⴋⴧⴌ ⴋⴭ ⴋⴀⴐⴃ;
«Ⴐⴓⴕⴑⴀⴂ ⴓ, ⴐⴓⴕⴑⴀⴂ – ⴆⴀⴖⴛⴧⴑⴇⴓⴇ, – Ⴌⴈⴑⴭⴋⴭⴌ ⴣⴀⴊ ⴓⴧⴃ ⴃⴭ ⴑⴀⴐⴃ!»
[Alfabeto khutsuri]
 

E la traduzione italiana:

 
Lo so, piangerete con rispetto,
seppellirete il mio cadavere,
direte “Possa tu essere luminoso,
la tua vita non ha più senso”.
[tradotta nel 2018 da V.S. Tomelleri e M. Salvatori in Kosta Levanovič Chetagurov. Due poesie]

 

La storia della scrittura è però altra cosa rispetto alla letteratura, che trova dalla seconda metà dell’Ottocento una decisa espressione in Ossezia. È Temyrbolat Mamsyraty [Темырболат Мамсыраты] (1843-1898) il primo poeta osseto menzionato da Thordarson, emigrato in Turchia intorno al 1860; in seguito alla conquista russa del Caucaso. I temi della sua attività letteraria si rifanno al genere delle lamentazioni e dei poemi lirici, comuni nella letteratura della Ciscaucasia in generale, ma particolarmente d’uso in seguito al massacro delle popolazioni del Caucaso settentrionale ad opera della Russia. Una sua poesia, intitolata Avdæny zaræg [Авдæны зарæг] è disponibile recitata online.

 

Altri nomi interessanti sono Alyksandr K’ubalty [Алыксандр Къубалты] (1872-1937), autore dell’Ӕfxӕrdty Xӕsanӕ [Ӕфхӕрдты Хӕсанӕ], poema epico a tema storico (parte dell’opera può essere ascoltata online [prima parte, seconda parte]); Rozӕ Kochysaty [Розӕ Кохысаты] (1888-1910) è la prima scrittrice osseta, e al suo nome si legano in particolare tre commedie a tema folcloristico; Elbyzdyq’o Bryt’iaty [Елбыздыхъо Брытъиаты] (1881-1923) è il più importante drammaturgo osseto, autore di sette tragedie.

 

Dopo la rivoluzione russa del 1917, alcuni osseti lasciarono il Caucaso. È il caso di Gappo Bajaty [Гаппо Байаты] (1869-1939), più noto con la variante russificata dal nome Gappo Baev [Гаппо Баев], «uno dei pionieri del movimento letterario durante il cambio di secolo e importante figura nella vita politica e culturale degli osseti» (Thordarson 2010, p. 203), che andò in Germania nel 1922, dove insegnò lingua osseta e caucasologia a Berlino; un’altra personalità che ha meritato più di un riconoscimento internazionale è Vaso Abajty [Васо Абайты] (1900-2000), anche conosciuto come Vasilij Abaev [Василий Абаев].

 

Un capitolo a sé merita K’osta Chetӕgkaty [Къоста Хетӕгкаты] (1859-1906), conosciuto più come Kosta Chetagurov [Коста Хетагуров], o semplicamente Kostà, considerato se non il padre della letteratura osseta, come voleva dire Thordarson, almeno «l’esponente più rappresentativo della cultura e, più in generale, del popolo osseto», stando a quanto scritto nel 2014 da V.S. Tomelleri e M. Salvatori in Per una traduzione dell’Osetinskaja lira di Kosta Chetagurov. Fu Chetagurov ad elevare l’iron moderno al rango di lingua letteraria, contribuendo alla creazione della coscienza linguistica e al rafforzamento dell’identità etnica del popolo osseto. Chetagurov nasce il 3 ottobre 1859 a Nar, un villaggio di montagna nella valle di Alagir, a ridosso del Grande Caucaso. Perdendo precocemente la madre, si ritrova a vivere un’infanzia difficile: «vorrei essere come chi da tenero fanciullo, / scaldato nella sua primavera dal sole della vita, / ha goduto dell’abbraccio materno», dalla poesia Desiderio, tradotta in A. Giordano; V.S. Tomelleri; M. Salvatori, «Il cuore del nostro popolo è il mio campo arato». Tre poesie in lingua osseta di Kosta Chetagurov.

 

Le restrizioni economiche lo costrinsero poi ad abbandonare anche gli studi che aveva intrapreso all’Accademia di Belle Arti di San Pietroburgo nel 1881. Trascorse gli anni successivi tra attivismo politico e indagini sulle antiche tradizioni ossete, attingendo alla letteratura orale, rielaborando leggende e storie popolari. La sua opera principale è l’Iron fӕndyr [Ирон фӕндыр] (it. “Lira osseta”), in russo Osetinskaja lira [Осетинская лира], e si tratta di una raccolta di poesie a cui l’autore lavorò per tutta la vita, dal 1885 fino alla morte. L’opera «offre uno spaccato della vita dei montanari dell’epoca, può essere considerata un poema sui generis, una vera e propria enciclopedia della vita del popolo osseto» (V.S. Tomelleri; M. Salvatori 2014, p. 129); ciò è tanto più valido, se si considerano le parole di Kamal Chodov in K. Chetagurov, Vy tak mne dorogi…, citato nel volume di A. Ferrari:

 

Voi sapete quale importanza abbia la Bibbia per i credenti, per i quali è tutto. Tra noi osseti lo stesso ruolo appartiene a Kosta Chetagurov. La Lira osseta di Chetagurov è la Bibbia per tutti gli osseti.

 

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Foto di Chetagurov in vesti tradizionali ossete.
 

I primi componimenti poetici di Chetagurov conobbero una rapida diffusione, prima ancora della stampa. Vasilij Abaev, di cui abbiamo parlato sopra, riporta che: «Nei giorni di festa la gioventù cominciava a cantare nel nychaz (il luogo di incontro degli abitanti del villaggio) Dodoj (La disgrazia). I vecchi piangevano, asciugandosi le lacrime con le mani callose e augurando lunga vita all’autore del canto, a Kosta» (V. Abaev, Kosta Chetagurov i ego vremja, Zarja Vostoka, Tbilisi 1961). L’opera fondamentale di Kosta venne pubblicata per la prima volta nel 1899, curata dal già citato Gappo Baev, i cui numerosi e importanti interventi sul testo provocarono però le aspre critiche di Chetagurov, che in quel momento si trovava in esilio a Cherson per ragioni politiche. Seguirono altre sette edizioni dell’opera, tutte successive alla morte del poeta: 1909, 1911, 1922, 1926, 1935, 1936 e 1938; nel 1939 l’Accademia delle Scienze dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche mise a punto la prima edizione scientifica del testo.

 

Prima di Chetagurov, sostiene Ferrari, «nonostante la loro antichità, gli osseti erano praticamente privi di una tradizione scritta. In precedenza, infatti, la lingua osseta aveva conosciuto solo alcune traduzioni di testi religiosi». Tuttavia, sarebbe scorretto dire che la ricchezza della cultura osseta si limiti alla pura letteratura scritta, e l’epos dei Narti, di cui si è parlato sopra, ne è una prova.

 

Questo breve excursus non riesce certamente a cogliere appieno la complessità del fenomeno letterario in Ossezia, ma certamente potrà offrire un iniziale e agile strumento di orientamento per il lettore italofono, mostrando alcune peculiarità che sono «in quantità tale da rendere attraente studiare una lingua difficile con la quale, infine, si parla con un numero piuttosto ridotto di persone» (P. Ognibene [2017] , A proposito di viaggi insoliti, mostri mangia-luna e altre curiosità ossete). In conclusione, terminiamo questo contributo citando un brano di Kosta Chetagurov, Tӕchudy [Тӕхуды] (it. “Desiderio”), contenuto nell’Iron fӕndyr, con testo curato e tradotto da A. Giordano; M. Salvatori; V.S. Tomelleri 2019, p. 273:

     

Vorrei essere come chi da tenero fanciullo,
scaldato nella sua primavera dal sole della vita,
ha goduto dell’abbraccio materno.
 
Vorrei essere come chi può ricordare felicemente,
nei tempi tristi del tardo autunno,
la sua bella primavera.
 
Vorrei essere come chi fa risuonare lontano
il proprio canto nella terra del padre,
fra i suoi amici cari.
 
Vorrei essere come chi mantiene
la propria famiglia col suo aratro
e con il suo carro ben costruito.
 
Vorrei essere come chi pronuncia un discorso autorevole
di fronte alla sua gente, chi la gente cerca,
chi la gente sceglie per la sua sapienza.
 
Vorrei essere come chi da vecchio lascia
in questo mondo il suo amore, il suo buon nome
e l’onore dei suoi antenati.

 

 

Per saperne di più:

V.S. Tomelleri; M. Salvatori (2014), Per una traduzione dell’Osetinskaja lira di Kosta Chetagurov, in: A. Ferrari; D. Guizzo (a cura di), Al crocevia delle civiltà. Ricerche su Caucaso e Asia Centrale, Edizioni Ca’ Foscari, Venezia [Eurasiatica. Quaderni di Studi su Balcani, Anatolia, Iran, Caucaso e Asia Centrale, 1], pp. 122-146;

V.S. Tomelleri; M. Salvatori (2017), Kosta Levanovič Chetagurov. Due poesie, in: A. Ferrari; E. Pupulin; M. Ruffilli; V.S. Tomelleri (a cura di), Armenia, Caucaso e Asia Centrale. Ricerche 2017, Edizioni Ca’ Foscari, Venezia [Eurasiatica. Quaderni di Studi su Balcani, Anatolia, Iran, Caucaso e Asia Centrale, 7], pp. 279-286;

A. Giordano; M. Salvatori; V.S. Tomelleri (2019), «Il cuore del nostro popolo è il mio campo arato». Tre poesie in lingua osseta di Kosta Chetagurov, in: G. Comai; C. Frappi; G: Pedrini, E. Rova (a cura di), Armenia, Caucaso e Asia Centrale. Ricerche 2019, Edizioni Ca’ Foscari, Venezia [Eurasiatica. Quaderni di Studi su Balcani, Anatolia, Iran, Caucaso e Asia Centrale, 12], pp. 255-276.

V.S. Tomelleri; A. Giordano (2019), On translating Kosta Chetagurov’s Iron Fӕndyr (Ossetian Harp) into Italian. Some observations, in: “Proceedings of the V International Scientific Conference «Development of Georgian-Ossetian Relationship». 13-15 October. Tbilisi”, Ivane Javakhishvili Tbilisi State University Press, Tbilisi, pp. 149-153.

 

 

 

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