31 luglio 2019

Anche la lingua vuole la sua ecologia (prima parte)

di Alessio Giordano

Alla ricerca di futuri linguisticamente sostenibili

 

Su una «diffusa rivista» appare scritto che presso un istituto specializzato si organizzano «corsi introduttivi e avanzati nella maggior parte delle lingue del mondo. Per la precisione […], fino a 215 corsi in 76 lingue». In effetti, questo numero è certamente notevole, come riportano Daniel Nettle e Suzanne Romaine nel saggio Vanishing Voices, ma oltremodo fuorviante: le lingue nel mondo sono infatti circa 7000, per cui la cifra di cui fa vanto il suddetto istituto rappresenta meno del 2% delle lingue sul nostro pianeta. Approssimativamente, dunque, di certo non la «maggior parte».

 

Chiaramente, l’insegnamento delle lingue viene incontro alle esigenze di chi vuole imparare determinati idiomi: sarebbe curioso immaginarsi anche soltanto un migliaio di persone che decidessero di richiedere un corso di lingua andi, botlikh, godoberi, karati, chamali, bagwali, akhwakh o tindi (anche se si possono trovare dei video come questo, in cui si cerca di promuovere l’apprendimento di lingue minori – dell'adighè nella fattispecie). Eppure, proprio quest’anno, nel 2019, a tali idiomi poco conosciuti è stato dedicato dalle Nazioni Unite l’International Year of Indigenous Languages. Per l’UNESCO, infatti, le lingue non sono soltanto uno strumento di comunicazione, un rimedio artificiale per uno scambio di informazioni, ma sono soprattutto «il luogo nel quale riposa l’identità unica di ogni persona, la storia culturale, le tradizioni e la sua memoria».

 

Le 100 lingue più parlate al mondo sono utilizzate da circa il 90% della popolazione mondiale. Approssimando per difetto, possiamo dire che dal 10% degli uomini sulla Terra sono parlate circa 6500 lingue; di queste, secondo l’UNESCO, 2680 sono attualmente in pericolo. Più negativo è Michael Krauss, linguista che lavora presso l’Alaska Native Language Center, il quale sostiene che soltanto 600 lingue sul nostro pianeta siano al sicuro, mentre «la stragrande maggioranza di queste potrebbe essere a rischio di estinzione, poiché le lingue del mondo stanno morendo con una velocità allarmante».

 

Ciò lascia ben intendere, come sostengono Nettle e Romaine, che «più della metà delle lingue del mondo potrebbe essere scomparsa alla fine del prossimo secolo». Questo pericolo è avvertito, in primo luogo, dagli stessi parlanti di lingue a rischio, che vedono il numero dei madrelingua ridursi sempre più (a tal proposito, si era analizzata in un precedente articolo la situazione del na-našu); i popoli indigeni e le lingue di questi stanno morendo perché la civiltà moderna distrugge i loro habitat in seguito al processo di assimilazione. Non è una storia nuova. Moltissime lingue sono morte nel corso dei secoli; si pensi al caso del latino, ma anche ad altre come l'osco, l'umbro, il dalmatico, l'etrusco...

La morte di una lingua è il sintomo di una morte culturale:

Con la morte di una lingua scompare un modo di vivere. I destini delle lingue sono legati a quelli dei loro parlanti: la decadenza e la morte di una lingua si verificano come reazione alle diverse pressioni – di ordine sociale, culturale, economico e persino militare – esercitate su una comunità. Ogni qualvolta una lingua cessa di esercitare una particolare funzione, essa è destinata a perdere terreno a favore di un’altra lingua che prende il suo posto. La morte sopraggiunge quando una lingua ne sostituisce un’altra nella totalità della sua sfera funzionale, e i genitori non la trasmettono più ai figli. (Nettle/Romaine)

Le lingue muoiono, proprio come normali esseri viventi, ma ben poche sono le campagne in difesa di queste. Con un po’ di amaro sarcasmo, si è detto che «se il taiap [lingua isolata, parlata da circa 100 persone in Papua Nuova Guinea] fosse una rara specie di uccello o l’ubykh [lingua caucasica nord-occidentale oggi estinta; se n’è fatto riferimento in questo articolo] un banco di coralli in pericolo, forse un maggior numero di persone sarebbe a conoscenza del loro destino e se ne preoccuperebbe. Eppure, in Nuova Guinea e in tutto il mondo molte lingue locali uniche nel loro genere stanno morendo a un ritmo senza precedenti senza che nessuno lo sappia o se ne preoccupi. Dovremmo forse preoccuparci meno della lingua taiap che dell’estinzione del condor della California?» (Nettle/Romaine). Rigiriamo la domanda: perché dovremmo preoccuparci della lingua taiap come dell’estinzione del condor della California? Infatti, utilizzando le parole di John Edwards nel suo Ecolinguistic ideology: a critical perspective:

È ingenuo desiderare che entità sociali come le lingue debbano perpetuarsi per sempre; la difesa incondizionata della diversità linguistica è irrazionale; è illusorio perpetuare l’idea di un bilinguismo egualitario stabile come garante della sopravvivenza di una lingua minacciata.

Per un linguista, la salvaguardia delle lingue, oltre che essere funzionale, è di evidente importanza. Anche soltanto per ragioni scientifiche, le lingue meritano di essere preservate e documentate, affinché si possa accumulare il più alto numero di dati da trasmettere alle generazioni future. Inoltre, l’urgenza di una tale documentazione è quanto mai elevata; ne è un esempio il caso della lingua trumai, i cui parlanti, a causa di un’improvvisa epidemia, furono ridotti nel 1962 a meno di dieci. Eppure, è possibile per un italiano immaginare la morte di una lingua?

 

Alcuni fra noi magari appartengono ad una minoranza linguistica, mentre altri, probabilmente la maggior parte, sono madrelingua di italiano; tutti noi, comunque, indietro nel tempo, fino al periodo pre-unitario, avremmo parlato delle lingue (i dialetti d’Italia) che ci avrebbero reso la comunicazione reciproca, se non impossibile, almeno poco agevole, mentre ora possiamo comunicare in maniera pressoché uniforme su tutto il territorio italiano. Non ci è dunque facile immaginare cosa possa rappresentare la morte del nostro idioma, ben saldo nel vissuto di tutti noi. Cosa potrebbe significare essere l’ultimo parlante al mondo d’italiano? In Alaska esisteva una tribù di indiani detti Eyak, con una loro lingua. Marie Smith Jones (1918-2008), membra della tribù e “purosangue Eyak”, ci ha spiegato cosa significa essere gli ultimi rimasti:

Non so perché sono io, perché sono l’unica. Ma fa male, ve lo voglio dire, fa male davvero […]. Mio padre è stato l’ultimo capo Eyak, e io ho preso il suo posto. Ora io sono il capo e devo andare a Cordova per cercare di fermare la soppressione della nostra terra.

Se si riconosce il diritto alla lingua come qualcosa di elementare e di fondamentale, situazioni del genere non si possono semplicemente accettare. È sulla scia di considerazioni di questo tipo che, nel 1971, Einar Haugen parlò per la prima volta di “ecologia linguistica” (o “ecolinguistica”). Definire questa disciplina è tutt’altro che semplice; Pierluigi Cuzzolin (in Quali ragioni per l’ecologia linguistica?) sostiene che essa «assomiglia piuttosto a una galassia di problemi intorno ai quali si è creato un dibattito ma che non sembrano essere collegati da un rapporto di necessità gli uni con gli altri, almeno non tutti e non sempre […], un oggetto di indagine ancora piuttosto magmatico, ancorché alcuni temi vi ricorrano, verrebbe da dire, con una frequenza di gran lunga più che casuale».

 

Innanzitutto, un parallelismo tra ecologia linguistica ed ecologia vera e propria vien da sé, ma potrebbe non essere così utile come si possa pensare. In effetti, il metodo e i fini dell’ecologia ambientale possono divergere in parte o in toto da quelli dell’ecolinguistica; in quanto disciplina scientifica, tuttavia, essa richiama i linguisti a non lasciarsi trasportare dalla loro sensibilità e ad osservare il fenomeno della “morte delle lingue” con il distacco tipico del ricercatore:

I davvero numerosi casi […] di lingue in via di estinzione, grazie alle quali soltanto si conserverebbe la conoscenza di dati culturali e antropologici altrimenti sconosciuti e perduti per sempre, per quanto interessanti e anche suggestivi, oltre a una certa mozione degli affetti, tuttavia, non aggiungono ragioni decisive […] al semplice fatto che nessuna lingua meriterebbe come sorte di estinguersi. (Cuzzolin)

Insomma, non ci si deve intromettere nel processo di autodeterminazione di un popolo, qualora si notasse che la vita di una lingua stia giungendo al termine. Ma tale morte può avvenire in due modi principali: uno è quello già rappresentato massimamente dal latino, la cui progressiva scomparsa si è accompagnata allo sbocciare di nuove lingue (occitanocatalanodalmaticofranco-provenzale, ecc.); l’altro modo è la morte violenta e coatta, dove la lingua viene sradicata ai suoi parlanti senza lasciare alcun rizoma da cui poter rinascere. In quest’ultimo caso, ciò può avvenire o per ragioni naturali (come il caso della lingua trumai), o per questioni socioeconomiche («molte lingue più piccole stanno morendo a causa della diffusione di poche lingue mondiali come l’inglese, il francese, il cinese e così via», secondo quanto riportato da Nettle/Romaine).

 

In natura, l’uomo deve guardarsi bene dal non interferire nell’equilibrio degli ecosistemi, ma la morte delle lingue minoritarie non si può certamente attribuire ad un semplicistico risultato della “sopravvivenza del più adatto”; non vi è una competizione tra le lingue: «si tratta invece del risultato di tassi diseguali di cambiamento sociale che hanno determinato marcate disparità di risorse tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo» (Nettle/Romaine). L’urgenza del progresso e la necessità di vivere in un mondo dove tutto deve essere massimamente in connessione possono, anzi devono, sacrificare le differenze linguistiche e, dunque, l'identità di queste periferiche ma importanti realtà?

 

(leggi la seconda parte)

 

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