20 luglio 2018

Il realismo nella Commedia: corpi, anime, biografie nell’aldilà di Dante

di Rookshar Myram

La Commedia,  per il suo carattere di opera narrativa e al contempo didascalica, presenta fra i suoi caratteri fondamentali il realismo.  Esso, infatti, consente la costruzione dei personaggi che abitano il poema e di fornire loro la forza espressiva e poetica che permette di manifestarne l’esemplarità o anti-esemplarità.

Al fine di conferire una determinata fisionomia ai suoi personaggi, Dante abbandona la consueta rappresentazione medievale di tipi, soggetti che ripetono stereotipi consolidati, e recupera una loro psicologia individuale. In questo modo è possibile valorizzare l’esperienza biografica e la personalità delle anime così come erano nella vita terrena.

Erich Auerbach, filologo romanzo e autore di importanti studi su Dante e sul realismo nella letteratura occidentale, ha analizzato la realizzazione del suddetto realismo nell’episodio di Farinata degli Uberti e Cavalcante de’ Cavalcanti nel canto X dell'Inferno, dove sono puniti gli eretici. Egli rileva che i dannati si trovano ormai in una condizione di pena immutabile, ma descrive come siano comunque dotati di una propria storia terrena che continua ad avere eco nell’incontro con il poeta e in cui si salvaguarda la loro individualità.

Analizziamo in particolare il personaggio di Farinata. Questi appare caratterizzato da un vivo interesse per le lotte di parte a Firenze, sua patria natia, di cui lui stesso era stato protagonista come uno dei capi ghibellini. Questo elemento di storicità caratterizza la sua figura lungo tutto il dialogo con Dante, ma assume un duplice aspetto. Da una parte è presente ancora una forte adesione al suo partito, che trova espressione nella prima domanda volta a conoscere la parte per cui militavano gli antenati di Dante («Chi fuor li maggior tui?») e nell’affermazione di partecipazione dolorosa alla sconfitta dei ghibellini («S’elli han quell’arte male appresa, ciò mi tormenta più che questo letto»). Dall’altra l’attaccamento alle vicende politiche fiorentine si manifesta anche in un nobile e sincero amor di patria:

 

«E se tu mai nel dolce mondo regge,

dimmi: perché quel popolo è sì empio

incontr’a’ miei in ciascuna sua legge?».                   

Ond’io a lui: «Lo strazio e ’l grande scempio

che fece l’Arbia colorata in rosso,

tal orazion fa far nel nostro tempio».                             

Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,

«A ciò non fu’ io sol», disse, «né certo

sanza cagion con li altri sarei mosso.                         

Ma fu’ io solo, là dove sofferto

fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,

colui che la difesi a viso aperto».      

                                   (Inf. X, vv. 82-93)

 

L’attaccamento di Farinata alla propria città trova espressione in una mancata comprensione dell’accanimento dei concittadini sui suoi familiari (vv. 82-84) e nella rivendicazione, di fronte al riferimento di Dante al sangue versato durante la battaglia di Montaperti (vv. 85-87), di essere stato l’unico a difendere la città dall’intenzione dei vincitori ghibellini di raderla al suolo.

Farinata rappresenta, quindi, un personaggio a tutto tondo, che si erge nella sua superbia «com’avesse l’inferno a gran dispitto» ma che può anche essere definito «magnanimo» per la capacità di nutrire sentimenti nobili. Auerbach rinforza le sue argomentazioni a favore del realismo dantesco stabilendo anche come esso sia naturale conseguenza della concezione figurale, per cui le anime dell’aldilà sono la piena e compiuta realizzazione di ciò che già furono in terra, la vera realtà della loro persona. Questa impostazione, infatti, permette di salvaguardare la dimensione terrena dei personaggi in quanto essa è come la potenza che perviene al suo atto nell’aldilà, quando confluisce nel destino ultimo della persona. Dante ha così anche la possibilità di salvaguardare l’unità dell’esperienza biografica, valorizzando la realtà storica in quella ultraterrena.

La dimensione unitaria della persona e la sua conseguente rappresentazione realistica sono legate anche alla tematica del corpo e al suo rapporto con l’anima.

Lungo tutto il poema il lettore accoglie la finzione della Commedia e dà per scontata la sofferenza delle anime per le pene infernali e purgatoriali. Nel canto XXV del Purgatorio Dante si interroga esplicitamente su come le anime incorporee possano soffrire pene corporee, una questione all’epoca dibattuta fra i teologi. La risposta, dopo una dettagliata descrizione della formazione del corpo a partire dal concepimento, presenta l’anima come forma della materia del corpo attraverso l’analogia col calore del Sole, che, congiunto all’umore della vite, diviene vino. Abbiamo quindi la compartecipazione di un elemento spirituale e uno materiale per la creazione di un’unità quale è l’uomo. Proprio in virtù di questa unità, l’anima mantiene alcune qualità corporee:

 

«Quando Làchesis non ha più del lino,

solvesi da la carne, e in virtute

ne porta seco e l’umano e ‘l divino:

l’altre potenze tutte quante mute;

memoria, intelligenza e volontade

in atto molto più che prima agute.»

                          (Purg. XXV, vv. 79-84)

 

Memoria, intelletto e volontà sono le facoltà in cui viene ripartita l’anima razionale, distinta da Aristotele dall’anima vegetativa e dall’anima sensitiva, e subiscono un potenziamento in seguito alla separazione del corpo. Ma l’anima ha un così stretto legame con quest’ultimo da portare con sé «l’umano», ovvero la facoltà vegetativa e sensitiva, e «’l divino», la facoltà razionale. «In virtute» in particolare indica una potenzialità che fa parte dell’essenza dell’anima stessa, che non è solo razionale ma un tutt’uno con le altre due parti, presenti già nella formazione del corpo.

Giunta nel luogo che le compete la virtù informativa dell’anima irraggia un corpo aereo dotato di quelle qualità che gli permettono di patire le pene oltremondane. Già alcuni Padri della Chiesa avevano ritenuto che esistesse un corpo etereo, ma la questione era dibattuta. Tommaso d’Aquino, ad esempio, non ammetteva corporeità per l’anima separata mentre Agostino affermava solo una qualche somiglianza dell’anima al corpo. Completamente dantesca tuttavia è la modalità in cui questo corpo si forma, ovvero un’immagine impressa nell’aria e dotata di qualità corporea. Questo corpo aereo è fondamentale per le possibilità stesse del poema, in quanto è ciò che permette anche la manifestazione dei sentimenti dei personaggi e consente la salvaguardia della loro individualità:

 

«Quindi parliamo e quindi ridiam noi;

quindi facciam le lagrime e ‘ sospiri

che per lo monte aver sentiti puoi.

Secondo che ci affliggono i disiri

E li altri affetti, l’ombra si figura;

e quest’è la cagion di che tu miri».

                    (Purg. XXV, vv. 103-108)

 

La volontà di recuperare l’unità di anima e corpo è alla base dei passi della Commedia che trattano della questione della resurrezione dei corpi,  necessaria ai beati per poter godere pienamente della visio Dei .

È noto che nella narrazione del Paradiso Dante non è in grado di vedere i volti delle anime dei beati, esclusi quelli del cielo della Luna, perché il corpo aereo è soverchiato dalla luminosità dell’anima. Nel XIV canto Beatrice,  anticipando la domanda di Dante, chiede alle anime sapienti se dopo il Giudizio Universale i corpi che risorgeranno saranno nuovamente visibili o se saranno avvolti dalla luce. A rispondere è l’anima di Salomone:

 

«Come la carne glorïosa e santa

fia rivestita, la nostra persona

più grata fia per esser tutta quanta:

per che s’accrescerà ciò che ne dona

di gratüito lume il sommo bene

lume ch’a lui veder ne condiziona;

onde la visïon crescer convene,

crescer l’ardor che di quella s’accende,

crescer lo raggio che da esso vene.

[…] né potrà tanta luce affaticarne:

ché li organi del corpo saran forti

a tutto ciò che potrà dilettarne.»

             (Par. XIV), vv. 43-51, 58-60)

 

Questi spiega che la resurrezione segnerà un recupero dell’unità della persona («tutta quanta») e un potenziamento dei sensi corporei («saran forti a tutto ciò che potrà dilettarne») e pertanto l’uomo giungerà al suo più alto grado di perfezione. Questa perfezione era secondo la teologia il principale motivo del desiderio di recupero del corpo. Ma, in coda al discorso di Salomone, Dante aggiunge:

 

Tanto mi parver sùbiti e accorti

e l’uno e l’altro coro a dicer «Amme!»,

che ben mostraro disio d’i corpi morti:

forse non pur per lor, ma per le mamme,

per li padri e per li altri che fuor cari

anzi che fosser sempiterne fiamme.

                            (Par., XIV, vv. 61-66)

 

Emerge qui la volontà di rivedere le persone amate in terra come l’altra radice del desiderio di riacquisire il proprio corpo, riconosciuta dalla teologia ma posta in secondo piano. Dante, secondo le modalità del suo realismo, decide invece di sottolineare questo aspetto ponendo questi versi subito dopo la chiusura del discorso di Salomone e avvicinando così la realtà dei beati al lettore. Attraverso il richiamo alla realtà corporea e affettiva Dante può dare alle anime dei beati una consistenza sensibile poiché ne sottolinea il carattere di umanità universalmente condivisa, che può far parte dell’esperienza concreta di chi legge e non quello di un’umanità d’eccezione che ha permesso l’acquisizione di un seggio in Paradiso. Questo realismo trova poi espressione anche nella sua realizzazione linguistica. Si noti l’uso del termine “Amme”, forma toscana di Amen,  con cui il poeta sottolinea la commossa partecipazione delle anime al discorso di Salomone, e soprattutto il termine “mamme”, che nella sua dimensione di quotidianità sintetizza con immediatezza ed efficacia la dimensione dei rapporti umani che nel giorno del Giudizio potranno trovare pieno compimento.

Nel canto XXV del Paradiso la resurrezione dei corpi è presentata come l’oggetto della virtù teologale della speranza. La mancanza del corpo segna infatti un'imperfezione  dell’attuale beatitudine delle anime e nella parte conclusiva del canto è Dante stesso a sperimentarla. Sulla scena compare san Giovanni, che secondo una tradizione sarebbe asceso in cielo col corpo. Dante cerca quindi di scorgerne il viso, ma il santo lo riprende smentendo la credenza. Si volge verso Beatrice, il cui volto è l’unico visibile al poeta in Paradiso, ma non riesce a vederla essendo rimasto accecato dal tentativo precedente:

 

Ahi quanto ne la mente mi commossi,

quando mi volsi per veder Beatrice,

per non poter veder, benché io fossi

presso di lei, e nel mondo felice!

                  (Par. XXV, vv. 136-139)

 

Questa impossibilità di vedere la donna amata perturba la stessa felicità della condizione paradisiaca. Il realismo in questo caso è espresso dal sentimento di dolore provato, in contrasto con il contesto in cui si trova, dato dalla mancanza dell’elemento più corporeo di cui Dante può godere nel viaggio in questo regno. Come si vede, l’episodio ricalca la condizione di imperfezione presentata anche in Par. XIV.

In conclusione, attraverso l’ausilio delle molteplici risorse linguistiche a cui Dante attinge, il realismo dantesco si compone di una forte caratterizzazione delle situazioni e dei personaggi. Esso trova conferma anche nella dimensione dottrinale e teologica del poema, che consente l’esaltazione e la preservazione della dimensione storica delle vicende umane. La saldatura fra questi elementi permette di ottenere l’impatto emotivo, estetico e morale sul lettore che accompagna Dante nel viaggio oltremondano.

 

Per saperne di più

L’edizione di riferimento del poema è “La Commedia” secondo l’antica vulgata , ed. Giorgio Petrocchi (Milano: Mondadori, 1966-67).

Sul realismo di Dante ha scritto Erich Auerbach nel capitolo “Farinata e Cavalcante” di Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale (trad. di Alberto Romagnoli e Hans Hinterhäuser, Giulio Einaudi Editore, 1956). Dello stesso autore è possibile consultare anche i capitoli “La rappresentazione” e “Conservazione e trasformazione della visione dantesca della realtà” in Studi su Dante (trad. di Maria Luisa de Pieri Bonino e Dante Della Terza, Feltrinelli, 1963).

Per la questione del rapporto fra anima e corpo si consiglia la lettura di Manuele Gragnolati, Experiencing the Afterlife: Soul and Body in Dante and Medieval Culture (Notre Dame: University of Notre Dame Press, 2005).

 

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