5 febbraio 2020

Fra le parole e le cose: di che cosa parla la letteratura? (Seconda parte)

[Leggi la prima parte]

 

Negli ultimi decenni, all’interno del variegato dominio di formulazioni teoriche finalizzate a descrivere lo statuto dell’opera d’arte letteraria – e, in modo particolare, a presentare la relazione intrattenuta da quest’ultima nei confronti della realtà contingente – si è sviluppata un’inedita attenzione verso il destinatario dell’opera. Se quindi inizialmente era stato l'autore ad essere assunto come punto di partenza dell'interpretazione del testo; tra gli anni Sessanta e Settanta, vede la luce la cosiddetta “teoria della ricezione”, interpretante la scrittura alla luce dell'azione produttiva condotta dal lettore sul testo. L’attenzione della teoria viene rivolta verso il destinatario del messaggio e così, all'interno dell'interpretazione letteraria, diviene centrale il momento ermeneutico (nel quale si dà l'interpretazione da parte del lettore) in contrasto, ancora una volta, con la visione strutturalista del testo inteso come entità autosufficiente.

 

Per alcuni studiosi, come H. R. Jauss e W. Iser, il testo letterario si pone in stretto rapporto con il lettore: ogni testo viene interpretato alla luce di un orizzonte di attesa (inteso come un orizzonte culturalmente definito, che determina i giudizi estetici del pubblico), ma anche in ragione di un lettore implicito del testo, un’istanza che funziona come modello orientativo che può indirizzare l’interpretazione del singolo “lettore reale”. Questa visione sottolinea come il testo si attualizzi solo nell’atto della lettura, ossia in una sorta di collaborazione tra autore, opera e lettore, all'interno di un più generale completamento reciproco e di un incontro tra le rispettive prospettive di partenza. Tale impostazione teorica è ripresa anche da S. Fish, il quale parla di comunità interpretative designando il lettore come membro di una comunità le cui assunzioni sulla letteratura determinano il suo rapporto ermeneutico sul testo e, dunque, il modo in cui il lettore “fa” il testo, ‘producendolo’.

 

La teoria letteraria è però andata ancora più a fondo nel cercare di identificare come il testo letterario e il lettore si rapportino e si influenzino reciprocamente: l’attenzione è stata quindi concentrata sul rapporto che la letteratura permette di istituire con l’essere umano, prima ancora che con la realtà delle cose, assumendo come prospettiva di partenza una concezione del testo come entità “costruita” di volta in volta sulla base dell’interpretazione del lettore. In questo modo si è cercato di comprendere il legame profondo che unisce le dinamiche letterarie e le dinamiche emotive e cognitive di ogni essere umano, individuando come il discorso letterario sia la riproduzione di dinamiche profondamente legate al modo in cui ogni soggetto organizza la sua esperienza del mondo. Due prospettive rilevanti in questo senso sono quella di R. Girard sul desiderio mimetico e quella di F. Orlando sulla letteratura come luogo di ritorno del represso: entrambe individuano nei testi alcune dinamiche che rispecchiano una struttura antropologica profonda dell’Io; entrambe mettono a nudo un meccanismo primario nel quale si cela il “funzionamento” stesso dell’Io, in termini antropologici, psicoanalitici, sociali. 

 

Per Girard, tale meccanismo è identificato nel desiderio mimetico, ossia la concezione della costruzione mediata di ciascuno dei nostri desideri. Semplificando, si può dire che per il critico ogni nostro desiderio non esista di per sé, in modo autentico e spontaneo, ma sia invece influenzato dal prestigio che ha per noi una determinata persona o un’istanza (il mediatore) che è titolare di quell’oggetto desiderato. Viene quindi individuata la dipendenza della formazione del nostro desiderio, della nostra trama psicologica, sulla base di questo meccanismo triangolare (ai cui vertici si pongono il soggetto che desidera, l’oggetto desiderato, e il mediatore). Il punto di arrivo teorico è la demistificazione della concezione della soggettività desiderante come entità autonoma e la stessa “naturalità” del desiderio, un’osservazione che viene raggiunta proprio attraverso un’analisi di testi letterari. In questo senso, la letteratura si presenterebbe, in qualche modo, come lo specchio del funzionamento dell’Io e dei suoi comportamenti, ad un livello molto più profondo di quanto sia percepibile dallo stesso lettore. Allo stesso tempo, però, la letteratura sarebbe anche in grado di inserirsi in questo modello di desiderio triangolare occupando il posto del mediatore, facendo così da modello per i nostri desideri, offrendoci un contenuto esperienziale in grado di influenzare il nostro stesso comportamento sociale. È quello che succede, ad un livello estremo, all’interno del vissuto di personaggi come Don Chisciotte e Madame Bovary, i quali costruiscono i loro desideri e comportamenti (e, se così si può dire, tutta la loro “esistenza”) sulla base di un modello puramente letterario. Nelle loro vicende, è possibile distinguere chiaramente il legame che le parole hanno avuto sui lettori, al punto che per questi è divenuto impossibile scindere i due piani di realtà, quello storico-contingente e quello fittizio-letterario. Possiamo quindi comprendere come Girard suggerisca che la letteratura rispecchi delle dinamiche individuali, fornendo al contempo anche gli stessi modelli attraverso i quali i nostri comportamenti sociali e i nostri desideri prendono forma: una risposta a quanto si chiedeva a questo proposito Compagnon (a sua volta riprendendo una massima di La Rochefoucauld), «ci innamoreremo se non avessimo mai letto una storia d’amore, se non ce ne avessero mai raccontata una?». In termini girardiani, no!

 

Orlando è invece il responsabile dell’individuazione di un modello retorico a partire dalle riflessioni di S. Freud, tramite il quale egli giunge a spiegare la letteratura come spazio in cui si manifestano delle istanze consce, ma “represse” dai codici sociali, morali, estetici. Questo critico nota come il linguaggio letterario segua una serie di meccanismi analoghi a quelli che Freud aveva individuato nei sogni, nei lapsus, e che aveva fatto risalire ad una zona “inconscia” della psiche, giungendo a proporre una logica letteraria caratterizzata dal compito di veicolare in modo nascosto, deviato, figurale, una serie di istanze “represse”, senza che il soggetto ne fosse consapevole (in netta antitesi con le posizioni aristoteliche). Questa particolare logica è quella che Matte Blanco ha definito simmetrica o onirica e che, per Orlando, permea l’intero linguaggio letterario, al fine di offrire al messaggio del testo la possibilità di venire espresso, aggirando la censura repressiva fornita dalla logica e dalla realtà e permettendo così l’enunciazione di istanze divergenti rispetto a codici morali e ideologici dominanti. 

 

In qualche modo, per Orlando, la letteratura sfida le regole formali del parlare e del pensare, ma sfida anche le nostre comuni convenzioni e convinzioni: in quest’ottica, potremmo definire “letteratura” tutto ciò che crea nessi originali tra pensiero e realtà (nessi che trasgrediscono entro certi limiti le regole del pensiero e del linguaggio) e tutto ciò che permette questo ritorno del represso, reso fruibile tramite il gioco della finzione letteraria, la quale in qualche modo lo sublima e lo rende accettabile, inserendolo nel mondo (finto, dunque protetto e innocuo) delle parole. Per Orlando la letteratura «ci parla di tutto ciò che nella società agisce sotto traccia ma incessantemente, di quanto non è ancora stato pienamente compreso e articolato, ma tuttavia esige di essere almeno evocato, suggerito, fantasticato». Siamo forse arrivati a ribaltare i termini in cui era tradizionalmente intenso il rapporto della letteratura con il mondo e mediante i quali si definiva in termini teorici la stessa letteratura, qui riconosciuta come vero e proprio ‘fenomeno sociale’.

 

Grazie alle riflessioni di questi autori viene così riconosciuta la valenza cognitiva e sociale della letteratura, prodotto organizzato attraverso processi e logiche analoghe a quelle cognitive (tramite le quali l’uomo ordina la sua esperienza della realtà), nonché la sua capacità di influenzare il nostro stesso agire sociale. Possiamo quindi concludere che la letteratura, sempre ed inevitabilmente, ci parla dell’uomo: non è mai imitazione piatta del reale, ma sempre specchio dell’esperienza cognitiva, emotiva e sociale dell’essere umano e del suo sforzo continuo di dare un senso alla realtà. Per dirlo con le parole di Proust: «In realtà ogni lettore, quando legge, è il lettore di sé stesso. L’opera è solo una sorta di strumento ottico che lo scrittore offre al lettore per consentirgli di scoprire ciò che forse, senza il libro, non avrebbe visto in sé stesso. Il riconoscimento dentro di sé, da parte del lettore, di ciò che il libro dice, è la prova della sua verità». 

 

Questa interpretazione della letteratura offre l’occasione di comprendere attraverso i testi le dinamiche comportamentali e sociali che pertengono e caratterizzano l'essere umano, giungendo infine ad avvalorare la tesi secondo cui il mondo della ‘scrittura’ sia capace di influenzare quello della ‘realtà’ (lo abbiamo visto con Girard e con Orlando). La relazione fra le parole della scrittura e le cose del reale passa dunque attraverso l’esperienza dell’uomo, attraverso il suo desiderio e bisogno di dare una forma alla realtà, giungendo a prendere parte all'interno della ricerca del senso operata dall'essere umano nei confronti dell'esistente. 

 

In conclusione, chiarire che cosa significhi e come funzioni la letteratura significa tentare di dare una spiegazione al modo in cui ci rapportiamo ad essa e al mondo, tentare di esplorare e chiarire le modalità attraverso cui organizziamo la nostra stessa esperienza del reale e con cui le diamo un senso.  La nostra riflessione aveva preso l’avvio a partire dalla questione inerente al rapporto che il libro intrattiene con il reale, con il mondo delle cose alla base della nostra realtà. Giunti a questo punto, sembrerebbe possibile proporre una risposta a tale interrogativo, affermando che tale relazione tra parole e cose sia creata da noi stessi nel momento in cui ci immergiamo nel mondo finzionale della letteratura, mondo all'interno del quale è possibile riconoscere il darsi del senso che anima anche la nostra interpretazione ordinaria del reale. Come scrive G. Paduano:

 

«La poesia non è imitazione generica della realtà, ma di una dimensione specifica che della realtà fa comunque parte, ed è l’irriducibile tendenza dell’uomo a dare un senso alla propria esistenza, il bisogno di negare la terribile definizione di Macbeth, che la vita sia “il racconto di un idiota, pieno di suono e di furia, che non significa niente”».

 

 

 

Per saperne di più:

Due recenti pubblicazioni che inquadrano e riassumono il problema qui trattato sono quelle citate nell’articolo: Guido Paduano, Il testo e il mondo. Elementi di teoria della letteratura , Torino, Bollati Boringhieri, 2013; Stefano Brugnolo, Davide Colussi, Sergio Zatti e Emanuele Zinato, La scrittura e il mondo. Teorie letterarie del Novecento, Roma, Carocci, 2016. Un altro contributo che ripercorrere questo amplissimo dibattito è quello di Antoine Compagnon, Il demone della teoria. Letteratura e senso comune , Torino, Einaudi, 2000.

 

 

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