10 settembre 2018

La condizione di chi studia una forma d'arte

di Antonio Galetta

Una delle cose più imbarazzanti per chi ama e studia una certa arte è sentirsi chiedere in cosa consista precisamente ciò appresso a cui impiega tanto tempo, entusiasmo ed energie. Una simile difficoltà nel definire i concetti elementari della propria passione è condivisa forse solo da chi studia scienze politiche («che cos’è la giustizia?»), dall’antropologo («ma quindi l’uomo cos’è? Cheffà?»), dal sociologo («cos’è la società? E la religione?»), insomma da chiunque ami tanto una disciplina da essere disposto a fare i conti con la natura convenzionale del proprio oggetto di studio.

 

«E così stai finendo di scrivere la tesi in Stilistica e metrica? Ma dimmi, tu che ne capisci, che cos’è la poesia?». Quanto ci piacerebbe poter dare una risposta del tipo: la poesia è un discorso in versi, e via a spiegare la parola emistichio attraverso la sua etimologia e dove devono cadere gli accenti in un endecasillabo ben fatto; ma se poi il nostro importuno interlocutore si accorge  – com’è accaduto a chi scrive in un momento epifanico di rara idiozia – che il famigerato basso continuo delle stazioni, «allontanarsi dalla linea gialla», è proprio un endecasillabo dall’andamento quasi perfettamente giambico? Potremmo rispondergli: «vedi, tu fino a oggi pensavi a prendere il treno e non coglievi la poesia!», ma lo faremmo con l’amarezza, gli occhi bassi e la mezza boccaccia di chi è stato smascherato e crede che prendere un treno sia un’azione nemica della poesia.

 

«Quindi te ne vai in America a fare il dottorato in Storia dell’arte? E bravo! Ma scusa, spiegami un po’, come si riconosce un’opera d’arte?». Peggio ancora. Temo che in questo caso, se non vogliamo contare storie a noi e a chi abbiamo di fronte, le alternative si riducano al silenzio e alla violenza (verbale, naturalmente, perché il fisico di uno studioso è quello che è).

 

Ora, scrivo questo articolo nella più profonda convinzione che domande del genere non possano e non debbano essere liquidate con un’alzata di spalle o con uno scostante senso di sdegno e superiorità. Se pensi che studiare quello che studi ti dia accesso a un’aristocrazia dello spirito in cui il profano può entrare solo come oggetto di scherno, insomma, questa pernacchia è per te. No: è comprensibile, in chi non studia una certa arte, la percezione che chi vi dedica la propria vita abbia risposte tanto difficili a darsi, perché altrimenti «che ci sta a fare?». I quesiti che così possono venire fuori vanno affrontati, anche a costo di disvelare all’interlocutore una realtà più complessa e stratificata di quanto forse si aspettasse.

 

Il punto è che l’atleta che si allena e si nutre con scrupolo assiduo e ferma determinazione trae dai propri sforzi risultati che non si prestano ad alcuna ambiguità, e così il matematico, il biologo, il gamer, il dirigente d’azienda. Le ginocchia dello studioso di qualche arte invece tremano al solo addensarsi della possibilità di domande come quelle che ho riportato. Anzi, più egli è specializzato in un dato ambito, più simili domande sono paurose, ed è sintomatica la frequenza, nella narrativa contemporanea, di un personaggio la cui erudizione è più che altro un’occasione di difficoltà a comunicare col mondo (il caso più emblematico a mia conoscenza in questo senso è il personaggio di Hal Incandenza in Infinite jest).

 

Ma allora è tutto finito, ci siamo sbagliati, chiudiamo le università? Non credo. Mettiamo dieci opere diverse su internet, facciamo votare la gente e vediamo cos’è l’arte per gli italiani? Onestamente no. George Berkeley, filosofo che contava storie per professione, in una delle sue apologie camuffate da dialogo filosofico osservò che «gli uomini che hanno meno tempo da dedicare alla speculazione vedono che quanti hanno trascorso tutta la vita nella ricerca del sapere finiscono per professare una totale ignoranza». Cercherò di mostrare come, purtroppo o per fortuna, non può essere altrimenti.

 

Introdurrò a questo proposito alcune idee di Viktor Šklovskij nate sul campo della letteratura ma a mio parere non prive di una certa validità generale. Questo studioso sovietico, oltre ad avere un nome eccezionalmente piacevole da pronunciare, ha dato un contributo essenziale alla comprensione della natura convenzionale e volontaria dell’opera d’arte: convenzionale perché ciò che era arte a Roma nel I secolo non lo era in Cina nello stesso istante e non lo era a Roma nel XIX; volontaria perché l’artista non subisce la propria ispirazione. L’opera d’arte, insegna Šklovskij, è frutto di un «procedimento», cioè nulla di trascendentale, una somma di operazioni logiche in numero finito e come tali potenzialmente replicabili. Ma perché allora nella realtà storica (dalla quale allontanarsi è sempre pericoloso) questa replica teoricamente possibile non si dà mai? Perché è impossibile dire «arte è A» senza addentrarsi in una selva di specificazioni, eccezioni, casi particolari in numero e portata tali da far dubitare della legittimità di una qualsiasi teorizzazione? Il motivo è il perpetuo e irregolare mutamento di quelli che potremmo chiamare i dati di input, ovverosia tutte le variabili che caratterizzano e determinano sotto l’aspetto qualitativo quella «convenzionalità» di cui sopra. Immaginiamo il mondo e l’artista che, in esso immerso, decida di scrivere un’opera: egli sta pianificando di lasciare qualcosa di statico e definitivo in ciò che statico e definitivo non è. Quali strategie adopererà? Prima di rispondere, tenendo a mente queste premesse, poniamoci da capo la domanda: com’è che una costruzione linguistica diventa arte? La risposta sta nel punto di contatto tra questa costruzione e la realtà, sulla quale è però ora necessario dire qualcosa di più.

 

Šklovskij chiama «automatismo della percezione» quel fenomeno a causa del quale la nostra percezione di un oggetto varia qualitativamente nel tempo secondo uno schema fisso: quella che ieri ci sembrò una totale novità oggi ci sembra nostra naturale compagna e domani ci sembrerà un simulacro di quello che amammo, ormai incapace di parlarci. «Così la vita scompare trasformandosi in nulla. L’automatizzazione si mangia gli oggetti, il vestito, il mobile, la moglie e la paura della guerra»; aggiungiamo pure: il nuovo quadro sul muro, il post it per ricordarsi di spegnere la luce, una canzone, una frase, una serie di sillabe senza significato, l’ironia spicciola di questo articolo... L’opera d’arte altro non fa che rompere questo automatismo della percezione attuando strategie tali che noi possiamo tornare a vedere (e non solo riconoscere) ciò che a causa di una troppo lunga familiarità abbiamo preso a dare per scontato. «Considera che pochi, pochissimi di noi sono in grado di affrontare l’ovvio», dice un memorabile personaggio di David Foster Wallace.

 

Arte, quindi, è ciò che conferisce agli oggetti che nomina e rappresenta una profondità che nel «tempo del calendario» si è perduta di vista. Ma se il procedimento attuato dall’artista ha come obiettivo impedire l’automatismo della percezione, se cioè la creazione è essenzialmente un processo impedente, allora a chi ci pone quelle domande dovremo rispondere che pretendere di dare una definizione statica dell’arte è semplicemente e totalmente assurdo. Non c’è né ci sarà infatti uomo capace di dire l’ultima parola su ciò che è funzione di qualcosa di intrinsecamente dinamico, dalla cui analisi è impossibile desumere leggi con valore prescrittivo.

 

È allora necessario, per chi vuole studiare materie siffatte senza allontanarsi pericolosamente dalla realtà, rinunciare ad affrontare le domande che forse verrebbe più naturale porsi, sporcarsi le mani in uno sforzo di storicizzazione. Certo qualcuno potrà sempre sospirare, con uno degli innumerevoli personaggi di Pynchon, che «da professori di Harvard ti aspetteresti di più… e invece è tutto un teorizzare e un discutere… », ma tant’è. Anzi, se questo vuol dire lasciare ad altri il piacere di ricercare brevi formule per spiegare e predire la realtà, tanto meglio: «allontanarsi dalla linea gialla» rimarrà un perfetto endecasillabo che non ha nulla – nulla  – di artistico.

 

Per saperne di più

Le idee di Šklovskij che ho riportato sono un mero assaggio di Teoria della prosa, Einaudi 1974. Per meglio inquadrare questo grande studioso nel proprio tempo consiglio la lettura dei volumi I formalisti russi (a cura di Tzvetan Todorov, Einaudi 1968) e Il formalismo russo (Victor Erlich, Bompiani 1966). La citazione di Berkeley viene dal primo dei tre Dialoghi tra Hylas e Philonous; quella di Foster Wallace da Piccoli animali senza espressione, racconto incluso ne La ragazza coi capelli strani; il sospiro di Pynchon, infine, da quell’opera ponderosa e talvolta ingiustamente stigmatizzata che è Contro il giorno.

 

Photo by zinnoman0 on Pixabay, CC0 Creative Commons, Libera per usi commerciali, Attribuzione non richiesta.

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0