06 agosto 2018

Percezione e realtà in un racconto di Dostoevskij

di Antonio Galetta

Fëdor Michajlovič Dostoevskij, universalmente noto per i romanzi e le povest’ scritte tra gli anni Sessanta e Ottanta del XIX secolo, fu anche prolifico pubblicista e autore di racconti brevi. Mi occuperò proprio di uno di questi ultimi: Il sogno di un uomo ridicolo, «racconto fantastico» pubblicato nel 1877.

 

Dirò subito, con Michail Bachtin, che questo breve testo è «un’enciclopedia quasi completa dei temi dell’opera di Dostoevskij». Dopo averne ripercorso la trama porrò la questione: quanto e in che modo le cause dell’evoluzione dell’io narrante partecipano della realtà e quanto, invece, non escono dalla sua percezione? Infine, per questo tramite, cercherò di ricostruire alcune delle principali idee espresse da Bachtin  in Dostoevskij, poetica e stilistica.

 

«Sono un uomo ridicolo. E adesso mi danno anche del pazzo. Potrebbe essere una promozione se per loro non rimanessi comunque un uomo ridicolo»: così inizia la prima delle cinque parti in cui è diviso il racconto. La consapevolezza sempre più chiara di essere un uomo ridicolo negli anni ha perso per il narratore ogni significato, ma il posto di quell’inquieta autocoscienza è stato riempito da qualcosa di forse ancor più deleterio, ovverosia «la convinzione ormai acquisita che al mondo niente avesse importanza». L’uomo ridicolo è passato dal tormento di non poter sfuggire a sé stesso a un’indifferenza tale da mettere in discussione che qualcosa sia mai esistito o possa esistere: «per me era lo stesso se il mondo esisteva, o se nulla ci fosse stato in nessun luogo».

 

La sera del tre novembre, poi, il narratore sostiene di aver conosciuto «la verità». Egli tornava nella sua piccola e povera stanza, un po’ più grande ma non dissimile dalla «bara» in cui vive Raskol’nikov  in Delitto e castigo,  ed era deciso a mettere a frutto il dispendioso acquisto di una «bellissima rivoltella» dopo due mesi di procrastinazioni.  Sferzato da una pioggia «minacciosa… chiaramente ostile agli uomini», notò nel cielo un’unica stella e la prese per un segnale sicuro che i tempi erano maturi per portare alle estreme conseguenze la propria visione del mondo.  Tra questo rinnovato slancio suicidario e la scena finale della prima parte ha luogo l’incontro con una bambina di otto anni, che, sperduta e impaurita, andava chiamando la propria madre per le strade deserte. L’uomo ridicolo non la soccorre, anzi le grida contro e la osserva andare a cercare aiuto presso altre persone, ma quando a notte fonda si scopre a fissare la rivoltella senza potersi risolvere a adoperarla, afferma: «sono sicuro che se non fosse stato per quella bambina, io l’avrei certamente fatto».

 

La seconda parte si apre con il tentativo dell’uomo ridicolo di sciogliere al lettore i motivi della propria esitazione. Egli afferma di essere diventato sì indifferente, ma non impenetrabile alle forti emozioni (il dolore, la pietà). E proprio la pietà l’ha invaso nell’incontro con la bambina disperata. Ma perché, allora, non l’ha soccorsa? Perché le ha addirittura gridato di non disturbarlo oltre?  Qualcosa di più grande, di nuovo, l’ha costretto all’impasse: «mi faceva rabbia pensare che se ormai avevo deciso di suicidarmi quella stessa notte, a questo punto ogni cosa al mondo avrebbe dovuto essere per me priva di ogni importanza, più che in qualsiasi altro momento… io stavo per diventare nulla, un nulla assoluto».  La bambina, col suo dolore, gli provoca una commozione esiziale, che non può accettare perché la prospettiva di un’incombente annichilazione, a rigor di logica, dovrebbe impedirgli di «soffrire, arrabbiarmi e vergognarmi del mio comportamento». Dopo un certo numero di variazioni sul tema “se nulla importa e nulla c’è dopo la morte, perché non sono del tutto indifferente al mondo e a me stesso?”, l’uomo ridicolo si assopisce e sogna il sogno che dà il nome al racconto.

 

Nella visione onirica si spara al cuore. Viene messo nella bara e sotterrato, ma, pur non potendo muoversi né parlare continua a sentire e ragionare, supino in un’immobilità priva di attesa, «accettando senza discutere il fatto che un morto non poteva certo aspettarsi qualcosa». D’un tratto, ogni minuto una goccia comincia a cadergli sugli occhi chiusi e per sempre immobili. Allora l’uomo ridicolo pronuncia (pensa) una specie di preghiera: «chiunque tu sia, se esisti e se esiste qualcosa che abbia più senso di tutto questo, allora ti prego, fai che avvenga anche qui». La bara si spalanca e un essere «scuro e sconosciuto» conduce il narratore attraverso lo spazio profondo fino a un pianeta del tutto simile alla Terra che, intanto, egli ha iniziato a rimpiangere. La nuova Terra su cui giunge è popolata da esseri bellissimi che si muovono in una natura «quasi consapevole»: è un paradiso, tale e quale quello perduto dai progenitori «che però caddero nel peccato». L’uomo ridicolo è subito circondato dagli abitanti di questo Eden intatto, ne riceve le premure e le gentilezze.

 

La quarta parte del racconto si apre su una nota in qualche modo dolente: il narratore non è capace di comprendere del tutto la vita di quegli esseri, i quali gli paiono vivere in modo troppo diverso da quello a cui è abituato, percepito come migliore e preferibile: «essi non ambivano a nulla, ma erano sereni, non aspiravano alla conoscenza della vita così come vi aspiriamo noi, perché la loro vita era totale». L’impossibilità di comprendere il modo di vita altrui è ricambiata. Segue la messa in discussione della veridicità del sogno, sulla quale tornerò a breve. Dopodiché, a mo’ di preludio all’ultima parte, l’uomo ridicolo ci fa una confessione.

 

«Come un bacillo di peste che contagia interi stati, così anch’io contagiai quella Terra felice e innocente. Essi impararono a mentire, incominciarono ad amare la menzogna, e a conoscerne la bellezza». Dalla menzogna alla sensualità, poi la gelosia, la crudeltà, il distacco dalla natura, il primo sangue versato e la discordia da cui la necessità di organizzarsi in fazioni avverse. Quando gli abitanti del paradiso conobbero il dolore non poterono che associarlo al piacere e alla verità, la quale giudicarono che si potesse ottenere solo per mezzo della sofferenza: nacque allora la scienza. Dimenticarono la condizione di innocenza e felicità iniziale per cominciare a desiderarla ardentemente… insomma: caddero in una decadenza dalla quale l’uomo ridicolo tenta di redimerli proponendo il proprio sacrificio, ma in cambio ottiene solo minacce, in seguito alle quali sostiene di essersi svegliato.

 

Dopo aver visto in sogno che gli uomini possono essere belli e felici sulla Terra, l’uomo ridicolo subisce un profondo cambiamento. La stessa rivoltella che doveva congedarlo dal mondo gli ispira ora un rinnovato amore per il creato: «io non voglio e non posso credere che il male per gli uomini sia la normalità». Così si propone di predicare questa «Verità» a tutti gli uomini che incontrerà, senza curarsi del fatto che essi continueranno a ridere di lui, anzi traendo da ciò un profondo godimento.

 

Vengo ora alla pagina in cui il narratore stesso avanza dei dubbi sul proprio sogno. Egli ammette di non ricordare nient’altro che una «sensazione», di avere deliberatamente aggiunto i particolari su cui si è tanto dilungato e sulla base dei quali racconta di aver recuperato l’entusiasmo che nelle prime pagine sembrava irreversibilmente perduto. Ora, la resurrezione appare arbitraria quanto la caduta: l’uomo ridicolo in una trentina di pagine si fa portavoce di visioni se non opposte certo inconciliabili, ed è ugualmente incapace di spiegare la mestizia iniziale e la «Verità» che gli cambia la vita. Ciò che rimane costante è l’intensità della sua vita interiore, l’impeto di una credenza che è essenzialmente una disposizione all’azione, tanto insondabile quanto travolgente.

 

Che progetti il proprio suicidio o un piano improbabile e melenso di redenzione per tutta l’umanità, per l’uomo ridicolo restano valide queste sue stesse parole: «‘la coscienza della vita è superiore alla vita, la conoscenza delle leggi della felicità è superiore alla felicità’… ecco contro cosa bisogna lottare!». Tuttavia questo ostinato rifiuto di ogni teoria sulla vita fa sì che egli cominci con un esasperato soggettivismo («tutto questo mondo e tutta questa gente non sono nient’altro che me stesso») e finisca con un altrettanto esasperato utopismo astratto dalla realtà («se soltanto tutti lo vorranno, ogni cosa andrà al suo posto in un attimo»). In mezzo ci sono il suicidio rimandato, la perplessità davanti alla rivoltella e l’involontario assopimento – tutto innescato dall’unica, brusca irruzione della realtà nella sua vicenda, nelle sembianze della bambina che chiede disperatamente soccorso e che egli non riesce ad aiutare. Si può ipotizzare che quest’uomo è “ridicolo” proprio perché incapace di partecipare criticamente al reale, perso com’è nella propria smania di avere a che fare solo con la vita, di prescindere da discorsi e pratiche che tentino di forzarla in un ordine che non le appartiene: “ridicolo” perché un sistema di credenze così costruito vacilla pericolosamente quando viene a contatto con la realtà, e può risolversi in una visione non disperante delle cose soltanto ricorrendo a una sfuggente trascendenza qual è la «Verità» di cui il narratore viene a parte in un sogno pressoché del tutto inventato.

 

Come sempre accade in Dostoevskij, è impossibile desumere una posizione assiologica unilaterale e definitiva da questo racconto: Il sogno di un uomo ridicolo non è né una critica del nichilismo solipsistico né un’esaltazione di una declinazione particolarmente irrazionalistica  della spiritualità cristiana (jurodstvo, «stoltezza in Cristo»). Eppure leggendo isolatamente la prima parte si può avere la percezione che Dostoevskij fosse un nichilista dei più desolati; leggendo l’ultima, che egli fosse un folle in Cristo (jurodivyj) come il suo Alëša Karamazov. Come possiamo spiegare una analoga forza espressiva nel far parlare due posizioni così antitetiche?

 

Innanzitutto, rinunciando a spiegare l’uomo ridicolo alla luce del suo autore. Che Dostoevskij avesse in orrore il nichilismo esistenziale e politico qui come altrove (Stavrogin ne I demoni, Ivan Karamazov) non fa testo; né il suo debito con la spiritualità che ha ispirato Tichon (I demoni) e Zosima (I fratelli Karamazov) deve farci leggere Il sogno di un uomo ridicolo come una sua camuffata apologia. Bisogna pensare dunque che il testo non sia espressione del suo autore, che si riduca a mero variare di un discorso che permane mimetico? Nemmeno, sebbene qui siamo già più vicini a comprendere il procedimento letterario di Dostoevskij.

 

Dall’ampia monografia di Bachtin prendo due concetti, come vedremo, interdipendenti: «polifonia» e «uomo d’idea». Secondo il grande quanto singolare studioso russo, Dostoevskij è l’inventore del «romanzo polifonico»: una narrazione in cui non si assisterà mai al progressivo maturare e affermarsi di un’idea sulle sue concorrenti e in cui tesi molto diverse tra loro non si completeranno mai a vicenda in una sintesi più o meno raccogliticcia. L’autore di un romanzo polifonico non scrive per dimostrare o difendere una posizione, non ha finalità pedagogiche, non è interessato a indicare il filo che può sciogliere la problematica matassa del reale. Egli, anzi, è l’unico ad accettare l’inestricabilità di questa matassa e nondimeno ad affrontarla di petto. Dostoevskij, dice Bachtin, ascoltò le voci della propria epoca e le fece incontrare e scontrare nella propria narrativa, dando luogo a vicende, dibattiti, dialoghi con la singolare caratteristica di essere allo stesso tempo profondamente romanzeschi e profondamente reali. Questo era il realismo secondo un uomo che realista, e non altro, si definiva, che riduceva il proprio programma letterario a un enunciato terribilmente semplice: «io cerco l’uomo nell’uomo».

 

Ne L’adolescente Dostoevskij scrive: «non si possono descrivere i sentimenti senza i fatti». Ovvio che i fatti, poi, non possano essere descritti senza i personaggi. Ma quali caratteristiche ha il personaggio di un romanzo polifonico? Egli è «l’uomo d’idea», ossessionato da un proposito o da una posizione assiologica, e non fa altro che mettere alla prova questa viscerale convinzione che lo caratterizza: Kirillov e il suicidio come atto di suprema liberazione, per fare un solo esempio.

 

L’uomo ridicolo con la sua concisa vicenda è «un’enciclopedia quasi completa» dei temi di Dostoevskij, prima di tutto in ragione del suo essere un uomo d’idea. Il fatto che questa idea cambi dà la possibilità a Dostoevskij di far parlare voci del proprio tempo che difficilmente avrebbero potuto convivere nello spazio angusto di un solo personaggio che racconta in prima persona.

 

 

Per saperne di più

Un’ottima edizione dei Racconti di Dostoevskij è quella pubblicata da Oscar Mondadori nel 1991, a cura di Giovanna Spendel (Il sogno di un uomo ridicolo è a pp. 805-832). Per cogliere al meglio la polifonia e il ruolo dell’idea nei grandi romanzi di Dostoevskij consiglio la lettura dei suoi racconti insieme al Diario di uno scrittore (Bompiani 2007) e alla monografia di Bachtin (Dostoevskij - Poetica e stilistica, Einaudi 2002).

 

Immagine di jackmac34, ritagliata in 1200x600, scaricata da https://pixabay.com/it/mosca-dostoevskij-pittura-ritratto-1937273/ e distribuita sotto licenza Creative Commons CC0.

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