4 settembre 2019

Tra tentazione veneta e conservazione retoromanza: le parlate di Pordenone e delle zone a nord-ovest della città

di Joshua Giovanni Honeycutt

«De Livence al Timâf» e «tra la mont e il mar» recita il detto che si sente comunemente pronunciare in Friuli riguardo ai confini del Friuli storico. Un territorio che, quindi, si estende dalla città di Gorizia fino a Sacile, comprendendo una parte dell’attuale provincia di Venezia, il cosiddetto mandamento di Portogruaro. Una terra dalla forte identità storica e linguistica, almeno nelle sue aree centrali. La sua identità linguistica, infatti, oggi, in vaste aree periferiche della regione storica non è così solida, o, per quanto riguarda alcune aree, non lo è da tempo. La forza del veneto, infatti, grazie al suo maggior prestigio, alla sua maggior somiglianza con l’italiano e dunque alla sua maggior comprensibilità da parte di persone non originarie del Friuli, ma anche e soprattutto a vicende storiche peculiari, lo porta in molti casi nella posizione di aver ormai soppiantato o di stare per soppiantare il friulano. Questo processo appare chiaramente più forte nelle zone periferiche di confine (l’occidente pordenonese), oppure nelle zone cosiddette ‘coloniali’ venete (Trieste), oppure nelle zone storicamente separate della Patria del Friuli e maggiormente legate a Venezia (Pordenone).

 

Le parlate friulane della provincia di Pordenone appartengono alla cosiddetta variante occidentale o concordiese del friulano, le cui caratteristiche più ovvie sono la terminazione in -a del femminile singolare oltre che la realizzazione delle vocali -e- e -u- lunghe come dittonghi che variano da sottovarietà a sottovarietà. 

 

Per quanto riguarda invece il veneto parlato in queste zone, bisogna distinguere tra il pordenonese, di «impianto linguistico veneziano, in parte affine a quello “paracadutato” a Udine, [su cui] premono (…) da una parte una varietà friulana di stampo “occidentale”, dall’altra un sistema “alto-veneto”, che deborda dai dialetti del Livenza e si salda per alcuni tratti comuni (riduzione del vocalismo finale) con quello friulano» (Piera Rizzolati, Parlar “veneto” a Pordenone), e appunto le varietà venete liventine dell’estremo occidente della provincia, che afferiscono a parlate venete settentrionali. 

 

La storia della città di Pordenone, e quindi anche la storia delle vicende linguistiche che la riguardano, sono quelle di un corpus separatum all’interno della Patria del Friuli e alla città si può attribuire per i «secoli XV e XVI una facies linguistica sostanzialmente friulana» (Alberto Zamboni, Le caratteristiche essenziali dei dialetti veneti), che successivamente, però, per vicende politiche e commerciali che legano Pordenone a Venezia, la porteranno a diventare venetofona. 

 

G. Papanti, in I parlari italiani in Certaldo, alla festa del V centenario di messer Giovanni Boccaccio, presenta tre varietà diverse di pordenonese nella sua traduzione della novella nona della prima giornata del Decamerone, di cui una «contadinesca» e sostanzialmente friulana, l’altra «degli artieri», e l’ultima «della borghesia», entrambe quest’ultime di matrice veneta. La prima variante testimonia la parlata del contado locale, conservativamente friulana rispetto alla lingua parlata in città. Tra le due parlate venete testimoniate invece, quella che, per diversi motivi, principalmente economici, si è diffusa in città ed è parlata ancora oggi, è quella «degli artieri», che grazie al portentoso sviluppo economico di Otto e Novecento hanno visto prosperare i loro commerci e dunque sono ascesi sino a diventare il ceto più prestigioso in città. Questa variante, per certi aspetti, è più simile al friulano rispetto a quello «della borghesia», in cui la matrice veneziana è chiara. L’aspetto principale che avvicina la variante «degli artieri» al friulano (e ad alcune varietà trevigiane) è il trattamento delle vocali finali di parola. 

 

Il fatto che il pordenonese odierno sia principalmente derivato dalla lingua «degli artieri» è testimoniato dalle opere del poeta Ettore Busetto, ma anche da comici quali i Papu e finanche da cartelli quali questo:

L’immagine proviene dalla porta-finestra dalla bottega dell’artista Ugo Furlan situata in vicolo del Campanile, 8 a Pordenone. Interessante è notare il trattamento della finale nella parola “nient”, che diverge dal trattamento tipico della koinè veneta e del veneziano, ma che diverge, almeno graficamente, anche dal “gnent” presente nella traduzione “degli artieri” di Papanti. È una questione solo grafica in realtà, perché la pronuncia prevede la consonante nasale palatale in posizione iniziale, resa in modo diverso nelle due grafie.

 

La conservazione retoromanza è molto più chiara che a Pordenone nei comuni a nord-ovest della città, quali in primis Aviano, ma anche, in parte, Budoia e Polcenigo, anche se è molto forte il fenomeno d’imitazione della parlata veneta pordenonese oppure liventina, data la vicinanza di città come Pordenone o Sacile con le loro istituzioni educative e lavorative. Ciò è vero a tal punto, che, sotto l’aspetto dialettale, si può parlare di vera è propria diglossia in queste zone. Come sottolineato bene da Giovanni Frau, nonostante i parlanti le sentano come poco friulane, le parlate non imitative di queste zone si possono definire “diversamente friulane”, cioè commiste a elementi veneti, ma ciononostante, molto più friulane di quanto possano apparire a uno sguardo non attento. Nelle sue ricerche su quelle che lui definiva le parlate «retiche», anche Theodor Gartner afferma che le parlate di Polcenigo, Budoia di Aviano sono «Gemenge», cioè «misture» di friulano e veneto, aggiungendo che man mano che da Polcenigo si muove verso nord la parlata diviene più schiettamente friulana. Pur dando ragione a Gartner, Giuseppe Francescato, in La varietà friulana di Aviano, tenta, attraverso dimostrazioni di tipo prettamente linguistico, di approfondire il discorso, nel tentativo di dimostrare la friulanità della parlata di Aviano, anche con risultati in certi casi sorprendenti:

 

1. la parlata della zona di Aviano presenta la vocale -a finale (in nomi, aggettivi e forme verbali), come in tutto il Friuli occidentale, in contrasto con la -e del Friuli centrale. Dal momento che questa caratteristica è presente anche in altre varietà friulane in Carnia e nel Goriziano, non rappresenta una prova certa nel senso di una venetizzazione;

 

2. per quanto riguarda la realizzazione dei suoni -e- e -u- lunghi vi è dittongazione rispettivamente in -éi- e -óu-: anche questo è un carattere presente in tutto il Friuli occidentale. Bisogna sottolineare che questa dittongazione agisce anche su elementi di lessico provenienti dal veneto;

 

3. vi è la conservazione dei nessi consonantici gl-, cl-, bl-, pl-, tipici dei sistemi retoromanzi;

 

4. l’argomento più forte, tuttavia, riguarda la diffusione di -e finale, che viene solitamente indicata come indizio principale della veneticità della parlata di questa zona, con particolare riferimento al suo uso come femminile plurale in sostantivi e aggettivi. Secondo Francescato questa -e- corrisponde a una -i- del friulano centrale e rappresenta un esito tipico nel friulano occidentale. Questa caratteristica è quindi solamente apparentemente veneta, anche se sentita come veneta dai parlanti: la desinenza -is, consueta del friulano centrale diventa -es (femminile plurale ancora riscontrabile nel dialetto della frazione di Giais, più conservativo perché il paese è situato in un punto poco raggiungibile della montagna) e poi vi è la caduta della sibilante, elemento tipico del friulano occidentale (cfr. anche le Poesie a Casarsa di Pier Paolo Pasolini). Tale trattamento di -i- si può notare anche nella desinenza della I persona plurale dei verbi (passaggio da -in del friulano centrale a -en della variante in questione). 

 

Per quanto riguarda le caratteristiche venete nella variante di Aviano, due sono gli elementi importanti:

 

1. suoni interdentali sordi e sonori, assenti peraltro nel pordenonese, perché tipici del veneto liventino, e non della koinè veneta di base veneziana;

 

2. la conservazione della -o finale nei prestiti lessicali veneti (o italiani).

 

Le conclusioni che si possono dunque trarre sono che le parlate di questa zona sono sì ‘miste’, perché fanno parte della zona di transizione, ma che, se le parlate estreme (Polcenigo e Budoia) oramai, rispetto anche all’epoca di Gartner, sono più fortemente venete, quelle dell’interno (Aviano, ma specialmente le sue frazioni di montagna, Marsure e Giais) sono ancora friulane. Francescato mostra quindi di essere meno pessimista sul destino del friulano in questa zona rispetto a Ugo Pellis, che in occasione delle sue ricerche per l’ALI (Atlante Linguistico Italiano) disse che il veneto avrebbe a breve sommerso la friulanità nella zona. 

 

Se all’epoca della visita della Società Filologica Friulana nel territorio di Aviano 1975 Frau notava come la gente della zona non sentisse le sue parlate come friulane e tendeva anzi a venetizzare, bisogna anche dire che dalla fine degli anni Novanta, cioè dall’epoca della legge di tutela della lingua friulana, il senso di appartenenza alla friulanità è aumentato e oggi parlare la variante locale di friulano o persino scriverci è qualcosa di ben visto e sentito come autenticamente locale. L’esempio che riporterò ora è tratto dal gruppo Facebook Sei di Aviano se… e parla dell’usanza di fare l’arco nuziale: 

“al de che se fai l' arco al è sempre un evento, che al tacava al dopo mesdè quant se deva a tuò le ciane cargane: prima se taava chele pi luonge par creà la struttura, poi chele par fultìlo e al era sempre un che al diseva che ne avevane taàt massa o massa puoce. Alla sera se ciatane a ciasa dello sposo o sposa e doth quains se era ingeniers e architetti esperti de archi...” (versione originale in dialetto avianese)
 “il giorno in cui si fa l’arco è sempre un evento, che iniziava nel pomeriggio quando si andava a prendere le canne: prima si tagliava quelle più lunghe per creare la struttura, poi quelle per infoltirlo e c’era sempre uno che diceva che ne avevamo tagliate troppe o troppo poche. La sera ci si trovava a casa dello sposo o della sposa e tutti quanti si era ingegneri e architetti esperti di archi…” (versione tradotta in italiano)

Qui si notano molte delle caratteristiche indicate in precedenza, oltre all’influenza dell’italiano (“arco”, “evento” “sempre”, “sposo”, “architetti esperti”, “archi”), e del veneto (“tuò”), e si notano anche molte ragioni che indicano come la parlata sia prettamente friulana, grazie anche al confronto con la versione in koinè.

 

Per concludere, si può affermare che in parte l’ascesa del veneto nei comuni a nord-ovest di Pordenone è stata arginata, forse anche grazie ai tanti grandi e piccoli interventi di rilancio del prestigio del friulano, anche se rimane un fatto che queste terre si trovano in periferia, su un confine linguistico dove il gioco del prestigio è sempre in atto, e dove il monolinguismo – o quasi – italiano ha sempre più presa, specie tra i più giovani.

 

 

Per saperne di più:

Andrea Benedetti , Perché a Pordenone non si parla più il friulano, articolo tratto da XL Congresso della Società Filologica Friulana – Cordenons 14-15 settembre 1963, Cordenons, Ed. del Comitato Organizzatore, 1963, pp. 46-54;  Carla Marcato , Dialetto, dialetti e italiano, Il Mulino, 2007;  Piera Rizzolati , Parlar “veneto” a Pordenone, articolo tratto da Per Giovan Battista Pellegrini. Scritti degli allievi padovani, a cura di Laura Vanelli e Alberto Zamboni, Padova, Unipress, 1991, pp. 463-491;  Giovanni Frau , Le parlate friulane del territorio di Aviano, da LII Congresso della Società Filologica Friulana –Aviano 21 settembre 1975, Udine, Ed. del Comitato Organizzatore, 1975, p. 297;  Giuseppe Francescato , La varietà friulana di AvianoLII Congresso della Società Filologica Friulana –Aviano 21 settembre 1975, Udine, Ed. del Comitato Organizzatore, 1975, p. 176.

 

Immagine: Image of two arrows pointing in opposite directions. Crediti: Marie Maerz / Shutterstock.com

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