3 febbraio 2020

Fra le parole e le cose: di che cosa parla la letteratura? (Prima parte)

Quando si apre un libro e ci si immerge fra le sue pagine, in quel prodigioso e un po’ misterioso “mondo” della letteratura, si compie un’operazione semplice e familiare, sulla quale forse non ci si è mai soffermati con troppa attenzione. Eppure, a ben guardare, questa semplice operazione suggerisce una serie di problemi molto complessi: innanzitutto, in cosa consiste questo particolare “mondo" letterario, composto di parole? E poi, ancora: quale rapporto intrattiene questo mondo con quello “al di qua” della pagina, ossia con la sfera della realtà primaria, che comprende proprio noi che apriamo il libro insieme a tutta la realtà che ci circonda? La letteratura ci parla del nostro mondo, lo imita, lo rispecchia, oppure si tratta di un gioco completamente fine a sé stesso, che non condivide alcun punto di contatto con la realtà al di fuori di sé? 

 

Un testo che leggiamo si pone in una qualche relazione con il mondo della realtà, come un diaframma ‘mediatore’ in grado di mettere in relazione le parole e le cose,  nonostante la loro inevitabile distanza. Chiedersi quale sia la relazione fra queste, ossia fra la letteratura e la realtà primaria, significa porsi un problema complesso, che apre a sua volta una serie di interrogativi tanto vasti quanto affascinanti: il più immediato, ed estremamente difficile, è proprio quello che riguarda una definizione della letteratura. I tentativi di risposta a tale questione, provenienti dagli studi condotti nell'ambito disciplinare della "teoria della letteratura", trovano una puntuale esposizione all'interno di due recenti contributi critici, i quali presentano sin dal titolo l'intenzione di mettere a fuoco il problema del rapporto fra parole e cose : il primo è di Guido Paduano, Il testo e il mondo. Elementi di teoria della letteratura (2013); il secondo è quello curato da Stefano Brugnolo, Davide Colussi, Sergio Zatti e Emanuele Zinato, La scrittura e il mondo. Teorie letterarie del Novecento (2016). In quest’ultimo leggiamo una messa a fuoco del problema nei termini che seguono:

 

In fondo, cercare di comprendere cosa sia, come funzioni, a cosa serva la letteratura significa cercare di comprendere che tipo di relazione intercorra tra le parole e le cose, tra i testi e la vita che conduciamo, e significa anche chiedersi se e come, rappresentando e raccontando il mondo, possiamo dargli un senso condiviso.

«Rappresentare» e «raccontare» il mondo, come qui si è detto, sono operazioni apparentemente semplici, ma in realtà estremamente complesse, che presuppongono di volta in volta un certo tipo di rapporto fra parole e cose,  scrittura e realtà, interpretato a seconda della prospettiva con cui si osserva il problema. Dire che la letteratura racconta il mondo, infatti, conduce a chiederci come lo faccia: se lo rispecchi in maniera fedele oppure secondo modalità deformanti, se il suo significato possa esercitare una particolare influenza sul mondo o se, viceversa, sia tutto racchiuso nei termini di un’azione univoca del mondo su di esso, e ancora se la letteratura diffonda delle immagini della realtà che confermano l’ordine vigente e precostituito o, di contro, se ne proponga di originali, scomode, e nasconda quindi un potenziale innovativo e sovversivo. Ripercorrere brevemente i tentativi di risposta a questi complessi quesiti ci permetterà di avere un’idea della complessità delle implicazioni generate da un problema come quello introdotto fin qui e ci consentirà di riflettere, seppur in maniera schematica, seguendo le orme di alcune meditazioni che hanno riguardato i rapporti tra parole e cose nell’ambito della teoria della letteratura.

 

Un primo approccio al problema della letteratura come ‘rappresentazione’ sostiene che essa sia una mimesi del mondo, ossia si rapporti ad esso attraverso un’operazione di pura rappresentazione e rispecchiamento. Questa prospettiva si definisce mimetica e intende la letteratura come uno “specchio” del mondo, secondo osservazioni che risalgono ad Aristotele e alla sua teorizzazione espressa nella Poetica.  A questa si oppone una visione definita, per contrasto, anti-mimetica,  teorizzata a partire dalla metà dell’Ottocento (con le osservazioni di Poe e Baudelaire), la quale ritiene invece che la letteratura non rappresenti altro che sé stessa, ossia che essa costituisca un gioco autonomo e indipendente dalla realtà primaria. Questo approccio, che supporta la linea dell’“autonomia del bello”, sarà sviluppato nel Novecento da diverse teorie letterarie vere e proprie, venendo quindi radicalizzato al punto da essere definito ' concezione autoreferenzialista'  della letteratura. 

 

Questa distinzione è una preliminare bipartizione delle funzioni letterarie in relazione ai rapporti con la realtà primaria e va presa in considerazione assieme ad altri fattori, o meglio, ad altri orientamenti metodologici, che hanno permesso di formulare diverse interpretazioni della letteratura nella storia della teoria letteraria. Un primo approccio seguito dalla critica, definibile come storicistico,  si è concentrato sulla necessità di interpretare il testo alla luce di un suo preciso inquadramento all’interno di un determinato contesto storico-culturale. Questa visione ha concentrato la sua indagine su istanze esterne al testo, favorendo primariamente la ricostruzione e l'inquadramento storico-culturale di un'opera e la vicenda biografica del suo autore. In virtù di tale particolare attenzione riservata all’autore, questo approccio è stato definito anche biografistico,  caratterizzandosi inoltre per il suo notevole impiego da parte della critica letteraria ottocentesca (con particolare rifermento al critico Sainte-Beuve). Ben presto, tuttavia, le critiche che interessarono tale modello (inerenti all'accusa di trascurare le peculiarità della costruzione formale del testo e della sua fruizione a vantaggio di elementi ad esso esterni) ne determinarono una crisi, alla quale seguì di conseguenza l'elaborazione di una serie di prospettive differenti, finalizzate a riportare l'attenzione sull'opera letteraria per coglierne le peculiarità interne. Dell’esigenza di considerare le parole per sé stesse, separandole quindi dal loro rapporto con le cose ed eliminando dall’orizzonte dell’analisi i loro legami con il mondo esteriore (il contesto e l’autore), si sono fatte portavoce alcune visioni differenti della della letteratura, fornendo una risposta alle formulazioni dello storicismo. Da un lato, si trova quella crociana (dal nome di Benedetto Croce) di tipo neo-idealista, che respinge completamente la contestualizzazione storica e la ricerca erudita sulle opere. Dall’altro, in una direzione differente, la prospettiva adottata dai formalismi (termine che deriva dall’attenzione riservata all’aspetto formale del testo, ossia alla sua forma e struttura) all'interno della quale il testo è pensato come un enunciato linguistico dotato di particolari proprietà, le quali sono analizzabili – da un punto di vista formale – in termini retorici e poetici.

 

L’etichetta di formalismo,  generalizzando, unisce sotto di sé differenti riflessioni – da quella linguistica (di De Saussure) a quella strutturalista (che annovera tra gli altri, pur con le loro specificità, gli studi di Propp, Barthes, Genette, Lévi-Strauss) – e individua lo scopo della critica letteraria nella ricerca di strutture interne al testo stesso, concentrando tutta l’attenzione sulle parole (e quindi sulla forma) del testo. Lo strutturalismo,  in particolare, ha rappresentato una nuova modalità di intendere tutte le cosiddette “scienze umane”, presentandosi sulla scena della teoria novecentesca come l'ultimo tentativo sensibile verso l'ipotesi che descrive il testo letterario come definibile sulla base di particolari caratteristiche formali e slegando completamente le parole dalle cose.  Dall’ambiente strutturalista, dominante il decennio d’oro della critica letteraria (1962-1972), ha in seguito preso forma la concezione della letteratura come gioco citazionistico, ossia l’interpretazione di ogni testo nei termini di un “mosaico di citazioni” (secondo Kristeva, in una dinamica di intertestualità ). Il testo letterario è stato quindi interpretato come il frutto di disseminazioni intertestuali provenienti e rimandanti ad altre opere, all'interno di un tentativo teorico che racchiude così l'intero mondo della letteratura in un gioco di riferimenti a sé stessa e che interpreta le parole in relazione non alle cose, ma rinvianti ad altre parole,  in un vasto e dinamico sistema testuale.

 

Un simile approccio che slega ogni rapporto fra parole e cose e che ha l’ambizione di spiegare l’intera letteratura come un insieme di strutture e funzioni linguistiche è stato inevitabilmente avvertito come riduttivo. Una riapertura dell’orizzonte di riflessione della teoria letteraria verso una nuova disponibilità allo studio delle dinamiche e dei rapporti che uniscono la letteratura alla realtà è stata perseguita riprendendo la prospettiva freudiana e quella marxista. Queste due visioni riportano al centro, ancora una volta, il rapporto fra il testo letterario e il suo contesto: contesto rispettivamente interpretato in termini psicoanalitici (da un filone di studi di ispirazione freudiana) e in termini economico-culturali (in relazione al pensiero marxista e alla sua interpretazione dei sistemi culturali e letterari come una “sovrastruttura”, come riflesso dell’ideologia della classe dominante).

 

Attorno alla metà del XX secolo prende così forma un particolare orientamento metodologico, punto di congiunzione di queste due prospettive e fortemente debitore della lezione psicoanalitica e sociologica del Secolo, il quale si concretizza nell’operato teorico della “Scuola di Francoforte” (in particolare negli studi di Adorno e Horkheimer). L’intento diviene quello di comprendere le interferenze e le influenze fra la nuova industria culturale e i rapporti sociali, in particolare interpretando la cultura (o, meglio, quella che veniva intesa come una sua forma di degenerazione) come un “mascheramento” del reale operato dalla classe dominante, una forma di repressione e di annullamento di qualsiasi spinta alternativa e sovversiva. Il rapporto tra parole e cose viene così riportato al centro dell'attenzione, attribuendo alla letteratura non il ruolo di ‘rispecchiare’, bensì quello di dare forma ad una particolare realtà caratterizzata da “false immagini” e dominata da una classe dominante allo scopo di consolidare e mantenere lo status quo del sistema capitalistico. La letteratura finisce quindi per rappresentare il terreno su cui si giocano i rapporti di forza del mondo sociale e la teoria letteraria diviene, di conseguenza, il luogo di indagine dei nessi tra arte e società (riflessioni che accomunano anche gli scritti di Gramsci e la sua interpretazione della cultura come egemonia)

 

Le parole vengono così poste in una nuova relazione con le cose,  ossia con particolari e specifiche realtà di tipo psichico o di tipo sociale e culturale, nel tentativo di dare risposte al problema dei rapporti fra forme artistiche e conflitti psichici ed economico-sociali. La riflessione sui contatti fra la scrittura e il mondo si arricchisce quindi di molti contributi e diviene centrale nella speculazione degli intellettuali. Su questa via, prese in esame le dinamiche con cui i sistemi culturali influenzano e mutano i paradigmi dell’arte e quindi anche della letteratura, quest’ultima smette di essere considerata come un ‘documento’ del passato o un ‘oggetto’ da analizzare da un punto di vista prettamente formale, finendo invece per aprirsi sempre più al presente delle cose ed alla realtà che la abita.

 

 [Leggi la seconda parte]

 

 

Per saperne di più:

Due recenti pubblicazioni che inquadrano e riassumono il problema qui trattato sono quelle citate nell’articolo: Guido Paduano, Il testo e il mondo. Elementi di teoria della letteratura , Torino, Bollati Boringhieri, 2013; Stefano Brugnolo, Davide Colussi, Sergio Zatti e Emanuele Zinato, La scrittura e il mondo. Teorie letterarie del Novecento, Roma, Carocci, 2016. Un altro contributo che ripercorrere questo amplissimo dibattito è quello di Antoine Compagnon, Il demone della teoria. Letteratura e senso comune , Torino, Einaudi, 2000.

 

 

 

 

 

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